Case Manifesto. Le dimore in cui architetti, designer e stilisti hanno messo alla prova la propria idea di bellezza. Sulla costa nord-orientale di Pantelleria la strada perimetrale scende verso un'insenatura stretta fra pareti di lava. A Cala Gadir il porticciolo è piccolo e le barche restano ormeggiate a pochi metri da vasche scavate nella roccia, …
Case Manifesto. Le dimore in cui architetti, designer e stilisti hanno messo alla prova la propria idea di bellezza.

Sulla costa nord-orientale di Pantelleria la strada perimetrale scende verso un’insenatura stretta fra pareti di lava. A Cala Gadir il porticciolo è piccolo e le barche restano ormeggiate a pochi metri da vasche scavate nella roccia, dove un flusso di acqua termale a circa 50 °C riempie pozze usate come piscine naturali. Il mare, appena oltre, cambia colore sopra i fondali neri. Il vento arriva quasi sempre. Da qui il sole non si vede calare: chi vi ha soggiornato ha scritto che questo angolo dell’isola colleziona albe, non tramonti.
Sulle alture che salgono dall’insenatura, fra muretti a secco, vigne basse e fichi d’India, compaiono cupole bianche e muri di pietra scura immersi in un palmeto. Il palmeto colpisce su un’isola dove, alla metà degli anni Sessanta, gli alberi erano quasi assenti, perché gli agricoltori li consideravano spazio sottratto alla vite. È la casa di Giorgio Armani a Pantelleria. Lo stilista vi ha trascorso le vacanze estive per oltre quarant’anni, fino a un paio d’anni prima della scomparsa, avvenuta a Milano il 4 settembre 2025.
Dal punto di vista del progetto la casa di Giorgio Armani a Pantelleria è un caso raro. È la dimora privata di una figura che ha costruito un’estetica riconoscibile in tutto il mondo, ed è cresciuta per aggiunte successive dentro una delle architetture vernacolari più codificate del Mediterraneo. Nell’arco di decenni è stata arredata con mobili moderni, oggetti trovati nei mercatini e, dopo il 2000, con le collezioni Armani/Casa. Leggerla permette di osservare come un linguaggio nato nella moda si misuri con la pietra lavica, l’acqua scarsa e il vento.
La casa in breve: la scheda
Località: Cala Gadir, costa nord-orientale dell’isola di Pantelleria, in provincia di Trapani.
Proprietario: Giorgio Armani dal 1981 fino alla scomparsa. Secondo il testamento reso noto nel settembre 2025, la società L’Immobiliare Srl, cui fa capo anche l’immobile di Pantelleria, è andata alla sorella Rosanna e ai nipoti Andrea Camerana e Silvana Armani, con una quota in usufrutto a Leo Dell’Orco. A Dell’Orco il testamento riconosce anche il diritto di utilizzare la casa.
Acquisizione: primo acquisto nel 1981 e, alcuni anni dopo, un secondo terreno più vicino al mare.
Tipologia: complesso di dammusi, gli edifici rurali panteschi in pietra lavica con copertura a cupola imbiancata a calce.
Numero di edifici: sette dammusi. Secondo il racconto di Armani del 2020 all’inizio ne acquistò tre, e col tempo la proprietà si ampliò fino a comprenderne altri quattro.
Architetto: Gabriella Giuntoli, architetto di formazione milanese che vive e lavora sull’isola dalla metà degli anni Sessanta.
Superficie: non resa pubblica nelle fonti consultate.
Interventi successivi: ampliamenti per acquisizione di nuovi dammusi. In un testo firmato da Armani lo stilista cita una manutenzione ogni anno, lavori alla piscina e un rinnovo completo degli interni con pezzi Armani/Casa.
Giardino: l’Oasi, con circa duecento palme, cinque delle quali centenarie provenienti da una villa di Palermo, e una vigna per il passito che Armani chiamò Oasi.
Piscina: sagoma a virgola, pensata per sembrare una vasca naturale nel paesaggio.
Giorgio Armani e Pantelleria: dal primo rifiuto a Cala Gadir

