10 fari e dimore dove dormire sul mare in Italia: indirizzi spettacolari tra design e natura

Dormire con il mare davanti alla finestra è un’esperienza. Dormire in un luogo nato per osservarlo, segnalarlo e attraversarne le notti è qualcosa di diverso. Ci sono fari costruiti sul limite della terra, torri che da secoli guardano l’orizzonte, antichi presidi costieri diventati dimore e hotel nascosti tra scogliere, giardini mediterranei e promontori. Luoghi nei …

Dormire con il mare davanti alla finestra è un’esperienza. Dormire in un luogo nato per osservarlo, segnalarlo e attraversarne le notti è qualcosa di diverso.

Ci sono fari costruiti sul limite della terra, torri che da secoli guardano l’orizzonte, antichi presidi costieri diventati dimore e hotel nascosti tra scogliere, giardini mediterranei e promontori. Luoghi nei quali, ancora prima dell’architettura, arrivano il vento, la luce e il rumore del mare.

Alcuni di questi edifici hanno trovato una seconda vita grazie a progetti di recupero, architettura e interior design capaci di conservarne la memoria e, allo stesso tempo, immaginare un nuovo modo di abitarli. Ci sono Gio Ponti e il suo Mediterraneo disegnato in bianco e blu, Martin Brudnizki che rilegge la Dolce Vita ligure, MAB Arquitectura tra i vigneti di Salina, Palomba Serafini in Maremma. E poi fari ottocenteschi trasformati in piccoli hotel, torri aragonesi, case private riempite di arte e grandi pezzi del design italiano.

Non abbiamo quindi cercato semplicemente dieci luoghi con una bella vista sul mare. Abbiamo scelto 10 indirizzi nei quali il paesaggio entra realmente nel progetto e nei quali dietro un interno, un restauro o una trasformazione esiste una storia progettuale da raccontare.

Da Ischia alla Sardegna, dalla Sicilia alla Toscana, fino a Sorrento, Portofino e Maratea, questi sono 10 fari e dimore dove dormire sul mare in Italia, per chi cerca non soltanto un posto speciale in cui fermarsi, ma un’architettura capace di rendere ancora più difficile dimenticare ciò che si vede fuori dalla finestra.

1. Faro Punta Imperatore, Ischia: il recupero di Giovannangelo De Angelis e gli interni di Marc Nagel

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Dove: Via Costa 135, 80075 Forio d’Ischia (NA), Campania
Progetto di recupero: Giovannangelo De Angelis
Interior design: Marc Nagel / Floatel

Ci sono hotel costruiti per avere una bella vista e poi ci sono edifici che quella vista l’hanno avuta per necessità, molto prima che qualcuno pensasse di trasformarli in luoghi dell’ospitalità.

Il Faro Punta Imperatore appartiene alla seconda categoria.

Sorge sulla costa occidentale di Ischia, in cima a un promontorio che domina il Tirreno, raggiungibile dalla strada attraverso un percorso di 155 gradini. La posizione estrema è parte stessa dell’architettura: il faro appare isolato sopra la roccia, con il mare che occupa quasi completamente l’orizzonte. Oggi l’antico edificio ospita appena quattro camere, chiamate come i venti — Scirocco, Grecale, Maestrale e Libeccio — e può accogliere un massimo di otto persone.

La trasformazione è il risultato di un lungo intervento di valorizzazione conservativa firmato dall’architetto Giovannangelo De Angelis. Il progetto ha interessato facciate, aperture, porte e terrazze, cercando di conservare la memoria dell’edificio e contemporaneamente adattarlo a una nuova funzione. La complessità del luogo ha avuto conseguenze molto concrete anche sul cantiere: per portare sul promontorio impalcature, macchinari e materiali pesanti sono state necessarie tre operazioni di trasporto in elicottero.

Per gli interni entra in scena Marc Nagel, designer e cofondatore insieme a Tim Wittenbecher della società berlinese Floatel, che ha preso in concessione il faro. Nagel ha scelto un linguaggio volutamente essenziale e contemporaneo, costruito per non competere con l’edificio e soprattutto con ciò che si vede oltre le finestre.

Pareti bianche, superfici continue, tonalità neutre e arredi di matrice modernista lasciano così il ruolo principale alla luce. È un interior che lavora quasi per sottrazione: anziché trasformare l’antico faro in un boutique hotel fortemente decorato, ne conserva la sensazione di luogo remoto, facendo entrare il paesaggio negli ambienti.

