La casa del futuro: materia (ciclo di vita, carbonio incorporato, circolarità)

Nel 2026 parlare di materia significa parlare di un passaggio di statuto: i materiali non sono più “scelta di finitura”, ma quota determinante dell’impronta climatica e, sempre più, oggetto di misurazione normativa. La revisione dell’EPBD ha introdotto il tema del life-cycle Global Warming Potential: dal 2028 (nuovi edifici > 1.000 m²) e dal 2030 (tutti i nuovi edifici) la GWP di ciclo di vita dovrà essere calcolata e dichiarata nell’attestazione energetica; e i Paesi UE dovranno preparare una roadmap verso valori limite dal 2030.
Il punto non è teorico: la Commissione evidenzia che nell’UE la nuova costruzione pesa per circa il 18% delle emissioni complessive “whole life-cycle” dello stock edilizio pur rappresentando circa l’1% della superficie totale. È la definizione stessa di “materia” come leva: ciò che costruiamo oggi imprime una traiettoria lunga, prima ancora dei consumi in esercizio.
Poi c’è il tema delle risorse: il costruito assorbe una quota enorme di estrazione e trasformazione. Un briefing WorldGBC richiama che gli edifici incidono su circa metà dei materiali estratti a livello globale. E la filiera continua a dipendere da materiali ad alta intensità emissiva: cementi e acciai — centrali per l’edilizia — sono indicati da UNEP/GlobalABC come responsabili di una quota molto rilevante delle emissioni globali (circa 18%).
Infine, la materia produce “fine vita” già in partenza: in UE i rifiuti da costruzione e demolizione valgono circa il 40% del totale, e la Commissione Ambiente li descrive come oltre un terzo dei rifiuti generati. Anche le statistiche Eurostat, per il 2022, collocano il comparto costruzioni come primo contributore alla produzione di rifiuti (circa 38,4%).
Tradotto in progetto, il pilastro “materia” si gioca su tre decisioni tecniche — poco fotogeniche, molto decisive:
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misurare (LCA/EPD come base, non come allegato): mettere il ciclo di vita in numeri e comparare alternative su metriche omogenee, in linea con i framework europei come Level(s);
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ridurre (massa, sprechi, sostituzioni): dettagli che minimizzano scarti, componenti accessibili, manutenzione prevista, stratigrafie che non obbligano a demolire per aggiornare;
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progettare per il disassemblaggio: giunti reversibili, sistemi a secco dove possibile, componenti “separabili” per recupero reale e non solo statistico.
Qui si annida anche l’equivoco più comune: pensare che “materia” coincida con una scelta unica (per esempio “tutto legno”). La direzione europea cita anche il tema dello stoccaggio di carbonio nei materiali biogenici, ma lo colloca dentro una cornice di calcolo e responsabilità: non slogan, contabilità.
La casa del futuro: qualità (aria, luce, acustica, microclima)