Armani si considerava tra i primi turisti dell’isola e non ne ha mai nascosto l’inizio difficile. Nel ricordo scritto per Il Sole 24 Ore nel 2020, la Pantelleria del primo viaggio era «brulla, scontrosa, rude». Non c’erano spiagge di sabbia, le rocce lasciavano lividi e il disagio era costante, tanto che non vedeva l’ora di ripartire. In un altro testo firmato per L’Officiel Singapore, poi ripreso da Luxuo, aggiunge dettagli quasi domestici. Era arrivato per far visita a un amico, per cucinare serviva un generatore e l’evento della giornata era il passaggio di un’automobile sulla strada.
Il cambiamento fu lento. Dopo qualche giorno si abituò all’inattività e scoprì un silenzio assoluto. Nel 1981 tornò sull’isola, ospite di un altro amico, e decise di comprare casa. Qualche anno dopo acquistò un terreno più vicino all’acqua, e da allora la casa diventò il suo rifugio di ogni agosto. Più tardi prese a tornarci anche per lunghi fine settimana in autunno e in primavera.
Il motivo della scelta è la chiave di tutta la casa. Armani spiegava che a Pantelleria il mare non era una priorità. Contavano l’isola nel suo insieme, la luce, il terreno di roccia vulcanica nero e accidentato, le persone che la abitano. Per uno stilista che ha lavorato una vita sulla materia dei tessuti, scegliere un luogo per il suo suolo e la sua luce, e non per la vista, è già una dichiarazione di metodo. Lo scenario conta come materiale prima che come panorama.
La zona di Cala Gadir è una delle più riconoscibili dell’isola, con il piccolo borgo sul porto e le sorgenti calde a filo d’acqua. La tenuta, con i suoi sette dammusi, duecento palme e una vigna, si affaccia sull’insenatura. La rivista Cartography, che nel 2017 vi ha dedicato un ampio servizio, usa il nome della cala per indicare la proprietà stessa.

La proprietà è cresciuta per acquisizioni successive. Le due fonti firmate da Armani divergono sul punto di partenza. Nel testo per L’Officiel parla di due dammusi abbandonati, in un punto isolato dove si raccoglievano i fichi d’India dai grandi cactus. In quello per Il Sole 24 Ore i dammusi iniziali sono tre, diventati poi sette. Anche Reuters, nel 2025, descriveva la casa come un insieme di sette dammusi circondati da oltre 150 palme.
Il legame con l’isola è andato oltre la villeggiatura. Armani era cittadino onorario di Pantelleria dal 10 agosto 2006. Nel tempo ha donato una TAC all’ospedale, ha contribuito in modo decisivo a salvare dalla chiusura l’unico cinema dell’isola e, dopo l’incendio che nel 2022 arrivò a circondare la sua villa, ha finanziato con 800 mila euro la rete idrica e l’acqua potabile di Cala Gadir e Cala Tramontana, zone che ne erano prive. Nel settembre 2025 l’ENAC ha avviato l’iter per intitolargli l’aeroporto dell’isola.
I dammusi di Pantelleria: l’architettura vernacolare dentro la casa di Armani