Anche gli spazi comuni seguono questa logica. Al piano terra si trova una sala camino riservata agli ospiti e il ristorante Lucì, mentre sul tetto il rooftop apre completamente la visuale verso il mare.

La cosa più interessante, però, rimane la proporzione tra il piccolo edificio e l’immensità che lo circonda. Punta Imperatore dimostra come un progetto di ospitalità possa funzionare senza sovraccaricare l’architettura originaria: qui il design non cerca di diventare il protagonista, ma costruisce le condizioni per guardare meglio il luogo.

E quando arriva la sera, sopra le terrazze continua a ruotare la luce della lanterna.

Perché andarci: per il rapporto radicale con il paesaggio, per un recupero rispettoso dell’architettura originaria e per sperimentare un interior contemporaneo che sceglie consapevolmente di lasciare spazio al mare.

2. Faro Capo Spartivento, Sardegna: Mario Dal Molin recupera un’architettura militare sul Mediterraneo

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Dove: Viale Spartivento, 09010 Domus de Maria (CA), Sardegna
Consolidamento e restauro conservativo: Mario Dal Molin

All’estremità meridionale della Sardegna, oltre le spiagge di Chia, la macchia mediterranea si fa sempre più fitta fino a raggiungere il promontorio di Capo Spartivento.

In cima, circondato quasi esclusivamente dalla natura, si trova un faro costruito nel 1854 dalla Marina Militare per conto di Vittorio Emanuele di Savoia. Colpito durante la Seconda guerra mondiale e successivamente restaurato, ha ospitato le famiglie dei faristi fino agli anni Ottanta, quando l’automazione della lanterna ne ha progressivamente modificato la funzione. Dopo oltre trent’anni di abbandono, nel 2006 è iniziata la sua nuova vita.

Il consolidamento e restauro conservativo della palazzina del faro e delle sue pertinenze porta la firma di Mario Dal Molin. Lo studio del progettista include ancora oggi Faro Capo Spartivento tra i propri interventi, mentre la documentazione di progetto colloca i lavori tra il 2008 e il 2009.

La trasformazione ha conservato il carattere massiccio dell’architettura militare e l’ha reinterpretato attraverso un linguaggio mediterraneo nel quale pietra, granito, basalto, ferro battuto e legno definiscono tanto gli interni quanto gli spazi esterni. Il recupero ha inoltre integrato principi di bioedilizia e sistemi che permettono alla struttura di raggiungere un elevato livello di autosufficienza: pannelli fotovoltaici, dissalazione dell’acqua marina e fitodepurazione delle acque reflue fanno parte del funzionamento contemporaneo del complesso.

L’interior non segue però la strada del minimalismo assoluto.

Dentro il faro convivono design contemporaneo, antiquariato, artigianato e oggetti provenienti da paesi diversi. Lampadari in cristallo di Murano dialogano con sedute in pelle bianca, vecchi manufatti diventano tavoli e complementi e un baule indiano è utilizzato come libreria nella sala da tè. Persino alcuni lavabi poggiano su elementi recuperati da oggetti antichi.

È una scelta interessante perché evita di trasformare l’edificio in una scenografia marina troppo prevedibile. Gli interni raccontano piuttosto l’idea del viaggio, quasi come se nel tempo il faro avesse raccolto oggetti provenienti dalle rotte che ha osservato per più di un secolo.

Al primo piano si trovano quattro suite di circa 35 metri quadrati, due rivolte verso il mare e due verso le colline. Separate dal corpo principale sono presenti altre due suite con soppalco e giardino privato. Al secondo piano, una terrazza di circa 250 metri quadrati permette di girare intorno alla lanterna e osservare contemporaneamente il mare e l’entroterra sardo.

Dietro l’edificio principale si trova inoltre la Residenza Semaforisti, antico alloggio dei lavoratori del presidio militare, anch’essa recuperata per l’ospitalità. Sulle sue superfici sono ancora visibili alcuni segni delle mitragliate degli aerei americani durante la guerra: una traccia che il progetto ha scelto di non cancellare.

Capo Spartivento è quindi molto più di un hotel inserito in un faro. È un esempio di come un’architettura militare possa cambiare funzione mantenendo leggibile la propria storia, senza rinunciare a introdurre comfort, tecnologia e una nuova idea di abitare il paesaggio.

Perché andarci: per dormire dentro un vero presidio ottocentesco ancora dominato dalla lanterna, tra materiali sardi, oggetti raccolti dal mondo e una natura che arriva fino alle mura.

