La moka è una caffettiera da fornello che prepara il caffè facendo risalire l’acqua calda, spinta dalla pressione del vapore, attraverso un filtro di caffè macinato. Il modello che ha definito l’immaginario collettivo è la Moka Express, inventata nel 1933 da Alfonso Bialetti: una forma ottagonale, in alluminio, pensata per portare il rito del caffè “di casa” dentro una macchina semplice, ripetibile, industriale.
Da allora la storia della moka si è trasformata in un capitolo centrale del product design Made in Italy: la Moka Express è riconosciuta come icona, presente anche in collezioni museali internazionali (MoMA incluso) e celebrata come oggetto-simbolo dell’italianità quotidiana.
I numeri spiegano la portata culturale meglio di qualsiasi aggettivo: diverse ricostruzioni autorevoli parlano di oltre 300 milioni di moka vendute nel mondo, mentre per decenni l’oggetto è stato una presenza quasi “standard” nelle cucine italiane.
Oggi ripercorriamo la storia della moka dalla nascita nel 1933 alla consacrazione come archetipo di design domestico, e osserviamo da vicino le ragioni del suo successo: proporzioni e ergonomia, intelligenza produttiva, identità visiva (fino all’Omino coi baffi), e quella rarissima capacità di diventare un’abitudine prima ancora che un oggetto.
1933: nasce la Moka Express. Un progetto industriale per cambiare l’idea di caffè “a casa”

Il 1933 è la data che segna l’ingresso della moka nella modernità domestica: secondo la storia ufficiale del brand, Alfonso Bialetti dà vita alla Moka Express con l’obiettivo di rivoluzionare il modo di preparare il caffè in casa, creando un oggetto destinato a entrare nella routine quotidiana di generazioni.
Anche il nome porta con sé una geografia culturale: “Moka” deriva da Mokha (Yemen), storica area legata alla produzione del caffè e al suo immaginario commerciale. È una scelta di posizionamento prima ancora che linguistica: un ponte tra cucina e mondo, tra gesto privato e mito del caffè.
Domus, nel ripercorrere il caso Moka Express, sottolinea un punto chiave: l’oggetto porta il “caffè stile espresso” nelle case e diventa uno dei simboli del design italiano, anche grazie a una strategia comunicativa destinata a fare scuola.
La moka come micro-architettura: forma, sezione funzionale, interfaccia

Guardata con l’occhio del progetto, la moka è una piccola architettura a flussi: base (acqua), camera di pressione, filtro, raccolta. Il suo valore sta nella leggibilità: il funzionamento diventa forma, e la forma diventa istruzione d’uso.
Il profilo ottagonale è uno dei dettagli più citati perché è anche uno dei più intelligenti: facilita la presa, frammenta la luce, rende l’oggetto riconoscibile da lontano, lo stabilizza visivamente sul piano cucina. La Moka Express, nella narrazione Bialetti, è persino letta come esempio di estetica Art Déco, proprio per quel modo di trasformare funzione e geometria in un segno.
Sul fronte tecnico, la scheda MoMA descrive chiaramente il principio: l’acqua che bolle crea vapore e pressione, la pressione spinge l’acqua attraverso il caffè e la porta nella parte superiore. È un “meccanismo” comprensibile anche senza essere ingegneri: ed è qui che il design diventa linguaggio comune.
Renato Bialetti, l’Omino coi baffi e Carosello: quando il design diventa cultura pop

Se la nascita della moka è un atto di progetto, la sua esplosione è anche un atto di comunicazione. Nella storia ufficiale Bialetti compare un passaggio decisivo: l’ambizione del figlio Renato Bialetti contribuisce a trasformare l’azienda in un grande produttore italiano, portando la moka dalla scala domestica a quella di fenomeno nazionale.
Poi arriva l’immagine che chiude il cerchio tra oggetto e memoria: l’Omino coi baffi, disegnato da Paul Campani. Qui conviene essere precisi sulle date: alcune fonti (incluse ricostruzioni legate all’archivio del brand) collegano l’adozione del simbolo al 1953, anche come risposta alle contraffazioni; la comunicazione televisiva e la popolarità di massa si consolidano con Carosello a partire dal 1958.

