Gli interior designer lavorano davvero oggi? La risposta che il settore fatica ad ammettere

Gli interior designer lavorano davvero oggi? La risposta che il settore fatica ad ammettere

Gli interior designer lavorano davvero oggi? La risposta breve è sì. Quella onesta è: lavorano, ma non sempre guadagnano quanto il lavoro farebbe pensare.

Nel 2026 l’interior designer è una figura sempre più richiesta, coinvolta fin dalle prime fasi del progetto e chiamata a risolvere questioni complesse che riguardano lo spazio, la vita quotidiana, il budget, le abitudini di chi abita una casa, la sostenibilità e, sempre più spesso, il benessere delle persone. Eppure, questa centralità non si traduce automaticamente in un valore economico riconosciuto.

La verità scomoda è che oggi esiste una grande quantità di lavoro progettuale che non viene pagato o viene pagato poco. Brief infiniti, consulenze preliminari gratuite, concept richiesti “per capire se ci si trova”, render domandati prima ancora di parlare di incarico. Il lavoro c’è, ma resta spesso invisibile, frammentato, sottovalutato.

In altre parole, il mercato chiede interior design, ma fatica ancora a riconoscere il progetto come un investimento e non come un costo accessorio. È da qui che nasce la frattura più evidente: da una parte la percezione esterna di una professione creativa, desiderabile, apparentemente redditizia; dall’altra la realtà quotidiana di molti progettisti che lavorano con continuità ma con margini fragili, redditi discontinui e compensi lontani dall’immaginario collettivo.

Non si tratta di una crisi di domanda. Si tratta di una crisi di valore attribuito al progetto.

Cosa ci dicono i numeri del mercato del design in Italia

interior designer mercato del lavoro

Se si guarda ai dati ufficiali sul sistema del design in Italia, emerge un’immagine più robusta e strutturata di quanto molti immaginano. Anche se queste statistiche non misurano esclusivamente gli interior designer, danno un contesto autorevole sul settore in cui operano e sul valore complessivo della filiera.

Secondo il rapporto Design Economy 2024 realizzato da Fondazione Symbola, Deloitte Private, POLI.design e altri partner istituzionali, il sistema del design in Italia genera un valore aggiunto di 3,14 miliardi di euro e coinvolge 63.485 occupati tra professionisti, imprese e lavoratori del settore.

Questi numeri comprendono attività di design in senso ampio, tra cui progettazione, servizi creativi e tecnologie legate allo spazio, all’arredo e alle esperienze d’uso, e mostrano una crescita delle vendite del 27,1% tra il 2021 e il 2022, quasi il doppio della media europea.

Nello stesso rapporto emerge che l’Italia rappresenta una quota significativa del mercato europeo: con il 19,7% degli addetti e il 22,3% del fatturato totale del design nell’UE, il nostro paese si colloca tra i principali poli del comparto a livello continentale.

Altri studi di mercato specifici per i servizi di interior design stimano che il valore del “Interior Design Services Market” italiano fosse circa 3,47 miliardi di dollari nel 2024, con una previsione di crescita fino a 5,54 miliardi entro il 2033

Questi dati convergono in un quadro chiaro:

  • Il mercato del design in Italia è concreto e robusto, con valore aggiunto significativo e occupazione qualificata.

  • C’è spazio di crescita per i servizi progettuali, anche se la frammentazione del settore rende difficile isolare i soli interior designer dai dati aggregati.

  • I numeri europei confermano che servizi come interior design sono parte di un mercato in espansione, con una previsione di crescita strutturale nei prossimi anni.

La prima verità scomoda emerge qui: il mercato non manca — ciò che manca è spesso la capacità di trasformare la domanda in valore economico stabile e riconosciuto per chi progetta.

Quanto guadagna davvero un progettista: i numeri ufficiali e i gap da raccontare

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Per essere chiari e documentati, è importante utilizzare dati ufficiali su reddito e volume d’affari dei professionisti tecnici che operano anche nell’ambito dell’interior design. In Italia la principale fonte di informazione è Inarcassa, la cassa di previdenza obbligatoria per ingegneri e architetti liberi professionisti.

Reddito medio reale (dati Inarcassa)

Secondo gli ultimi dati disponibili, il reddito medio dichiarato dagli iscritti ad Inarcassa nel 2023 (ultimo anno per cui abbiamo dati completi) è di circa 49.900 euro annui. Tuttavia, esistono differenze significative tra categoria professionale:

  • Ingegneri: mediamente circa 63.363 euro annui.