3. Faro di Brucoli, Sicilia: Itinera Studio Associato porta il grande design italiano dentro un faro del 1911

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Dove: Piazza Castello 5, Brucoli, Augusta (SR), Sicilia
Progettazione e direzione lavori: Giuseppe Di Vita, Cataldo Pilato, Filippo M. Vitale, Annalisa Cambio, Alessandra Torregrossa – Itinera Studio Associato
Lighting design: Mario Nanni
Progetto benessere: Antonio Lupi

Se nei primi due indirizzi il design lavora soprattutto sulla relazione tra memoria e paesaggio, a Brucoli entra in scena in modo molto più dichiarato.

Il faro sorge su una stretta lingua di terra della costa orientale siciliana, tra il Mar Ionio e l’antico porto-canale del borgo. Accanto c’è il Castello Aragonese del Quattrocento; oltre l’acqua, nelle giornate limpide, la sagoma dell’Etna diventa parte dell’architettura stessa.

Costruito nel 1911, il Faro di Brucoli si trovava in condizioni di forte degrado quando è iniziato il progetto di recupero. L’edificio è sottoposto contemporaneamente a vincolo monumentale, paesaggistico e archeologico e il restauro è stato seguito dalla Soprintendenza di Siracusa. I lavori, iniziati nel gennaio 2019, si sono conclusi dopo undici mesi.

A firmare progettazione e direzione lavori è il gruppo di professionisti di Itinera Studio Associato composto da Giuseppe Di Vita, Cataldo Pilato, Filippo M. Vitale, Annalisa Cambio e Alessandra Torregrossa.

Il lavoro parte quasi da un’indagine archeologica sull’edificio. Un incendio aveva infatti fatto scomparire i disegni originari; attraverso la lettura delle trasformazioni successive e il ritrovamento di una planimetria storica, i progettisti hanno potuto ricostruire l’impianto iniziale e avvicinare nuovamente il manufatto alla configurazione del 1911. Materiali e tecnologie biocompatibili accompagnano un intervento che cerca di ridurre il più possibile la distanza tra edificio storico e nuova funzione.

Poi arrivano gli interni, e qui il progetto diventa quasi un compendio del design italiano.

Molteni&C partecipa all’allestimento con pezzi firmati da alcuni dei protagonisti della storia del progetto: le poltrone D.151.4 e i tavolini D.552.2 di Gio Ponti, i tavolini Attico e Domino di Nicola Gallizia, la libreria Pass-Word di Dante Bonuccelli, il letto Fulham di Rodolfo Dordoni e le cassettiere 909 di Luca Meda.

Ma l’elenco dei contributi è ancora più ampio. Negli interni troviamo arredi firmati Zanotta, Cassina, Molteni, Maxalto, Arclinea, Arflex, antoniolupi e Porro; Rimadesio per le porte, Secco Sistemi per i serramenti in ottone, Talenti per l’outdoor e Viabizzuno per le luci.

Il progetto illuminotecnico è di Mario Nanni, mentre il progetto dedicato al benessere è attribuito ad Antonio Lupi.

La struttura ospita due grandi suite e una Junior Suite, oltre a una zona wellness con hammam. Nelle camere compaiono letti Molteni e vasche antoniolupi; sopra, la copertura piana è diventata una terrazza che circonda la torre della lanterna e apre completamente lo sguardo verso l’Etna. Dagli spazi esterni si raggiunge direttamente il mare attraverso una passerella.

Il risultato è uno dei progetti più interessanti dell’intera selezione perché evita due rischi opposti: trasformare il faro in un museo congelato nel passato oppure cancellarne l’identità sotto un interior troppo invasivo.

Gio Ponti, Mario Nanni, Rodolfo Dordoni, Antonio Lupi e alcuni dei principali brand del design italiano entrano nell’edificio senza sottrargli la scena.

Fuori rimangono il castello, lo Ionio e l’Etna.

Ed è probabilmente proprio questo equilibrio a rendere il Faro di Brucoli un caso particolarmente riuscito di nuova ospitalità italiana: un piccolo edificio storico nel quale restauro, interior design e paesaggio riescono a parlare la stessa lingua.

Perché andarci: per dormire in un faro storico trasformato in un vero progetto di interior italiano, circondati da Gio Ponti, Molteni&C e antoniolupi, con l’Etna oltre le finestre.

4. Capofaro, Salina: MAB Arquitectura recupera il faro tra Malvasia e paesaggio eoliano

Capofaro, Salina

Dove: Via Faro 3, 98050 Malfa, Isola di Salina (ME), Sicilia
Architettura, interior e landscape design: MAB Arquitectura
Progetto: Floriana Marotta, Massimo Basile con Giorgio Gatti e Luca Torri
Direzione lavori: Antonio Podetti

A Salina il faro non è un oggetto isolato sulla roccia. È parte di un paesaggio più complesso fatto di vigneti di Malvasia, macchia mediterranea, terra vulcanica e mare.