Per capire i dammusi di Giorgio Armani bisogna partire dal tipo edilizio. Il termine deriva dal siciliano dammusu, cioè volta o intradosso. Gli esemplari più semplici hanno pianta quadrangolare e muri di grande spessore in pietra lavica locale, montati a secco con doppio paramento di pietre sbozzate a spacco. La copertura è a cupola, più raramente a botte, imbiancata a calce e usata per raccogliere l’acqua piovana che alimenta le cisterne. Le origini sono remote e discusse. La tradizione le lega alla presenza araba, ed è la lettura che dà anche Armani.
La tecnica è cambiata nel tempo. Gli studi locali distinguono un’epoca del táiu, una malta di terra impastata con acqua, da un’epoca della calce. Con la calce la muratura a pietra tagliata permise di ridurre lo spessore dei muri esterni a circa 80 centimetri. Armani descriveva i suoi dammusi come case in pietra lavica tenute insieme da un impasto di terra e acqua, con il tetto bianco a cupola. La descrizione rimanda alla tecnica più antica, anche se nessuna fonte consultata data con precisione le singole costruzioni.
Ogni elemento risponde al clima. La massa muraria rallenta il passaggio del calore e le aperture ridotte difendono dal vento. La cupola trasforma il tetto in un bacino di raccolta, e questo è decisivo su un’isola dove l’acqua è sempre stata scarsa. Armani raccontava che i muri di pietra vulcanica spessi circa sessanta centimetri e le cupole bianche tenevano le stanze fresche e l’aria sempre nuova, meglio di un condizionatore.
Il dammuso è anche un sistema di spazi, oltre che una stanza voltata. Il repertorio pantesco comprende la casena, nicchia ricavata nelle pareti, la ducchena, seduta in pietra addossata ai muri, la pinnata, copertura leggera di canne e travi di legno, e il passiaturi, passaggio esterno che collega più ambienti. Nei complessi più grandi c’erano anche l’aia circolare per battere il grano e lo stinnituri per essiccare lo zibibbo destinato al passito. La casa rurale era un’unità agricola, e la vita si svolgeva fra dentro e fuori.
Attorno ai dammusi c’è il paesaggio costruito dell’isola: terrazzamenti, muretti a secco e la vite bassa. La coltivazione della vite ad alberello di Pantelleria è iscritta dal 2014 nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO. Poi ci sono i giardini panteschi, muraglie circolari in pietra alte più di tre metri costruite per proteggere limoni e aranci dal vento.

Molto di questo repertorio resta leggibile nella proprietà di Cala Gadir. Le cupole bianche e la pietra a vista sono rimaste. La casa è ancora formata da più volumi distinti e non da un unico edificio, come nei complessi rurali cresciuti per aggiunte. Anche la vocazione agricola sopravvive nella vigna di zibibbo che produceva il passito Oasi. Quello che le fonti permettono di dire con certezza è che il progetto ha conservato il tipo invece di sostituirlo.

Il progetto architettonico: Gabriella Giuntoli e la casa di Armani

L’architetto della casa di Giorgio Armani a Pantelleria è Gabriella Giuntoli. Secondo l’architetto Roberto Brambilla, suo compagno di università, Giuntoli si innamorò dell’isola durante le vacanze di Natale del 1965 e lasciò Milano per trasferirsi a Pantelleria. Vi comprò un dammuso con i risparmi di allora e aprì il suo studio. Da quel momento ha restaurato centinaia di strutture agricole abbandonate, comprese le due case di Armani.
Armani spiegava di averla scelta perché conosceva perfettamente l’ambiente dell’isola e sapeva tradurre gusti ed esigenze di chi le stava davanti in qualcosa di semplice, naturale e, alla fine, lussuoso. L’ordine di quei tre aggettivi conta. Il lusso compare come risultato, dopo semplicità e natura.
Il metodo di Giuntoli è documentato meglio del cantiere di Cala Gadir. Brambilla lo riconduce all’architettura organica nel senso di Bruno Zevi, fatta di rispetto per materiali, forme e tecniche locali. All’esterno valorizzava la tessitura della pietra a vista, interrotta da aperture vetrate basculanti con serramenti in acciaio sottilissimi. All’interno accentuava le proporzioni delle volte, usava pavimenti in cemento lucidato, incorniciava le alcove e apriva cannocchiali panoramici. Completava i dammusi con patii chiusi da muri in pietra e coperti da pagliarelle di canne, per estendere il cubo di pietra e vivere all’aperto al riparo da sole e vento. Alla sua battaglia culturale si deve anche il rifiuto di pratiche allora diffuse, come imbiancare le pareti di pietra o decorare i tetti con corna e merletti. Le sue idee sono raccolte in un piccolo saggio intitolato Abitare un Dammuso.

