Marco Brunato racconta Sadun: scouting internazionale dei materiali, consulenza tecnica al progetto, la nuova Iconic Compact e una sostenibilità misurata con certificazioni di enti terzi.
Un materiale non diventa progetto quando entra in catalogo. Lo diventa quando qualcuno ne conosce le prestazioni, le lavorazioni, i limiti, il modo in cui reagisce alla luce e all’uso quotidiano. È in quello spazio, tra la superficie che si sceglie e la superficie che si posa, che si gioca gran parte della qualità di un interno.
È da qui che parte la conversazione di Archi&Interiors con Marco Brunato, Sales Director di Sadun, l’azienda fondata a Seregno nel 1967 da Umberto Sadun e oggi guidata da Gabriella Sadun. Un dialogo che nasce dalla collaborazione tra Sadun e Archi&Interiors e che porta dentro un mestiere spesso fuori campo: lo scouting internazionale dei materiali, la selezione, la consulenza tecnica che accompagna il progettista prima ancora della posa.
Per molto tempo il distributore è stato soprattutto un tramite tra produttore e cliente. Nella visione di Sadun la fornitura cambia natura: diventa servizio al progetto, competenza condivisa, capacità di prevenire errori che costano tempo e qualità. È la stessa attitudine che a metà degli anni Ottanta ha portato in Italia la solid surface e che oggi si misura con i pannelli decorativi Sibu Design, con materiali come PaperStone®, laminati carbon neutral e pannelli ricavati da residui agricoli, e con una nuova generazione di piani in HPL compatto.
Con Marco Brunato abbiamo seguito tre fili: l’evoluzione del modello di business di Sadun dagli anni Sessanta e Settanta a oggi, la ricerca sui materiali sostenibili e la nuova collezione di piani cucina Iconic Compact, insieme al configuratore 3D che la accompagnerà. Senza dimenticare il valore dell’esperienza fisica della materia in una progettazione sempre più digitale e una sostenibilità raccontata senza scorciatoie: credibile solo quando è certificata da enti terzi, anche a costo di spiegare limiti e compromessi.
Intervista a Marco Brunato, Sadun: materiali, consulenza e cultura del progetto
Quale bisogno intercettava Sadun nel 1967 e che cosa resta di quella visione?
Sadun nasce per intercettare un bisogno molto preciso: offrire al mercato italiano materiali innovativi, selezionati con attenzione e letti attraverso una sensibilità internazionale. È una visione che, allora come oggi, unisce intuito, competenza tecnica e capacità di anticipare l’evoluzione dell’interior design. La sua attualità sta proprio in questo: non limitarsi a introdurre un prodotto, ma contribuire a costruire una cultura del progetto più consapevole.
Come si è evoluto il modello di business di Sadun?
Nel tempo il modello Sadun si è evoluto da distribuzione specialistica a piattaforma di supporto al progetto. All’inizio contava soprattutto la capacità di selezionare materiali interessanti e poco diffusi; oggi conta anche il modo in cui questi materiali vengono accompagnati, interpretati e messi in relazione con le esigenze reali del progettista. In un mercato più veloce e più competitivo, il valore non è più soltanto nel prodotto, ma nella qualità del servizio.
Quando la fornitura diventa un vero servizio al progetto?
La fornitura diventa un vero servizio al progetto quando smette di essere una risposta logistica e diventa un supporto consulenziale. Succede quando entrano in gioco la conoscenza delle prestazioni, delle lavorazioni, delle compatibilità e della manutenzione, prima ancora della posa. A quel punto il distributore non è più un semplice intermediario, ma un interlocutore tecnico che aiuta il progetto a prendere forma in modo più preciso.

Come si custodisce la cultura del fondatore continuando a rinnovarsi?
Custodire una cultura aziendale significa non perdere i criteri che l’hanno resa riconoscibile: qualità della selezione, visione internazionale, affidabilità e attenzione al progetto. Rinnovare, invece, vuol dire aggiornare materiali, strumenti e servizi senza snaturare quella matrice. La continuità, in questo caso, non è immobilità: è la capacità di far evolvere il metodo restando fedeli alla sua origine.
Scouting e innovazione dei materiali
Come si riconosce un materiale destinato a cambiare davvero il progetto?