È proprio questa relazione a guidare il progetto di recupero del Faro di Capofaro firmato da MAB Arquitectura, studio fondato da Floriana Marotta e Massimo Basile. Un intervento nel quale architettura, interior e paesaggio sono stati affrontati come parti dello stesso progetto e che nel 2023 ha ricevuto una Menzione d’Onore al Premio IN/ARCH.

Il faro risale alla metà dell’Ottocento e occupa il promontorio di Capofaro, sulla costa settentrionale di Salina. Gli ambienti che un tempo costituivano l’alloggio del guardiano erano rimasti inutilizzati; la riconversione, realizzata nel 2018 nell’ambito del programma Valore Paese Italia Fari, li ha trasformati in suite collegate all’adiacente struttura ricettiva.

L’approccio di MAB è dichiaratamente filologico.

Le volte sono state consolidate, i conci di tufo deteriorati dalla salsedine recuperati, cornici e soglie restaurate e la facciata rifatta utilizzando un intonaco a calce coerente con la tradizione costruttiva eoliana. All’interno sono rimasti leggibili alcuni degli elementi più caratteristici dell’edificio originario, come i soffitti voltati e la scala a spirale che conduceva alla lanterna.

Ma è soprattutto negli interni che emerge la qualità del progetto.

MAB sceglie quella che lo studio stesso definisce una poetica della sottrazione: pochi materiali, superfici chiare, volumi essenziali e dettagli costruiti per non interrompere il rapporto con il paesaggio. Il progetto evita qualsiasi interpretazione folkloristica dell’architettura eoliana e ne recupera invece gli elementi più profondi: la materia, la luce, il bianco e il rapporto continuo tra interno ed esterno.

Anche il landscape è parte integrante dell’intervento. Attorno al faro è stato sviluppato una sorta di museo botanico diffuso, attraversato da percorsi che raccontano le specie caratteristiche della macchia mediterranea e quelle autoctone di Salina.

È questo dettaglio a rendere Capofaro particolarmente interessante: qui il recupero non termina sulle pareti dell’edificio, ma continua nel terreno, nei vigneti e nella vegetazione.

Il faro torna così a essere un punto di orientamento, non soltanto per chi naviga davanti all’isola ma per tutto il progetto.

Perché andarci: per vedere uno dei più riusciti interventi italiani di adaptive reuse applicati a un faro, dove restauro, interior e landscape design diventano un unico racconto del paesaggio eoliano.

5. Mezzatorre, Ischia: Marie-Louise Sciò ridisegna una torre aragonese sul mare

Mezzatorre, Ischia

Dove: Via Mezzatorre 23, 80075 Forio d’Ischia (NA), Campania
Interior design e direzione creativa: Marie-Louise Sciò

Una torre costruita per controllare il mare diventa, quattro secoli dopo, uno degli hotel più riconoscibili del Mediterraneo.

Il Mezzatorre Hotel & Thermal Spa occupa un promontorio sulla costa nord-occidentale di Ischia, all’interno di un parco di sette ettari che scende fino a una baia privata. Al centro del complesso rimane l’edificio che gli dà il nome: una torre di avvistamento costruita dagli Aragonesi tra il XVI e il XVII secolo e rimasta incompiuta, da cui “Mezzatorre”. Nel Settecento venne ampliata dai duchi di Rancidello e negli anni Trenta diventò un luogo di incontro culturale grazie allo studioso e poeta Luigi Patalano.

Nel 2018 la famiglia Sciò scopre la proprietà e l’anno successivo il Mezzatorre entra nel mondo Pellicano Hotels.

A ridisegnarne l’identità è Marie-Louise Sciò, CEO e Creative Director del gruppo, con una formazione da architetto e una visione che da anni attraversa tutte le proprietà della famiglia.

Qui il progetto non cerca di ricostruire artificialmente un passato storico. Sciò introduce piuttosto una versione personale del glamour mediterraneo del Novecento: colori pieni, dettagli in ottone, ceramiche, tessuti, arredi rétro e riferimenti al design italiano di metà secolo.

Architectural Digest descrisse la riapertura del 2019 come una rilettura audace e colorata del glamour italiano mid-century, firmata proprio da Marie-Louise Sciò.