Sulla casa di Armani, invece, non risultano pubblicati piante, disegni o relazioni di progetto. Alcuni elementi però sono documentati. La tenuta è stata composta affiancando più dammusi attorno a un giardino-oasi. Lo spazio preferito di Armani era il soggiorno all’aperto su una terrazza rivolta al mare. Il patio è separato dall’esterno da tende. Tutti questi elementi sono coerenti con il linguaggio di Giuntoli: il patio come prolungamento della stanza, il confine morbido, l’apertura che inquadra il paesaggio. Attribuire alla sua mano singole soluzioni di Cala Gadir richiederebbe però l’accesso al suo archivio.
C’è poi un’indicazione progettuale che viene direttamente dal proprietario. Armani ha raccontato di aver organizzato gli spazi esterni in zone pensate per le diverse ore del giorno. In un complesso di sette dammusi il passaggio da un ambiente all’altro avviene all’aperto, quindi la pianta diventa un sistema di percorsi nel giardino che segue il sole. È la logica del passiaturi applicata alla scala di una tenuta.
Dentro la casa: gli interni di Giorgio Armani a Pantelleria
Le fonti pubblicate non descrivono gli interni stanza per stanza. Non sappiamo con certezza come siano distribuite camere, cucine e bagni nei sette dammusi. Sappiamo però come l’arredo è cambiato nel tempo e quali materiali e toni lo caratterizzano.

Armani ricordava che arredare la villa era stata un’impresa lunga e mai davvero conclusa, perché amava aggiungere oggetti nuovi, pezzi vintage o trovati nei mercatini. All’inizio dominava una semplicità elementare ravvivata da qualche nota esotica, con muri dai toni morbidi che davano benessere quando fuori la luce diventava abbagliante. In un’intervista ad Architectural Digest, ripresa da Sky TG24, spiegava di averla arredata con mobili moderni «per scongiurare il rischio di un esotismo eccessivo».
Quella frase è un’indicazione di progetto. Un dammuso, con le sue volte, le nicchie e la vicinanza all’Africa, si presta facilmente a un arredo folkloristico fatto di tappeti, lanterne e maioliche. La scelta di Armani va nella direzione opposta: forme moderne che raffreddano il contesto e lasciano parlare la volta.
In una seconda fase arrivarono i mobili Armani/Casa, che con le loro forme moderne creavano un contrasto con l’architettura. Nel testo per L’Officiel lo stilista cita anche un rinnovo completo degli interni con pezzi della sua linea casa.
L’unica descrizione degli ambienti scritta da chi vi ha soggiornato è quella di Gianluigi Ricuperati per Cartography, nel luglio 2017. Ricuperati parla di arredi che sembrano muoversi al rallentatore, di tende che separano il patio dall’esterno, di divani eleganti e accoglienti e di un’atmosfera coloniale data da certi legni e dai bianchi opachi. Una ricostruzione di Fanpage basata sulle fotografie diffuse cita poltrone in legno dall’aria vintage, un camino in pietra, cassettiere bianche dalle linee minime e grandi divani davanti a vetrate sul mare. Sono elementi utili, anche se nessuno di questi pezzi è stato identificato per designer o produttore.

Messi insieme, questi dati spiegano perché gli interni risultano coerenti con l’estetica Armani, al di là dell’etichetta minimalista. Il primo elemento è il controllo della luce. Muri dai toni morbidi, e non bianchi riflettenti, riducono lo scarto fra l’interno e il sole abbagliante di fuori, ed è Armani stesso a indicarlo come ragione del benessere. Il secondo è la finitura. Il bianco opaco assorbe la luce invece di rimandarla, e fa percepire la volta come una superficie continua e morbida.
Il terzo elemento è il tessuto usato come architettura. Una tenda al posto di una parete o di una porta crea un confine regolabile, che filtra luce e vento e si sposta con le ore. Ricorda la stessa idea di struttura alleggerita che Armani aveva portato nella giacca. Il quarto è una tavolozza di materiali ristretta: pietra, intonaco, legno, vimini. Il quinto è il contrasto fra le forme moderne degli arredi e le curve delle volte, cercato consapevolmente per evitare l’effetto scenografico.
Sugli spazi per gli ospiti le fonti dicono poco. Armani vi invitava familiari, amici e piccoli gruppi di giornalisti e collaboratori. Una casa fatta di più dammusi separati si presta per natura a dare autonomia a chi la abita, ma la destinazione dei singoli edifici non è documentata.
I mobili e i pezzi di design: cosa è documentato
Gli arredi identificabili con certezza sono due, entrambi disegnati da Giorgio Armani per Armani/Casa. Galerie Magazine segnala che uno dei primi pezzi disegnati da Armani per la collezione, una sedia in vimini, porta il nome dell’isola, la Pantelleria, ed è ancora presente nella casa. Nella casa si trova anche la chaise longue Borromini, le cui linee sinuose riprendono la piscina a forma di virgola. Poiché Armani/Casa nasce nel 2000, la Pantelleria appartiene ai primi anni della linea.