  • Architetti: mediamente circa 37.731 euro annui.

Questi dati mostrano già un primo squilibrio importante: tra ingegneri e architetti c’è una differenza di oltre 25.000 euro l’anno lato reddito medio.

Trend nel tempo: crescita ma con limiti

Il reddito medio degli ingegneri iscritti ad Inarcassa è aumentato negli ultimi anni rispetto alla situazione pre-Covid. Tra il 2019 e il 2023 si stima un incremento di oltre il 60% del reddito medio professionale degli ingegneri, passando da circa 34.775 euro a quasi 56.700–59.000 euro nel 2023 secondo elaborazioni di dati ufficiali.

È un dato importante, perché racconta che il reddito professionale è cresciuto, ma non in misura lineare o proporzionata alla percezione pubblica di “successo economico”.

La distinzione tra reddito e ciò che resta davvero

Vale la pena sottolineare che:

  • Il reddito medio dichiarato non corrisponde al guadagno netto che resta in tasca dopo contributi, tasse, costi di esercizio, assicurazioni e spese di gestione.

  • I contributi previdenziali per chi è iscritto a Inarcassa non sono trascurabili: per il 2025 il contributo soggettivo minimo obbligatorio è di circa 2.750 euro, a cui si aggiunge un contributo integrativo di 835 euro minimo, anche in assenza di reddito elevato.

La variabilità interna è ampia

Questi dati sono medie, e le medie non raccontano la dispersione reale:

  • Ci sono professionisti che guadagnano molto sotto la media (specialmente i più giovani o chi opera con micro-studi senza strutture di supporto).

  • Ci sono professionisti che guadagnano molto sopra la media, tipicamente perché hanno consolidato un portfolio di clienti con progetti di alto valore o lavorano con imprese/brand.

Il punto chiave da raccontare è che la media inganna: non esiste un “reddito tipo” reale, ma una distribuzione molto ampia, con grossi gap tra i casi peggiori e quelli migliori.

Gap di genere e altre disuguaglianze

Se si guarda al genere, purtroppo la differenza è altrettanto significativa (dato confermato da diverse analisi dei redditi Inarcassa e ordini professionali):

  • Uomini professionisti dichiarano redditi medi più alti di quelli delle donne professioniste, con gap strutturale rimasto significativo in molti segmenti della professione.

Anche questo è un elemento «scomodo» che vale la pena analizzare.

Cosa dicono i numeri nel concreto

  • Il reddito medio di circa 50.000 euro annui — che può sembrare buono in astratto — si riduce sensibilmente quando si sottraggono contributi previdenziali, tasse e costi di struttura.

  • Tra i progettisti non tutti arrivano a questo livello e molti oscillano intorno a soglie inferiori, specie nei primi anni di attività o nelle aree geografiche con domanda più debole.

  • Per chi si occupa di interior design senza un’alternativa strutturata di reddito (dipendenza o altri flussi), la variabilità è molto alta.

In sintesi, i dati ufficiali non smentiscono l’esistenza di un reddito professionale, ma mostrano che non è affatto uniforme né garantito, e che la percezione comune di “professione ben pagata” deve essere adeguata alla realtà economica.

Il prezzo del progetto: perché è sempre percepito come “troppo caro”

interior designer lavoro 2026

Se c’è un punto in cui il racconto sull’interior design si incrina definitivamente, è il tema del prezzo del progetto. Non perché manchino i clienti, ma perché manca una cultura diffusa del valore progettuale.

In Italia non esistono più tariffe minime obbligatorie. Questo ha prodotto due effetti paralleli: maggiore libertà, ma anche una competizione spesso giocata al ribasso, soprattutto nelle fasi iniziali del rapporto con il cliente. Il progetto, invece di essere riconosciuto come un servizio professionale strutturato, viene frequentemente trattato come una voce negoziabile, comprimibile, talvolta sacrificabile.

Il risultato è una dinamica nota a molti progettisti: il cliente accetta senza esitazioni il costo di un arredo, di un elettrodomestico, di un intervento edilizio, ma mette in discussione il compenso di chi coordina, pensa e tiene insieme tutto.

