Il Festival di Sanremo nasce il 29 gennaio 1951, al Casinò: all’inizio è “solo” una serata radiofonica, poi diventa una liturgia popolare che — anno dopo anno — misura il Paese meglio di molte analisi sociologiche. Perché Sanremo non racconta soltanto la musica: racconta il clima emotivo, le parole che ci restano addosso, i corpi, i linguaggi, l’idea stessa di “successo” in un preciso momento storico.
Il suo peso internazionale è più strutturale di quanto sembri: quando l’EBU (European Broadcasting Union) progetta, a metà anni ’50, un concorso musicale europeo, prende come riferimento anche il “modello Sanremo” — non copiandolo in ogni dettaglio, ma adottandone la logica: un evento in diretta, rituale collettivo, competizione e narrazione televisiva. In questo senso, l’Eurovision si sviluppa anche grazie a quel precedente, che aveva già dimostrato che un festival può diventare cultura di massa esportabile.
È dentro questa cornice che la redazione di Archieinteriors.com sceglie, nel 2026, di guardare al Festival da un’altra angolazione: non “com’è bello il palco”, ma che ruolo ha il design nel renderlo un’esperienza totale. Perché oggi Sanremo è anche architettura temporanea, luce come regia, grafica come identità, spazio urbano come estensione del racconto: la canzone entra nell’orecchio, sì — ma è l’ambiente progettato a decidere come la viviamo, e cosa ci rimane.
Il palco come architettura temporanea: il design che “costruisce” la canzone
Nel 2026 il primo livello del design a Sanremo è letterale: lo spazio. La scenografia firmata da Riccardo Bocchini lavora sul concetto di espansione e su un disegno asimmetrico che evita l’effetto “fondale” e tratta l’Ariston come un’architettura temporanea da abitare, non come una cornice da riempire. Dentro questa logica, i numeri non sono esibizione tecnica ma materiali di progetto: un palco da 120 mq, un ledwall da 250 mq, 2.800 metri di strip luminose, una scala motorizzata e superfici mobili che consentono al set di cambiare ruolo a ogni brano (spazio intimo, arena, teatro, videoclip). Il risultato è che la canzone smette di essere solo performance e diventa ambiente percepito: un sistema di profondità, ritmo e gerarchie visive pensato per la camera e per la memoria — perché a Sanremo non “vediamo” soltanto, impariamo cosa ricordare.
La luce come regia invisibile: quando l’illuminazione diventa narrazione
A Sanremo 2026 la luce non è un “reparto tecnico” che valorizza la scenografia: è il dispositivo che decide il senso di ogni esibizione. È la luce che stabilisce se un brano è intimo o spettacolare, se un volto resta umano o diventa icona, se il palco si percepisce come teatro, videoclip o installazione. La Direzione Produzione TV RAI lo dichiara senza ambiguità: l’immagine viene “modellata” proprio attraverso l’impianto luci (affidato a Mario Catapano), potenziato da americane motorizzate che rendono dinamici i “quadri” delle canzoni, con oltre 900 corpi illuminanti gestiti da 4 console e completati da 7 segui-persona. E quando questo sistema si sincronizza con regia, grafica e movimenti scenografici — in 4K SDR nativo e con cueing centralizzato — il set smette di essere sfondo e diventa ambiente narrativo funzionale, cioè un progetto che accompagna la canzone invece di inseguirla.
Grafica e regia camera: il design come workflow (non come decorazione)
Il terzo livello — quello meno visibile ma più decisivo — è il design del processo: come si allineano, in tempo reale, grafica, luci, movimenti scenografici e movimenti di ripresa fino a farli sembrare “naturali”. Nel racconto produttivo RAI del 2026, Sanremo è costruito come una performance sincronizzata: produzione in 4K SDR nativo, una regia che lavora per quadri e transizioni, e un sistema di cueing (CuePilot) che tiene insieme i reparti perché ogni esibizione funzioni come un ambiente narrativo coerente, non come una somma di effetti. Anche la pre-visualizzazione è parte del progetto: si lavora su una replica digitale del palco per testare in anticipo scelte di camera e luce, riducendo l’improvvisazione e aumentando la precisione del risultato. È qui che si capisce il salto: il design a Sanremo non è solo “come appare”, ma come viene orchestrato — con un rischio implicito, però, che vale la pena tenere a mente: quando il workflow diventa perfetto, la tentazione è standardizzare il linguaggio e perdere un po’ di sorpresa.
Tra palco e città: il design urbano che moltiplica il Festival
Nel 2026 Sanremo non resta chiuso nell’Ariston: si comporta come un progetto urbano temporaneo, fatto di luoghi, percorsi, presìdi e “set diffusi” che spostano l’attenzione dal singolo palco a un’esperienza più ampia. La stessa RAI descrive la formula “Tra palco e città” come un impianto produttivo e creativo che coinvolge anche altri spazi del Festival, con una macchina organizzativa estesa e un’idea precisa di presenza sul territorio.
Qui il design svolge un ruolo delicato: rendere coerente ciò che, per natura, è frammentato (dirette, backstage, eventi, attivazioni), dando continuità visiva e narrativa senza perdere autenticità. E inevitabilmente incrocia il tema della marca: le conferenze stampa e la copertura trade 2026 mettono in chiaro che il Festival vive anche di un modello di partnership strutturato, con i main partner citati (tra gli altri) Suzuki, Eni, TIM, Costa Crociere.
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