In termini di product design, il punto è semplice: la moka diventa un oggetto “con firma”, riconoscibile come sistema (forma + marchio + racconto). È un caso scuola di brand identity applicata a un prodotto industriale, in un’epoca in cui l’Italia costruisce la propria reputazione globale anche attraverso gli oggetti.
Numeri da capogiro e legittimazione museale: perché la moka è Made in Italy nel mondo
Il successo della moka è misurabile, prima ancora che raccontabile. Domus parla di centinaia di milioni di esemplari venduti, e il dato ritorna in molte ricostruzioni (con stime che superano i 300 milioni).
A questa diffusione si aggiunge la legittimazione culturale: la Moka Express è citata come presente nella collezione permanente della Triennale di Milano e del MoMA di New York nella comunicazione ufficiale Bialetti; il MoMA, dal canto suo, ha una scheda in collezione che attribuisce il design a 1933.
Per un pubblico di aziende e progettisti questo passaggio è cruciale: la moka mostra come un oggetto domestico possa attraversare i mercati senza perdere identità, diventando un “ambasciatore” del Made in Italy proprio perché rimane coerente nel tempo.
A cosa è dovuto il successo della moka: 7 leve di progetto e industria

-
Funzione chiara: un principio fisico elementare tradotto in gesto quotidiano, leggibile anche a colpo d’occhio.
-
Forma riconoscibile: l’ottagono come firma geometrica, stabile nel tempo.
-
Industrializzazione efficace: un oggetto pensato per la produzione in serie, con una struttura replicabile e scalabile (il punto che rende plausibili i numeri globali).
-
Comunicazione memorabile: Omino + Carosello come acceleratore di cultura pop e fiducia.
-
Ergonomia e sicurezza: nella scheda prodotto Bialetti compaiono elementi identitari come la valvola di sicurezza e l’impugnatura ergonomica, che aggiornano il racconto tecnico senza cambiare il DNA formale.
-
Adattabilità: la moka attraversa cucine diverse e tecnologie diverse; ad esempio, la compatibilità con piani a induzione passa tramite adattatore dedicato, segno di un archetipo che continua a convivere con l’evoluzione della casa.
-
Rito: il tempo del caffè diventa un micro-rituale domestico. È un valore culturale che, nel design, corrisponde a retention: l’oggetto resta perché il gesto resta.
La moka oggi nel progetto cucina: come usarla come segno (e non come nostalgia)
Nell’interior contemporaneo la moka funziona come “oggetto ponte” tra cultura materiale e composizione dello spazio. In una cucina essenziale diventa accento; in una cucina stratificata diventa elemento di coerenza. La sua presenza parla di ritualità, e la ritualità è una delle variabili più sottovalutate quando si progettano case: perché è lì che si misura la qualità percepita.
Per l’hospitality, la moka è anche un dettaglio di posizionamento: comunica italianità in modo immediato e credibile, proprio perché è un’icona reale e non un souvenir. La sua storia, riconosciuta anche in contesti museali, la rende un oggetto che regge la scena senza bisogno di didascalie.
Curiosità sulla storia della moka
Chi ha inventato la moka?
La Moka Express nasce nel 1933 da un’idea di Alfonso Bialetti, con l’obiettivo di portare il rito del caffè “di casa” dentro un oggetto industriale semplice, riconoscibile e ripetibile.
Perché si chiama “moka”?
Secondo la ricostruzione ufficiale del brand, il nome richiama Mokha (Yemen), area storicamente legata al commercio del caffè: un riferimento geografico che, fin dall’inizio, posiziona l’oggetto dentro un immaginario internazionale.
Quante moka sono state vendute nel mondo?
Le stime più citate parlano di oltre 300 milioni di unità vendute a livello globale: un dato che, più ancora della celebrità, racconta la solidità di un progetto capace di rimanere stabile nel tempo e desiderabile in mercati molto diversi.
Quando nasce l’Omino coi baffi?
Qui le date variano a seconda delle fonti: alcune ricostruzioni collegano l’introduzione del simbolo al 1953, mentre la timeline ufficiale Bialetti colloca la grande spinta comunicativa e la popolarità di massa con Carosello a partire dal 1958. In ogni caso, l’Omino (di Paul Campani) è uno dei rari esempi italiani in cui identità visiva e prodotto diventano un sistema unico.
È vero che la moka è al MoMA?
Sì: la Moka Express è presente nella collezione di Architecture and Design del Museum of Modern Art (MoMA), che la accredita come design del 1933.
Oggi: Bialetti è “stata venduta ai cinesi”? Cosa è successo davvero (e cosa significa per la moka)
Sì, il controllo di Bialetti è passato nel 2025 a NUO Capital, un investitore legato a Hong Kong (famiglia Pao Cheng / Stephen Cheng). L’operazione ha previsto l’acquisto di circa il 78,6% della società e, a seguire, un’OPA per arrivare al controllo quasi totale e togliere Bialetti dalla Borsa.
Qui però vale la pena essere precisi, perché dire “venduta ai cinesi” è una scorciatoia: NUO Capital è una realtà internazionale (con struttura in Lussemburgo) e nasce anche come partnership con Exor (quindi con una componente italiana nel veicolo di investimento).
Il punto “oggi” è questo: dopo l’OPA, Octagon BidCo (veicolo di NUO) è salita al 96,431% e dal 7 agosto 2025 le azioni Bialetti Industrie sono state revocate dalla quotazione (delisting). In pratica: non è più una società quotata, ma un’azienda privata controllata dal nuovo azionista










