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	<title>Marilina Placentino, Autore presso Archi &amp; Interiors</title>
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	<description>Archi &#38; Interiors Magazine</description>
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		<title>Made in Italy, o Prodotto dell’Italia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marilina Placentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 13:55:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La luce è calda, piena, quasi accecante. Scivola sulle maioliche bianche e blu e si riflette su una tazzina di caffè appoggiata al bordo di una terrazza affacciata sul mare. A lato, una cesta di limoni appena raccolti, una tenda mossa dal vento leggero che porta con sé l’odore salmastro del mare. Sullo sfondo, l’acqua &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="506" data-end="1146">La luce è calda, piena, quasi accecante. Scivola sulle maioliche bianche e blu e si riflette su una tazzina di caffè appoggiata al bordo di una terrazza affacciata sul mare. A lato, una cesta di limoni appena raccolti, una tenda mossa dal vento leggero che porta con sé l’odore salmastro del mare. Sullo sfondo, l’acqua è di un blu pieno, intenso, irreale. In sottofondo una voce antica ma dolce intona: “Dimmi che illusione non è, dimmi che sei tutta per me”. Non è un ricordo, non è realtà: è forse uno spot? La campagna promozionale della Regione Liguria? Oppure un nuovo film? “Qui sul tuo cuor non soffro più, parlami d&#8217;amore, Mariù!”.</p>
<p data-start="1148" data-end="1326">Non importa cosa sia: è certamente qualcosa di già visto, sentito, consumato. È il manifesto del <strong data-start="1245" data-end="1262">Made in Italy</strong>, dove il sole bacia il mare a suon di mandolino e pizza fritta.</p>
<p data-start="1328" data-end="1630">Chi è nato a sud delle Alpi e a nord del Mar Mediterraneo è sin troppo abituato a questa rappresentazione piatta e stereotipata dell’Italia. Un’Italia che esiste indubbiamente, ma che troppo spesso è l’unica che riesce a raccontarsi: l’Italia della buona cucina, dei monumenti, del <strong data-start="1610" data-end="1629">design italiano</strong>.</p>
<p data-start="1632" data-end="2406">L’Italia è oggi, forse più che mai, riconosciuta all’estero come esportatrice di <strong data-start="1713" data-end="1725">bellezza</strong>, <strong data-start="1727" data-end="1741">Dolce Vita</strong> e <strong data-start="1744" data-end="1754">design</strong>. Tutti elementi reali e di valore, certo, ma che rischiano di diventare scenografie e caricature di sé stessi più che realtà vive. Il Colosseo, la Vespa, il caffè sospeso di Napoli, Bologna “la grassa” prima che dotta e rossa. L’immagine dell’Italia che circola nel mondo, alimentata da social, turismo di massa e brand di lifestyle, è seducente ma piatta. È un’estetica ridotta a superficie, a palette cromatica, a immagine. È una Parthenope bellissima, ristretta però a luce dorata e corpo perfetto, senza attrito, senza complessità: un infinito cortometraggio promozionale, bellissimo ma poco autentico. Vende benissimo, ma racconta poco del reale.</p>
<p data-start="2408" data-end="3056">Nel <strong data-start="2412" data-end="2434">settore del design</strong> il processo sembra essere lo stesso. Cosa si intende oggi quando si parla di <strong data-start="2512" data-end="2531">design italiano</strong>? Cosa è rimasto davvero? Quella terrazza con il cesto di limoni e il design italiano condividono la stessa amara vicenda, in cui qualcosa di complesso, ricco e contraddittorio viene ridotto a una cartolina seducente. Oggi del <strong data-start="2758" data-end="2775">Made in Italy</strong> resta spesso soprattutto il marchio, remunerativo certamente, ma troppo spesso ridotto a nome, etichetta, brand che sopravvive alla sostanza: come una bellissima anziana signora che cammina da sola, tenuta in piedi solo dai fasti del passato, involucro svuotato della sua essenza.</p>