Una delle cause principali è la confusione dei ruoli. Nell’immaginario comune, consulenza d’arredo, progetto di interior, render, direzione lavori e gestione del cantiere finiscono nello stesso contenitore. Questo porta a una percezione distorta: se “tanto si tratta di scegliere colori e mobili”, allora il progetto appare come qualcosa di accessorio.

A complicare ulteriormente il quadro è l’abuso delle prestazioni gratuite o semi-gratuite: prime consulenze non pagate, concept preliminari offerti “per partire”, render richiesti come prova di valore. In questo schema, il progettista anticipa lavoro, tempo e competenze, spostando tutto il rischio su di sé. Quando poi arriva il momento di parlare di compenso, il cliente percepisce di aver già ricevuto “abbastanza”.

C’è poi l’effetto, meno evidente ma altrettanto incisivo, della comunicazione visiva contemporanea. I social hanno reso il progetto immediatamente consumabile: immagini perfette, ambienti patinati, risultati finali. Quello che resta invisibile è il processo. Il progetto diventa così un prodotto visivo, non un percorso decisionale complesso. E ciò che appare semplice, raramente viene pagato come complesso.

La verità scomoda è questa: finché il progetto verrà raccontato come un’estensione del gusto personale, sarà sempre percepito come un costo opzionale. Solo quando verrà riconosciuto come strumento di riduzione del rischio, ottimizzazione del budget e miglioramento della qualità della vita, il suo prezzo smetterà di essere messo in discussione.

Ed è qui che molti professionisti si fermano. Non per mancanza di talento, ma perché difendere il valore del progetto richiede una posizione chiara, anche a costo di perdere alcuni incarichi.

Chi lavora davvero oggi: non un solo mestiere, ma molti ruoli

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Una delle più grandi incomprensioni intorno al mondo dell’interior design è l’idea che esista un solo mestiere: quello del progettista che segue il cliente finale, dalla casa al cantiere. In realtà, oggi il settore del design degli interni è un ecosistema di ruoli, competenze e specializzazioni diverse, che vanno ben oltre il residenziale classico.

Chi lavora con continuità e costruisce una posizione economica più solida è spesso chi ha capito una cosa fondamentale: l’interior design non è un ruolo unico, ma una famiglia di professioni.

Interior design e product design: una linea sempre più sottile

Sempre più progettisti lavorano al confine tra interior design e product design. Collaborano con aziende di arredo, illuminazione, superfici, materiali, contribuendo allo sviluppo di collezioni, finiture, sistemi modulari, concept di prodotto. In questi casi il progetto non è legato a un singolo cliente, ma entra in un processo industriale o semi-industriale, con compensi più strutturati e continuità nel tempo.

Questo tipo di lavoro richiede competenze diverse: conoscenza dei materiali, del mercato, della produzione, del posizionamento del brand. Ma offre anche una maggiore stabilità rispetto al solo lavoro su commessa privata.

Interior designer come consulenti per aziende e brand

Un altro ruolo in crescita è quello dell’interior designer come consulente strategico per aziende del settore casa e design. Non solo progettazione di spazi espositivi o showroom, ma supporto su layout, storytelling dello spazio, esperienza del cliente, coerenza tra prodotto, ambiente e identità del marchio.

In questo caso il valore del progettista non sta tanto nell’estetica, quanto nella capacità di tradurre un’identità di brand in uno spazio fisico. È un lavoro meno visibile sui social, ma spesso più riconosciuto economicamente.

Hospitality, retail, uffici: progetti più complessi, ruoli più chiari

Chi opera in ambiti come hospitality, retail e spazi di lavoro tende a lavorare in contesti più strutturati, con budget definiti, team multidisciplinari e processi più chiari. Qui il progetto è raramente percepito come opzionale: è parte integrante dell’investimento.

Non significa che sia più semplice, anzi. Ma significa che il ruolo del progettista è più facilmente riconosciuto come necessario, non decorativo.

Chi resta fragile: il mito dell’interior “tuttofare”

Al contrario, fa più fatica chi resta ancorato a un modello indistinto: un po’ progettista, un po’ arredatore, un po’ stylist, senza una chiara specializzazione o un posizionamento riconoscibile. In questo spazio indefinito, il valore del lavoro diventa difficile da spiegare e ancora più difficile da far pagare.

La verità scomoda è che oggi non basta saper progettare bene. Bisogna anche sapere che ruolo si occupa dentro il sistema del design.