Per tutto il resto le fonti permettono solo di indicare categorie. Ci sono pezzi vintage e oggetti trovati nei mercatini, citati dallo stesso Armani. Le poltrone in legno, il camino e le cassettiere visibili nelle fotografie non sono attribuiti a nessun designer o produttore. Non è stato possibile identificare con certezza lampade, opere d’arte, ceramiche, tessili o oggetti di viaggio.

In un ritratto diffuso dalla maison, Armani siede su una poltroncina in vimini a bordo piscina, con le palme sullo sfondo e una lanterna appoggiata sul tappeto. Il modello della lanterna non è indicato.

Anche questo vuoto dice qualcosa. La casa non è mai stata pubblicata come un catalogo, e gli unici pezzi con un nome sono quelli che il marchio ha scelto di nominare. Il resto è rimasto privato.
Armani/Casa e la casa privata di Giorgio Armani: un catalogo arrivato dopo
La cronologia è il primo dato critico. Armani compra a Pantelleria nel 1981, mentre Armani/Casa viene lanciata nel 2000. Per quasi vent’anni la casa è stata arredata senza il catalogo, con mobili moderni e oggetti trovati. Il linguaggio di Armani/Casa è arrivato quindi in un ambiente già formato, e non è stato la matrice della casa.
Fra la casa e la collezione passano però alcune cose. C’è il nome di una sedia. C’è l’idea, espressa da Galerie, che le case di Armani siano state il laboratorio in cui fondere riferimenti diversi, in una collezione partita da un minimalismo di ascendenza giapponese e aperta poi a influenze europee, cinesi, arabe e marocchine. Su un’isola più vicina alla Tunisia che alla Sicilia quelle influenze mediterranee e nordafricane fanno parte del paesaggio. È plausibile che Pantelleria abbia contribuito a quell’apertura, anche se nessuna fonte lo afferma esplicitamente.
Le differenze sono altrettanto interessanti. Armani descriveva Armani/Casa come espressione del suo gusto per un comfort sofisticato e della passione per materiali pregiati e rari. La casa di Pantelleria, per quanto documentato, lavora con altri registri: il vimini, i legni, le tende, l’oggetto di mercatino. C’è poi un dato di calendario. La prima collezione Armani/Casa interamente dedicata all’esterno, in teak massello, è stata presentata al Salone del Mobile 2023. A Cala Gadir, invece, Armani viveva all’aperto da decenni. Su questo punto la pratica privata ha preceduto il prodotto commerciale di circa quarant’anni.
La casa non è diventata uno showroom nemmeno dopo il rinnovo con i pezzi della linea. Ancora nel 2020 il proprietario parlava di un arredo mai finito, aperto al vintage e all’oggetto trovato. Armani/Casa spiega una parte della casa, non la casa intera.
Il giardino di Giorgio Armani a Pantelleria: l’Oasi