Un materiale davvero innovativo si riconosce quando non apre solo una possibilità estetica, ma modifica concretamente il modo di progettare, lavorare e usare lo spazio. Deve avere una forza tecnica, non solo comunicativa. Le tendenze passano; i materiali che incidono davvero restano perché cambiano il progetto alla radice.
Come distinguete un’innovazione autentica da un prodotto costruito per attirare l’attenzione?
L’innovazione autentica resiste a tre verifiche: prestazione, continuità produttiva e applicabilità reale. Se un materiale funziona solo come immagine, ma non regge il confronto con l’uso quotidiano e con il processo costruttivo, resta un esercizio di marketing. La differenza sta nella capacità di trasformare una promessa in un valore progettuale concreto.
Quale principio tiene coerente una selezione così ampia?
Il principio non è l’omogeneità formale, ma la coerenza di visione. Materiali diversi possono convivere se condividono la stessa utilità per il progetto: qualità tecnica, affidabilità, leggibilità e capacità di rispondere a contesti d’uso differenti. In questo senso la selezione non è una somma di prodotti, ma un sistema di soluzioni.

Il dialogo con i progettisti
Quanto conta l’esperienza fisica della materia in una progettazione sempre più digitale?
Conta moltissimo, perché la materia non vive davvero in una fotografia o in un rendering. Va vista alla luce, toccata, verificata nelle sue reazioni e confrontata con gli altri elementi del progetto. L’esperienza fisica resta decisiva proprio perché restituisce quella complessità che il digitale, da solo, non può trasmettere.
In che modo il confronto con i professionisti orienta la selezione?
Il confronto con i progettisti è fondamentale perché permette di leggere i bisogni reali del mercato prima che diventino evidenti. Le richieste dei professionisti orientano la selezione dei materiali, oltre a influenzare il modo in cui si costruiscono servizi e strumenti di supporto. In questo senso il dialogo con gli studi non è solo commerciale: è una parte attiva del processo di innovazione.
Quali sono oggi le richieste più interessanti degli studi?
Le richieste più interessanti non riguardano un solo aspetto, ma una combinazione di esigenze. Gli studi cercano materiali che offrano prestazioni, sostenibilità verificabile, libertà di lavorazione e, sempre più spesso, anche strumenti che semplifichino la gestione del progetto. Il punto non è scegliere tra tecnica ed estetica, ma trovare soluzioni che le tengano insieme in modo credibile.
In quale fase dovrebbe entrare Sadun nel progetto?
Idealmente Sadun dovrebbe entrare nel progetto molto prima della fase finale, quando le scelte sono ancora aperte e la superficie può dialogare con struttura, funzione e linguaggio dell’intervento. Più il confronto è precoce, più il materiale diventa parte del progetto e non un semplice rivestimento applicato alla fine. È lì che si crea valore aggiunto.
Quali errori si evitano coinvolgendo prima un consulente dei materiali?
Molti errori nascono da una distanza eccessiva tra immaginazione progettuale e fattibilità tecnica. Coinvolgere prima un consulente specializzato permette di prevenire problemi di durabilità nei vari contesti, incompatibilità nei dettagli costruttivi, non conformità alle certificazioni richieste, difficoltà di posa e criticità nella manutenzione. In pratica, si evitano fraintendimenti costosi e si aumenta la qualità complessiva del risultato.
Come si offre una soluzione concreta senza limitare la libertà del progettista?
Si costruisce con equilibrio: offrendo competenza senza imporre soluzioni predefinite. Il servizio deve aiutare il progettista a orientarsi, non a restringere il campo delle possibilità. La consulenza migliore è quella che rende più semplice decidere, senza mai sostituirsi alla visione creativa.

Iconic Compact e i nuovi servizi
Da quale lettura dell’abitare nasce Iconic Compact?
Iconic Compact nasce da una lettura molto chiara dell’abitare contemporaneo: cucina e bagno non sono più spazi puramente funzionali, ma ambienti in cui si chiede continuità estetica, praticità e qualità tecnica. La collezione risponde a questa esigenza con top cucina e bagno che uniscono immagine naturale, resistenza e manutenzione semplice, senza rinunciare a una forte identità materica.
Come evitare che un piano effetto pietra diventi una semplice imitazione?