La torre rimane il cuore del complesso ma le camere si distribuiscono anche nel parco, tra edifici immersi nel verde e affacci sul mare. Gli interni contemporanei sono volutamente rilassati: eleganti ma mai rigidi, con una domesticità che allontana l’esperienza dall’idea classica di grand hotel. Lo stesso hotel attribuisce esplicitamente a Sciò il progetto degli interni delle camere.

E poi c’è il paesaggio.

Il parco segue la morfologia del promontorio fino alla baia; piscine termali sfruttano la natura vulcanica dell’isola, mentre terrazze e percorsi si inseriscono nella vegetazione senza cercare una geometria troppo evidente.

Nello stesso territorio si trova inoltre La Colombaia, la villa che negli anni Cinquanta divenne la residenza ischitana di Luchino Visconti. È una presenza vicina che contribuisce a costruire l’atmosfera culturale di questo tratto dell’isola.

Mezzatorre è quindi una dimora sul mare in senso quasi letterale: una fortificazione progressivamente trasformata in casa, cenacolo culturale e infine luogo dell’ospitalità.

Marie-Louise Sciò aggiunge l’ultimo strato senza cancellare quelli precedenti.

Perché andarci: per dormire dentro il paesaggio di una torre aragonese reinterpretata attraverso uno dei linguaggi più riconoscibili dell’ospitalità italiana contemporanea.

6. Hotel Il Pellicano, Porto Ercole: la dolce vita secondo Marie-Louise Sciò

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Dove: Località Sbarcatello, 58019 Porto Ercole (GR), Toscana
Creative direction e interior: Marie-Louise Sciò

Ci sono hotel che diventano famosi grazie agli ospiti che li frequentano. E poi ce ne sono alcuni nei quali architettura, fotografia, moda e design finiscono per costruire insieme un immaginario.

Il Pellicano appartiene a questa seconda categoria.

La storia comincia negli anni Sessanta, quando l’americana Patricia Pilkington e l’aviatore britannico Michael Graham scelgono una baia appartata del Monte Argentario per costruire il proprio rifugio. Gli amici iniziano ad arrivare, il luogo diventa progressivamente un punto di incontro internazionale e nel 1965 la villa viene trasformata in hotel. Nel 1979 la proprietà passa a Roberto Sciò.

Oggi è Marie-Louise Sciò, figlia di Roberto, a guidarne l’identità come CEO e Creative Director del gruppo.

Ed è importante usare proprio questa parola: identità.

Il Pellicano non è il risultato di un unico intervento di interior design concluso in una data precisa. È piuttosto un progetto costruito nel tempo, attraverso aggiunte, sottrazioni, recuperi e scelte che hanno preservato il carattere domestico dell’hotel mentre il mondo dell’ospitalità di lusso cambiava intorno a lui.

Negli interni convivono pavimenti in cotto, mobili vintage, tessuti stampati, fibre naturali, ceramiche, colori mediterranei e pezzi contemporanei. Niente sembra disposto per creare l’effetto di un ambiente appena progettato; l’impressione è piuttosto quella di entrare in una casa cresciuta bene nel corso di decenni.

È una differenza sottile ma fondamentale.

Anche quando arrivano elementi nuovi, Sciò li fa entrare nell’immaginario esistente. Un esempio è la collaborazione con Campbell-Rey e Nordic Knots per una versione speciale del tappeto Climbing Vine: il disegno è stato reinterpretato in una palette legata ai colori del Pellicano e inserito nelle camere dell’hotel.

Il progetto continua poi all’esterno.

La piscina, le terrazze, la discesa verso il mare, le celebri righe gialle e bianche e la vegetazione diventano parte di una composizione visiva immediatamente riconoscibile. È anche per questo che Il Pellicano ha attraversato così bene la fotografia: Slim Aarons contribuì a trasformarne il paesaggio in una delle immagini simbolo della villeggiatura italiana del secondo Novecento.

La forza dell’hotel, tuttavia, sta nel fatto che quell’immagine non è rimasta congelata.

Marie-Louise Sciò ha continuato a modificarla senza interromperne la continuità, mantenendo quell’equilibrio apparentemente semplice tra sofisticazione e informalità che oggi viene spesso imitato negli hotel mediterranei.

Qui il design non coincide con una firma spettacolare. Coincide con la capacità di far sembrare inevitabile tutto ciò che c’è.

Perché andarci: per capire come un hotel possa diventare un’icona del design non attraverso un unico gesto architettonico, ma attraverso sessant’anni di stratificazioni, immagini e cultura dell’abitare mediterraneo.