Il giardino è la parte della proprietà che è cambiata di più e quella in cui Armani è intervenuto più direttamente. Per Cartography lo stilista ha raccontato che nei primi anni «non ho osato toccare la natura intorno alla casa» e si è occupato solo degli interni. Solo gradualmente capì che poteva rendere il paesaggio più sereno senza distruggerlo, rispettandone la storia. Cominciò allora a creare zone di vita per le diverse ore del giorno, come l’oasi dove piantò le palme di Sicilia.
Le palme sono l’elemento dominante. Nel 2020 Armani ne contava circa duecento. Cinque, centenarie, venivano da una villa di Palermo e furono salvate dall’autostrada che avrebbe tagliato in due il giardino. In un testo precedente parlava di palme di trecento anni importate dalla Sicilia. Le cifre cambiano a seconda della data e di chi conta, ma il senso è chiaro: su un’isola senza alberi Armani ha trapiantato esemplari adulti, cioè un paesaggio già maturo.
Lo stesso Armani ha elencato le essenze principali. Il giardino che chiamava Oasi comprende alberi di tiaré, cespugli di rose, siepi di gelsomino, cipressi rari, palme secolari, piante di Echinocactus grusonii e cicadee. La tiaré è la gardenia polinesiana, Gardenia taitensis. L’Echinocactus grusonii è il cactus a botte dalle spine dorate, originario del Messico: nel testo di Armani è indicato come pianta locale, ma è una specie esotica acclimatata. Per le cicadee le fonti non specificano il genere. Il luogo, prima del giardino, era un campo di fichi d’India.

Ricuperati descrive steli fioriti dall’aspetto scolpito, la grazia delle palme, il verde compresso delle succulente e piccole rose pallide che non sembrano temere il sole. Accanto al giardino c’è la vigna da cui nasceva il passito che Armani chiamò Oasi.
Nelle fonti consultate non compare un paesaggista. Il giardino viene sempre attribuito al lavoro dello stesso Armani, che raccontava di esserci stato dietro senza sosta per anni. Resta aperta anche la questione dell’acqua. Solo nel 2025 l’acqua potabile è arrivata per la prima volta nelle zone di Gadir e Cala Tramontana, grazie alla donazione dello stesso stilista. Come sia stato irrigato per decenni un giardino di duecento palme in una zona senza rete idrica non è spiegato da nessuna delle fonti.
Il giardino cambia il modo in cui si percepiscono i dammusi. I volumi bassi e cubici, con le cupole bianche, stanno sotto una trama di verticali: tronchi, fronde, cipressi. L’ombra delle palme si posa sulla calce. Il nome stesso, Oasi, rimanda al Nord Africa, alla macchia verde recintata in mezzo all’arido. In fondo è la stessa idea del giardino pantesco, che difende un albero dal vento dentro un recinto di pietra, portata alla scala di una tenuta.
La piscina e gli spazi esterni
La piscina ha una sagoma a virgola, una forma libera che evita l’angolo retto. Armani la contava fra le cose che amava di più nella casa, perché sembrava una vasca naturale in mezzo al paesaggio selvaggio. Negli anni Dieci era stata oggetto di lavori. Rivestimento, colore del fondo e materiali del bordo non sono descritti dalle fonti consultate.

Gli spazi esterni si capiscono meglio attraverso la giornata che vi si svolgeva. Armani la raccontava così: una camminata sull’isola alle sette e mezza, la colazione con famiglia e amici, poi la barca e il bagno in mare. Il pranzo arrivava verso le tre, sempre all’aperto, seguito da un breve riposo. La cena era sempre fuori e sempre a lume di candela.