Iconic Compact non cerca di imitare la pietra in modo mimetico, ma di reinterpretarne il linguaggio con una tecnologia più controllabile e più adatta al progetto contemporaneo. Il suo valore sta proprio nel tenere insieme performance e immagine, offrendo un’alternativa che parla di naturalezza senza perdere chiarezza tecnica. È una proposta che non finge di essere altro: costruisce una propria identità.

Quali servizi affiancheranno la nuova collezione?
Vogliamo colmare un vuoto nella filiera e migliorare il servizio offerto al designer nel campo dei top cucina: molti professionisti lavorano ancora su carta, con errori e tempi lunghi per ottenere quotazioni affidabili. Per questo lanceremo un configuratore 3D molto dettagliato che porta il progetto digitale fino al file di produzione, con render realistici, preventivi in tempo reale e controllo tecnico automatico (con verifica umana, se necessario). Non vogliamo sostituire la rete commerciale: la forza vendita resterà il punto di contatto locale, mentre il tool accelera la progettazione, riduce gli errori e rende la personalizzazione dei top cucina e delle superfici tecniche fruibile a tutti. In futuro, il tool permetterà di lavorare anche diversi tipi di materiali.
Sostenibilità e prospettive
Con quali criteri valutate la responsabilità ambientale di un prodotto?
La responsabilità ambientale di un prodotto va valutata con uno sguardo complessivo, non solo sulla base di un singolo vantaggio dichiarato. Contano composizione, durata, processo produttivo, trasporto, manutenzione e fine vita. Una scelta è davvero sostenibile quando regge a tutte queste domande, non soltanto alla prima lettura. Abbiamo imparato a districarci tra tutte le normative e a difenderci dai proclami che fanno bene al marketing ma sono al limite del greenwashing. Valutiamo gli aspetti di sostenibilità solo in presenza di certificazioni rilasciate da enti terzi, come EPD, ISO 14001 e ISO 20121.
Quanto conta raccontare ai progettisti anche limiti e compromessi?
È fondamentale, perché la sostenibilità credibile non è mai assoluta e va raccontata con onestà. Restituire una lettura completa significa dare ai progettisti gli strumenti per prendere decisioni mature, consapevoli e coerenti con l’uso reale del materiale. A volte questo vuol dire spiegare anche limiti e compromessi, ma è proprio lì che si misura la qualità del servizio.
Quale materiale racconta meglio l’identità di Sadun?
Non riteniamo che esista una proposta cui dover dare maggiore attenzione: tutte le nostre soluzioni hanno pari valore. Sul sito troverà l’elenco completo; al momento la novità Iconic è particolarmente promettente e potrebbe far emergere molte nuove opportunità.
Quale parte del vostro lavoro resta invisibile al pubblico?
Il pubblico vede il risultato finale, ma non sempre il lavoro invisibile che lo precede. La qualità della selezione dipende spesso da passaggi meno appariscenti: prove tecniche, confronto con i produttori, verifica delle prestazioni e capacità di rinunciare a ciò che non è davvero all’altezza. È un lavoro di filtro, e proprio per questo decisivo.
Siamo nel 2036. Come immagina Sadun?
Vorrei immaginare una Sadun ancora più vicina al progetto, capace di unire selezione, consulenza e strumenti digitali con una visione sempre più precisa dei bisogni reali del mercato. Mi piacerebbe anche che il modo di scegliere i materiali fosse meno superficiale e più consapevole: non solo estetica o tendenza, ma comprensione piena delle prestazioni, dell’uso e dell’impatto complessivo sulla collettività. Sarebbe un cambiamento culturale, prima ancora che commerciale.
Il valore di ciò che non si vede
Alla fine di questa conversazione resta un’immagine precisa: quella del filtro. Ciò che arriva sul tavolo del progettista è il risultato di prove, verifiche e rinunce che il pubblico non vede, ma che decidono la qualità di una superficie molto più della sua prima impressione.
È una lezione che vale ben oltre la distribuzione. Scegliere un materiale non è un gesto estetico che chiude il progetto, ma una decisione tecnica e culturale che lo accompagna dall’inizio. Chi vuole approfondire come le superfici stanno cambiando cucina e bagno può proseguire con le nostre analisi sulle tendenze cucina 2026 e sulle superfici viste a Cersaie 2026, oppure ritrovare un’altra voce della cultura della superficie nell’intervista a Roberta Vecci di Novacolor.