Nel lessico delle case del futuro, “qualità” significa progettare un interno che non si limita a essere bello, ma che funziona fisiologicamente — e lo fa in modo ripetibile, misurabile, verificabile. È qui che l’abitare cambia passo nel 2026: perché il comfort torna a essere una materia tecnica, e la casa smette di essere una scenografia per diventare un ambiente che protegge e sostiene la vita quotidiana.
La prima qualità è l’aria. Per anni l’abbiamo trattata come un dettaglio, oggi è un indicatore di salute e di progetto. L’EEA ricorda che un indoor poor può causare o aggravare patologie respiratorie, e cita in modo esplicito il ruolo di umidità e muffe come fattori di rischio. La WHO, nelle Housing and Health Guidelines, collega in modo diretto la difficoltà di riscaldare correttamente gli ambienti (o, all’opposto, le alte temperature indoor) a esiti cardiovascolari e respiratori, inserendo l’abitazione dentro la sfera della prevenzione.
Operativamente, la casa del futuro tratta l’aria come un sistema: controllo delle sorgenti, ventilazione, filtrazione. La piattaforma europea Build Up lo sintetizza con chiarezza e indica due proxy pragmatiche per la gestione: CO₂ (come indicatore di ricambio) e PM2.5 (come indicatore di controllo degli inquinanti). Questo non significa ridurre tutto a un sensore: significa progettare involucri e impianti in modo coerente, evitando l’errore più comune degli ultimi anni — case sigillate senza una strategia seria di ventilazione.
La seconda qualità è il microclima: temperatura e umidità non come “sensazione”, ma come stabilità termo-igrometrica. La ricerca e le linee guida convergono su un’idea semplice: l’estremo (troppo secco, troppo umido, troppo caldo, troppo freddo) è un rischio; la stabilità è un valore. Una rassegna scientifica sulle linee guida di qualità dell’aria indoor evidenzia, tra le altre cose, l’importanza della gestione dell’umidità relativa e della ventilazione come prerequisiti di benessere e performance. Qui la casa del futuro diventa “quieta”: non perché rinuncia, ma perché riduce oscillazioni, correnti, punti freddi, surriscaldamenti localizzati.
La terza qualità è la luce. Non solo “più luce naturale”, ma luce giusta: orientamento, schermature, riflessioni, livelli e temperatura colore coerenti con funzioni e orari. È una qualità che intreccia progetto e abitudine: se la casa contemporanea ospita lavoro, cura, riposo e socialità nello stesso perimetro, la luce deve sostenere ritmi diversi senza invadere. Per questo si parla sempre più di qualità dell’illuminazione come componente dell’Indoor Environmental Quality insieme ad aria, comfort termico e acustica, anche in documenti di guidance tecnica europei di settore.
La quarta qualità è il suono. L’acustica domestica è stata a lungo trattata come un lusso, ma nelle case del futuro diventa un requisito: protezione dal rumore esterno, controllo dei riverberi, privacy sonora, spazi che non amplificano la fatica. È un tema che incide direttamente sulla vivibilità degli open space e sull’ibridazione delle funzioni (lavoro-casa, studio-casa): l’acustica, oggi, è una forma di intimità.
Infine, “qualità” nel 2026 significa anche una cosa molto concreta: governance tecnica. La Commissione Europea, nei materiali di implementazione legati all’EPBD, entra nel merito di come i sistemi tecnici (incluse ventilazione e automazioni) debbano essere dimensionati e ottimizzati per lavorare bene in condizioni rappresentative e non solo “sulla carta”.
La casa del futuro: collettività (nuclei più piccoli, servizi condivisi, nuove soglie tra privato e comune)

Nel 2026 la “collettività” non è un vezzo sociologico: è una conseguenza diretta dei numeri. In Europa vivono 202 milioni di famiglie, e oltre 75 milioni sono composte da adulti soli senza figli; tra 2015 e 2024 questa tipologia cresce +16,9%, molto più del totale delle famiglie. A valle, cambia la misura dell’abitare: in UE la media è 2,3 persone per nucleo (2024). Tradotto: più case “piccole” (o comunque più frazionate), più vite non lineari, più domanda di spazi che non possono più permettersi stanze inutilizzate.
Ecco perché la casa del futuro si sposta, in parte, fuori dall’unità abitativa. Non verso un’utopia comunitaria, ma verso un modello pragmatico: la casa come cellula privata ad alta qualità + un sistema di servizi condivisi che restituiscono ciò che il singolo appartamento non riesce più a contenere senza spreco. Lavanderie condominiali ben progettate, micro-depositi, spazi di lavoro silenziosi (non la “scrivania in camera”), sale ospiti per evitare metri quadri dormienti, cucine sociali quando ha senso, aree per consegne e logistica, outdoor comune che non sia “giardino decorativo” ma infrastruttura d’uso. La collettività, qui, è un modo per aumentare qualità senza aumentare superficie.
C’è poi un secondo motore: la longevità. La quota di popolazione over 80 nell’UE è proiettata in forte crescita (da 6,1% nel 2024 a 15,3% entro il 2100). Questo spinge l’abitare verso forme di prossimità: spazi e servizi che riducono isolamento, facilitano cura e autonomia, rendono più semplice la vita quotidiana senza medicalizzare la casa. Anche qui, “collettività” non significa rinuncia all’intimità: significa costruire un ecosistema in cui la casa non è una fortezza, ma un luogo connesso e accessibile.
Il mercato, intanto, sta già prototipando un lessico: il co-living/operational living come combinazione di unità private e dotazioni comuni, gestite professionalmente, in cui la socialità è un servizio e non un obbligo. È un segnale utile perché chiarisce una regola: la collettività funziona solo se è progettata nelle soglie — un gradiente preciso tra pubblico, semi-pubblico e privato, con acustica, regole e qualità spaziale all’altezza.
Dunque, più vita condivisa non equivale automaticamente a più benessere. In molte persone cresce il bisogno di controllo e privacy. La casa del futuro, quindi, non “apre” soltanto: disegna confini migliori. E nel dettaglio dell’articolo vedremo come questo pilastro si traduce in tipologie, layout e micro-architetture capaci di tenere insieme comunità e intimità, senza retorica.