<p data-start="3058" data-end="3863">È la storia di molti brand tra moda, industria e design. È la storia del celebre marchio <strong data-start="3147" data-end="3155">Flos</strong>, nato nel 1962 a Merano e fondato dai visionari Gavina e Cassina insieme ad Achille e Pier Giacomo Castiglioni. Per anni non fu semplicemente un’azienda, ma una fucina di idee, un laboratorio creativo. <strong data-start="3358" data-end="3393">Arco, Parentesi, Snoopy, Taccia</strong> nascono lì e diventano archetipi del settore, cambiando per sempre il modo di pensare la luce domestica e il design, imprimendosi nella memoria collettiva anche di chi non è un addetto ai lavori. Passata ad Hunter Douglas nel 2012, Flos continua ancora oggi a distinguersi per un’altissima qualità produttiva, ma la direzione artistica sembra orientata soprattutto a mantenere centrale il catalogo storico, più che a puntare con decisione su novità realmente rischiose.</p>
<p data-start="3058" data-end="3863"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-8148" src="https://www.archieinteriors.com/wp-content/uploads/2025/10/storia-della-lampada-Arco.jpg" alt="storia della lampada Arco" width="1200" height="800" srcset="https://www.archieinteriors.com/wp-content/uploads/2025/10/storia-della-lampada-Arco.jpg 1200w, https://www.archieinteriors.com/wp-content/uploads/2025/10/storia-della-lampada-Arco-300x200.jpg 300w, https://www.archieinteriors.com/wp-content/uploads/2025/10/storia-della-lampada-Arco-1024x683.jpg 1024w, https://www.archieinteriors.com/wp-content/uploads/2025/10/storia-della-lampada-Arco-768x512.jpg 768w, https://www.archieinteriors.com/wp-content/uploads/2025/10/storia-della-lampada-Arco-370x247.jpg 370w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p data-start="3865" data-end="4469">Simile, sia per impostazione sia per esiti, è la storia del marchio brianzolo <strong data-start="3943" data-end="3954">Cassina</strong>, fondato nel 1927 e da subito diventato punto di riferimento dell’<strong data-start="4021" data-end="4054">industria del design italiano</strong>, capace di dialogare con i grandi architetti del Novecento: da Le Corbusier a Magistretti, passando per Rietveld, Mackintosh, Bellini e Pesce. Il modello è chiaro: un’azienda manifatturiera che si fa portavoce di <strong data-start="4268" data-end="4279">cultura</strong>, <strong data-start="4281" data-end="4296">innovazione</strong> e progetto. Passata anch’essa a Haworth nel 2014, anche in questo caso la funzione culturale sembra essersi sensibilmente ridotta a favore di un approccio più conservativo.</p>
<p data-start="4471" data-end="5029">Il problema, tuttavia, non sembra essere tanto legato alla nazionalità delle aziende, quanto piuttosto alla <strong data-start="4579" data-end="4627">logica finanziaria dei gruppi internazionali</strong>, che tendono comprensibilmente a massimizzare il valore degli asset esistenti invece di investire in una ricerca dagli esiti incerti. Quando un grande gruppo quotato in borsa acquista un’azienda che è stata storicamente motore di un linguaggio culturale, può acquisirne il patrimonio economico, ma se non ne assume anche la funzione di portavoce identitaria, il sistema perde la sua spinta propulsiva.</p>
<p data-start="5031" data-end="5969">Una riedizione di <strong data-start="5049" data-end="5057">Arco</strong> o <strong data-start="5060" data-end="5067">LC2</strong> venderà con uno sforzo di marketing relativamente basso, a cifre importanti e con un rischio quasi nullo. Al contrario, un progetto innovativo firmato da un <strong data-start="5225" data-end="5247">designer emergente</strong>, magari giovane, è una scommessa dall’esito incerto. Perché rischiare, allora, in un sistema orientato alla massimizzazione del profitto? Ed è proprio qui che risiede il paradosso del <strong data-start="5432" data-end="5465">design italiano contemporaneo</strong>, un tempo celebre nel mondo non solo per la qualità produttiva, ma anche per la sua capacità di essere rivoluzionario, critico, anticonformista.</p>