7. LA ROQQA, Porto Ercole: Palomba Serafini trasforma la Maremma in interior design

boutique hotel toscana umbria La Roqqa, Porto Ercole

Dove: Via Panoramica 7, Porto Ercole (GR), Toscana
Architettura e interior design: Palomba Serafini Associati
Progetto: Ludovica Serafini e Roberto Palomba

A pochi chilometri dal Pellicano, Porto Ercole racconta oggi un altro modo di progettare l’ospitalità sul mare.

LA ROQQA guarda il porto dall’alto di Via Panoramica e prende il nome dalla fortezza spagnola che domina il borgo. Se Il Pellicano rappresenta la sedimentazione di un immaginario costruito in sessant’anni, qui il progetto nasce invece da una visione contemporanea molto precisa.

A firmarlo è Palomba Serafini Associati, lo studio di Ludovica Serafini e Roberto Palomba.

Il punto di partenza non è stato creare un generico hotel mediterraneo, ma cercare di tradurre la Maremma in un sistema di colori, materiali e forme.

Le 55 camere e suite e gli spazi comuni seguono palette diverse derivate direttamente dal territorio: il terra di Siena richiama le facciate di Porto Ercole, il verde la macchia mediterranea, il blu il mare dell’Argentario e le tonalità sabbia diventano la base più neutra delle suite.

Il riferimento culturale è il grande design italiano degli anni Sessanta e Settanta, reinterpretato però senza nostalgia.

Accanto a pezzi iconici compaiono numerosi arredi custom disegnati dallo studio, mentre terracotta, legno, argilla, pelle e intrecci dialogano con lavorazioni artigianali del territorio.

È uno dei motivi per cui LA ROQQA funziona particolarmente bene all’interno di questa selezione: il mare non è soltanto la vista davanti all’hotel, ma entra direttamente nel concept.

Il progetto procede quasi per campionamento del paesaggio. Il colore della terra diventa una parete; quello della vegetazione diventa una stanza; la materia dell’artigianato locale entra negli arredi.

Anche gli spazi pubblici seguono lo stesso principio. Il ristorante Scirocco occupa il rooftop panoramico con una terrazza rivolta verso Porto Ercole, mentre l’Isolotto Beach Club porta il progetto direttamente sulla riva del mare.

Sostenibilità e recupero delle competenze artigianali non vengono presentati come elementi aggiuntivi, ma come parte della strategia progettuale. È proprio dall’analisi delle risorse naturali e delle lavorazioni locali che Palomba Serafini costruisce buona parte del linguaggio dell’hotel.

Il risultato evita intenzionalmente il cliché nautico.

Non servono ancore, oblò o righe blu per ricordare che siamo sul mare. Sono la luce, la materia e le palette cromatiche a raccontarlo.

LA ROQQA dimostra così come un progetto contemporaneo possa costruire un’identità fortemente legata al luogo senza ricorrere alla sua rappresentazione letterale.

Perché andarci: per vedere come Ludovica Serafini e Roberto Palomba hanno trasformato colori, materiali e artigianato della Maremma in un progetto completo di ospitalità contemporanea.

8. Parco dei Principi, Sorrento: il Mediterraneo disegnato da Gio Ponti

parco dei principi sorrento

Dove: Via Rota 44, 80067 Sorrento (NA), Campania
Architettura e interior design: Gio Ponti
Restauro filologico: Fabrizio Mautone

C’è un indirizzo che, in una selezione dedicata al design sul mare, non potrebbe davvero mancare.

Il Parco dei Principi di Sorrento non è semplicemente un hotel progettato da Gio Ponti. È uno di quei rari casi nei quali un autore ha potuto immaginare praticamente ogni livello dell’esperienza: architettura, interni, arredi, colori, superfici, ceramiche e rapporto con il paesaggio.

Ponti riceve l’incarico dall’ingegnere Roberto Fernandes alla fine degli anni Cinquanta e segue il progetto dalle fondamenta alle decorazioni. L’hotel viene inaugurato l’11 aprile 1962 e viene oggi indicato dalla stessa struttura come uno dei primi design hotel al mondo.

Il punto di partenza è straordinario: da una parte un antico parco botanico, dall’altra il Golfo di Napoli. Ponti decide di non competere con questi colori, ma di costruire l’intero progetto attorno a essi.

Nasce così uno degli interni più riconoscibili del design italiano del Novecento: bianco, blu e azzurro diventano quasi gli unici colori ammessi.