Le zone pensate per le diverse ore del giorno trovano qui la loro funzione concreta. C’è il soggiorno all’aperto sulla terrazza verso il mare. Ci sono i patii schermati dalle tende e le sedute in vimini a bordo piscina. Ci sono i luoghi per mangiare all’ombra a metà pomeriggio e alla luce delle candele la sera. La casa si abita soprattutto fuori, e gli interni funzionano come riparo.
Una casa costruita per sottrazione
La casa di Giorgio Armani a Pantelleria è un progetto per sottrazione a tre scale.
La prima è il paesaggio. Per anni Armani non ha toccato la natura attorno alla casa. Il lavoro di Giuntoli, in parallelo, sull’isola si è sempre opposto alla pietra imbiancata e alle decorazioni sui tetti. La seconda è l’architettura. I dammusi restano volumi piccoli e distinti, con le loro cupole, senza essere fusi in una villa unica. La terza è l’interno. Il mobile moderno serve a togliere esotismo, i toni morbidi tolgono abbagliamento, le tende tolgono il muro.
Il silenzio visivo che ne deriva ha una base materiale. Il nero della lava, il bianco della calce e i verdi del giardino sono tre valori netti, e l’arredo non ne aggiunge un quarto. La proporzione è quella del dammuso: stanze contenute, voltate, con aperture misurate. La decorazione superflua semplicemente non compare nelle descrizioni pubblicate.
Il silenzio, del resto, era stato il motivo del primo cedimento di Armani all’isola. La casa sembra costruita per conservarlo.
Cosa racconta la casa di Pantelleria dell’estetica di Giorgio Armani
La prima relazione è quella fra paesaggio e colore. Armani ricordava che a Pantelleria non esiste un verde vero, ma solo verdi bruciati e attenuati, sopra rocce vulcaniche nere sotto un sole a piombo. È un paesaggio già intonato su neutri polverosi e contrasti netti, quella gamma di toni desaturati a cui il suo nome è stato associato per decenni. A Cala Gadir Armani non ha dovuto imporre la sua tavolozza: l’ha trovata.
La seconda relazione riguarda il lusso. Nella descrizione del lavoro di Giuntoli il lusso arriva per ultimo, come esito di semplicità e naturalezza. A Pantelleria il valore è nel tempo che la casa ha richiesto: palme adulte trapiantate, un giardino cresciuto per decenni, un arredo accumulato e corretto nel corso di una vita. Ostentazione e materiali rari hanno poco spazio.
La terza riguarda la materia. Armani diceva di amare tutto ciò che ha fondamento nella natura, nel materiale come nel colore e nella forma, e che ciascuna delle sue case rifletteva la sua personalità insieme al paesaggio circostante. Pietra lavica, calce, vimini e legno sono la traduzione domestica di quel principio.
L’ultima riguarda il Mediterraneo. Pantelleria sta fra la Sicilia e la Tunisia, e la casa ne assorbe entrambe le metà: la tecnica rurale pantesca da una parte, l’idea di oasi dall’altra. Secondo Gambero Rosso sull’isola sono nati sia il profumo Acqua di Giò sia il passito Oasi, prodotto con lo zibibbo della sua vigna. Il nome del vino e quello del giardino sono lo stesso. Chiude l’immagine che Armani stesso ha lasciato della casa: una cena all’aperto, a lume di candela, sotto cupole di calce, su un’isola che all’inizio non gli era piaciuta.
Domande frequenti sulla casa di Giorgio Armani a Pantelleria
Dove si trova la casa di Giorgio Armani a Pantelleria?
A Cala Gadir, sulla costa nord-orientale dell’isola. La proprietà si affaccia sull’insenatura omonima, nota per il piccolo porto e le vasche di acqua termale scavate nella roccia.
Chi è l’architetto della casa di Giorgio Armani a Pantelleria?
Gabriella Giuntoli, architetto di formazione milanese trasferitasi sull’isola a metà degli anni Sessanta. Ha restaurato centinaia di dammusi ed è stata scelta dallo stesso Armani.
Quanti dammusi compongono la villa di Giorgio Armani a Pantelleria?
Sette. Secondo il racconto di Armani ne acquistò tre nel 1981 e ne aggiunse altri quattro nel corso degli anni.
Com’è il giardino della casa di Armani?
Armani lo chiamava Oasi. Comprende circa duecento palme, alcune centenarie trasferite dalla Sicilia, tiaré, rose, gelsomini, cipressi, cactus e cicadee, oltre a una vigna di zibibbo.
A chi appartiene oggi la casa di Giorgio Armani a Pantelleria?
Secondo il testamento reso pubblico nel settembre 2025, la società proprietaria è andata alla sorella Rosanna e ai nipoti Silvana Armani e Andrea Camerana. Leo Dell’Orco ha una quota in usufrutto e il diritto di utilizzare la casa.