<p data-start="5031" data-end="5969">È accaduto negli anni Settanta con movimenti esplicitamente provocatori come <strong data-start="5688" data-end="5699">Memphis</strong>, <strong data-start="5701" data-end="5719">Radical Design</strong> e <strong data-start="5722" data-end="5737">Anti-Design</strong>. A questo si aggiunge un ulteriore paradosso: i classici del design italiano sono così forti, riconoscibili e redditizi da essere diventati essi stessi un problema, giganti del passato che rischiano di schiacciare quelli di domani.</p>
<p data-start="5971" data-end="6810">Il segnale più incoraggiante, però, è che il problema non risiede nella mancanza di talenti o di eccellenze. Le eccellenze esistono ancora. Si trovano nei piccoli studi, nelle manifatture territoriali, nelle aziende rimaste indipendenti che, con fatica, cercano di tenere insieme <strong data-start="6251" data-end="6263">profitto</strong> e <strong data-start="6266" data-end="6278">identità</strong>.</p>
<p data-start="5971" data-end="6810">Realtà come <strong data-start="6292" data-end="6321">Magis, Foscarini e Alessi</strong> restano fedeli alla ricerca anche a costo di sacrificare un ritorno immediato. Le eccellenze esistono e resistono in tutte quelle realtà che operano dentro un sistema che spesso non le rende visibili, tra <strong data-start="6527" data-end="6546">fiere di design</strong> che premiano i grandi budget e riviste che privilegiano i marchi più forti. Risiedono anche in tutti quei “cervelli in fuga” che trovano successo prima a Londra, Amsterdam o Copenaghen e solo dopo in Italia, patria dove nessuno sembra continuare a essere profeta.</p>
<p data-start="5971" data-end="6810"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-7579" src="https://www.archieinteriors.com/wp-content/uploads/2025/09/Philippe-Starck-Juicy-Salif-Alessi.jpg" alt="Philippe Starck Juicy Salif Alessi" width="1200" height="800" srcset="https://www.archieinteriors.com/wp-content/uploads/2025/09/Philippe-Starck-Juicy-Salif-Alessi.jpg 1200w, https://www.archieinteriors.com/wp-content/uploads/2025/09/Philippe-Starck-Juicy-Salif-Alessi-300x200.jpg 300w, https://www.archieinteriors.com/wp-content/uploads/2025/09/Philippe-Starck-Juicy-Salif-Alessi-1024x683.jpg 1024w, https://www.archieinteriors.com/wp-content/uploads/2025/09/Philippe-Starck-Juicy-Salif-Alessi-768x512.jpg 768w, https://www.archieinteriors.com/wp-content/uploads/2025/09/Philippe-Starck-Juicy-Salif-Alessi-370x247.jpg 370w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p data-start="6812" data-end="7589">Questa stessa consapevolezza sembra indicare una sola direzione possibile: non quella della nostalgia, non quella della vuota retorica nazionalista che continua a rivangare un presunto glorioso passato da “poeti, artisti, eroi”, ma quella di una <strong data-start="7058" data-end="7105">rivoluzione strutturale nel design italiano</strong>. Investire sui giovani prima che siano famosi, o prima che non siano più così giovani. Ridare spazio alla ricerca nelle fiere, che non dovrebbero essere soltanto vetrine patinate, ma veri laboratori di confronto e novità. Valorizzare i distretti produttivi non attraverso il folklore, ma come <strong data-start="7399" data-end="7423">centri di eccellenza</strong> da preservare. Il futuro, quindi, non può essere imitare gli anni Sessanta, ma capire cosa di quegli anni fosse davvero sistemico e cosa oggi sia ancora replicabile.</p>
<p data-start="7591" data-end="7816">In quest’ottica, <strong data-start="7608" data-end="7626">Be the Project</strong> — quindi <em data-start="7636" data-end="7656">Essere il Progetto</em> — deve necessariamente significare ripensare l’atto creativo nella sua essenza, cioè nel suo senso più letterale: <strong data-start="7771" data-end="7781">essere</strong>, e non solo apparire, per vendere.</p>
<p><em><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Questo contributo è stato selezionato tra i 5 vincitori del contest “Be the Project”, promosso da Archi&amp;Interiors insieme a Hdemy Group, NAD – Nuova Accademia del Design e Accademia Cappiello.</span></em></p>


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