Per i pavimenti Ponti disegna 30 motivi differenti di maioliche, combinando linee, cerchi, triangoli, foglie, stelle e lune in composizioni diverse. La scelta è radicale: ciascuna delle cento camere originarie riceve un pavimento differente. Negli spazi al piano terra il disegno arriva anche sulle superfici verticali attraverso ceramiche e placche in maiolica di Fausto Melotti.

Ma il progetto non si ferma alle superfici.

Anche le camere sono pensate da Ponti come piccoli dispositivi di funzionalità e bellezza: testiere, scrittoi, specchiere, chaise longue trasformabili e dettagli lignei fanno parte di un sistema coerente nel quale quasi nulla è lasciato al caso.

Persino la piscina di acqua marina immersa nel giardino è un progetto di Gio Ponti, con piccole penisole che emergono dall’acqua e un trampolino-scala dalla forma scultorea. Attraversando alcuni tunnel scavati nella roccia si raggiunge invece la spiaggia privata e la scogliera sul mare.

È questa continuità tra interno ed esterno a rendere ancora oggi il Parco dei Principi così contemporaneo. Il Mediterraneo non viene rappresentato attraverso decorazioni nautiche: viene astratto in geometrie, luce e colore.

A preservare questa identità ha contribuito il lungo lavoro di recupero condotto dall’architetto napoletano Fabrizio Mautone, iniziato alla fine degli anni Novanta e culminato in un restauro filologico basato su schizzi, documenti e disegni originali di Ponti. Materiali, finiture e arredi sono stati recuperati con l’obiettivo di restituire all’edificio il più possibile la sua configurazione originaria.

A oltre sessant’anni dall’inaugurazione, il risultato conserva una forza sorprendente.

Forse perché Ponti aveva compreso una cosa molto semplice: quando davanti alle finestre c’è il mare di Sorrento, l’architettura non deve imitarlo. Deve trovare un modo per continuarlo all’interno.

Perché andarci: per dormire dentro uno dei capolavori di Gio Ponti e vedere come il grande design italiano degli anni Sessanta riesca ancora oggi a raccontare il Mediterraneo senza sembrare nostalgico.

9. Splendido, Portofino: Martin Brudnizki riscrive la Dolce Vita ligure

Splendido, Portofino

Dove: Salita Baratta 16, 16034 Portofino (GE), Liguria
Interior design: Martin Brudnizki Design Studio
Landscape design: Marco Bay

Se il Parco dei Principi rappresenta un progetto d’autore rimasto quasi intatto per oltre sessant’anni, lo Splendido di Portofino racconta il problema opposto: come intervenire su un’icona senza cancellare l’immaginario che l’ha resa celebre.

L’edificio nasce come monastero benedettino del XVI secolo, arroccato sulla collina sopra Portofino. Trasformato successivamente in hotel, nel corso del Novecento diventa uno dei luoghi simbolo della Riviera ligure e della villeggiatura internazionale.

Nel giugno 2025, dopo una riqualificazione pluriennale, Splendido ha inaugurato una nuova fase della propria storia.

A guidare l’intervento è Martin Brudnizki Design Studio, chiamato a ripensare camere, suite, ristoranti e spazi comuni senza trasformare l’hotel in una versione caricaturale della Dolce Vita.

Il progetto parte dall’architettura e dall’artigianato ligure.

Brudnizki lavora con terrazzo, marmo, mosaico, midollino, ceramiche di Albisola, arredi italiani su misura e vetri di Murano, inserendoli in ambienti dalle tonalità pastello. Disegni botanici, opere d’arte italiane contemporanee e fotografie storiche di Portofino costruiscono un altro livello del racconto, mentre alcuni corridoi diventano quasi piccole gallerie dedicate alla memoria dell’hotel e del borgo.

È un modo intelligente di lavorare sull’heritage perché evita il restauro inteso come immobilità.

Brudnizki non cerca di riportare Splendido a una data precisa. Piuttosto costruisce l’impressione di una grande villa italiana sul mare cresciuta nel tempo, dove un mobile antico può convivere con un tessuto contemporaneo e un lampadario in vetro di Murano con un pezzo disegnato appositamente per l’hotel.

Nella nuova stagione compare anche Baratta Sedici, il cocktail bar diventato uno dei fulcri del progetto, mentre la riqualificazione ha introdotto la prima Dior Spa permanente in Italia.

Anche il verde partecipa alla nuova identità dello Splendido attraverso il lavoro del landscape designer Marco Bay, che accompagna l’intervento sugli interni mantenendo quella continuità tra giardino, edificio e pendio sul mare che caratterizza da sempre la proprietà.

Il risultato non è minimalista, né vuole esserlo.

Pattern, texture, colori, opere d’arte e riferimenti storici costruiscono ambienti ricchi ma calibrati. Il lusso non deriva dalla quantità di materiali preziosi, quanto dalla capacità di far sembrare ogni dettaglio appartenente da sempre a Portofino.

È probabilmente questa la parte più difficile del progetto: ridisegnare un’icona senza far percepire la frattura tra il prima e il dopo.

Perché andarci: per vedere come Martin Brudnizki ha reinterpretato uno dei grandi miti dell’ospitalità italiana attraverso artigianato ligure, design contemporaneo e memoria della Riviera.

10. La Casa di Maratea: Marco De Luca trasforma una casa di famiglia in un manifesto personale sul Tirreno

La Casa di Maratea

Dove: Via Citrosello 24, 85046 Marina di Maratea (PZ), Basilicata
Ideazione e interior design: Marco De Luca / Studio Marco De Luca

L’ultimo indirizzo è volutamente diverso da tutti gli altri.

Non è un grande hotel. Non è un faro e non è un monumento storico trasformato per l’ospitalità.

È una casa di famiglia degli anni Settanta affacciata sul Golfo di Policastro, diventata attraverso il progetto di Marco De Luca una delle dimore sul mare più personali e riconoscibili della costa italiana.

La Casa di Maratea apparteneva già alla famiglia De Luca. La costruzione originaria era una tipica villa per le vacanze, funzionale ma architettonicamente piuttosto anonima. È stato Marco De Luca, designer, scenografo, collezionista e già ideatore della Maison La Minervetta di Sorrento, a trasformarla dopo circa due anni di lavori.

Qui il concetto di progetto è completamente diverso rispetto agli altri indirizzi della selezione.

Non esiste una palette neutra che lascia tutto il protagonismo al paesaggio. Al contrario, De Luca costruisce una casa fortemente autobiografica nella quale rosso, blu, bianco, righe, geometrie e maioliche entrano continuamente in dialogo con il Tirreno.

Il rosso e il blu riprendono l’identità cromatica già sviluppata per La Minervetta e rimandano anche alle origini danesi della famiglia; alcuni frontoni geometrici nascono invece dalle memorie dei viaggi di De Luca in Oriente.

Le ceramiche diventano una delle firme del progetto.

Le maioliche sono disegnate dallo Studio Marco De Luca e realizzate artigianalmente da Ceramica Vietri Scotto: rivestono pavimenti, camini, bagni, tavoli e persino alcuni elementi degli spazi esterni. Numerosi arredi sono stati realizzati su misura, dalle nicchie dei letti alla cucina fino alle consolle e ai tavoli.

Poi c’è la collezione.

Dentro la casa convivono pezzi e opere di Ettore Sottsass, Nathalie Du Pasquier, Gaetano Pesce, Gio Ponti, Le Corbusier e Vanessa Beecroft, accanto a mobili vintage, ceramiche acquistate nei mercatini e oggetti raccolti durante i viaggi.

E continuando a guardare emergono altri nomi.

Una Panton Chair di Vitra; il divano Loll di Paola Navone per Gervasoni; la Toio di Achille e Pier Giacomo Castiglioni per Flos; la Pipistrello di Gae Aulenti; tavoli Tulip di Eero Saarinen; pezzi Kartell firmati da Ferruccio Laviani e Ludovica+Roberto Palomba.

Potrebbe diventare facilmente un esercizio di accumulo.

E invece funziona perché tutto viene tenuto insieme da un’identità estremamente personale. Gli oggetti non sembrano scelti per costruire la collezione perfetta da magazine: appartengono a viaggi, ricordi, affinità e passioni del proprietario.

La casa misura circa 160 metri quadrati, si sviluppa su due livelli e ospita fino a sei persone in tre camere. Intorno, un giardino privato, una piscina e una grande terrazza guardano il Golfo di Policastro; la proprietà ha accesso diretto al mare.

È una chiusura perfetta per questo viaggio perché riporta il design alla sua dimensione più intima.

Dopo fari ottocenteschi, torri di avvistamento, grandi hotel e progetti firmati da alcuni dei protagonisti dell’architettura internazionale, La Casa di Maratea ricorda che progettare un luogo sul mare può significare anche costruire una casa capace di raccontare chi la abita.

Perché andarci: per vivere per qualche giorno dentro una collezione privata di arte e design affacciata sul Tirreno, tra maioliche disegnate ad hoc, grandi maestri del Novecento e un Mediterraneo interpretato senza paura del colore.

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