Il cambio di paradigma

Il settore non è in crisi. Sta semplicemente cambiando forma. Chi lavora davvero oggi è chi ha smesso di pensarsi come “interior designer” in senso generico e ha iniziato a riconoscersi come:

  • progettista di spazi abitativi,

  • consulente per aziende,

  • designer di prodotto,

  • specialista di hospitality o retail,

  • oppure figura ibrida tra progetto, strategia e industria.

Non è una perdita di identità. È un’evoluzione professionale.

La vera verità scomoda: non è una crisi di talento, ma di valore

interior designer lavoro

Arrivati a questo punto, una cosa è chiara: il settore dell’interior design non è in crisi per mancanza di lavoro, né per carenza di competenze o creatività. La crisi, semmai, riguarda il modo in cui il valore del progetto viene percepito, raccontato e remunerato. Il talento c’è. La domanda c’è. Il mercato esiste ed è strutturato.

Quello che manca, ancora troppo spesso, è una cultura condivisa del progetto come strumento economico, strategico e funzionale, non come semplice espressione estetica. Finché il lavoro del progettista verrà associato principalmente al gusto personale, all’immagine finale o all’ispirazione visiva, continuerà a essere percepito come un costo comprimibile, negoziabile, opzionale.

La verità scomoda è che il progetto crea valore prima, durante e dopo: riduce errori, ottimizza budget, migliora l’esperienza d’uso degli spazi, incide sulla qualità della vita, sulla redditività di un immobile, sull’identità di un brand. Eppure, questo valore viene spesso intercettato da altri anelli della filiera, mentre chi lo ha pensato resta in fondo alla catena.

Non è una questione individuale. È una questione sistemica. Il settore sta cambiando, e con lui devono cambiare anche le aspettative. L’interior design non è più — e non può più essere — un mestiere “romantico” sostenuto dalla passione. È una professione complessa, che richiede competenze trasversali, responsabilità reali e una presa di posizione chiara sul proprio ruolo.

Chi riesce a lavorare bene oggi è chi ha fatto questo passaggio: da esecutore di desideri a professionista del progetto. Da figura decorativa a parte strategica del processo.

La domanda, quindi, non è più se gli interior designer lavorano. La domanda è se il sistema è pronto a riconoscere, finalmente, quanto vale davvero il progetto. Ed è da questa risposta che dipenderà il futuro della professione.

Interior design: lavoro, guadagni e realtà del settore

Interior design lavoro, guadagni e realtà del settore

Gli interior designer lavorano davvero oggi?

Sì, gli interior designer lavorano e la domanda di progetto è reale. Tuttavia, lavorare non significa automaticamente avere redditi elevati o continuità economica. Molti professionisti operano in modo discontinuo o con compensi non proporzionati al carico di lavoro e alle responsabilità.

Quanto guadagna in media un interior designer in Italia?

Non esiste un dato unico specifico per gli interior designer. I dati ufficiali più vicini sono quelli di Inarcassa: il reddito medio annuo degli architetti liberi professionisti si aggira intorno ai 35.000–40.000 euro, con forti differenze in base a esperienza, specializzazione, area geografica e tipologia di clienti.

Qual è la differenza tra fatturato e reddito di un progettista?

Il fatturato è il totale degli importi incassati, mentre il reddito è ciò che resta dopo aver sottratto costi di gestione, contributi previdenziali e tasse. Un progettista può fatturare anche 70.000–80.000 euro l’anno ma avere un reddito netto molto più basso.

L’interior design è un settore in crescita?

Sì. I dati sul sistema del design e sui servizi di architettura e ingegneria mostrano una crescita del comparto negli ultimi anni. Tuttavia, la crescita del mercato non si traduce automaticamente in un aumento dei redditi per tutti i professionisti.

Perché il progetto di interior design è spesso considerato troppo caro?

Perché il valore del progetto viene spesso percepito solo come estetico. Molti clienti non considerano il progetto come uno strumento che riduce errori, ottimizza i costi e migliora la qualità della vita, ma come una spesa accessoria.

Conviene diventare interior designer oggi?

Conviene solo se si ha una visione chiara del proprio ruolo professionale. Oggi funzionano meglio i progettisti specializzati, chi lavora con aziende o su progetti complessi, e chi ha un posizionamento definito. L’approccio generalista è quello che incontra più difficoltà.

Qual è la differenza tra interior designer e product designer?

L’interior designer si occupa principalmente di progettazione degli spazi, mentre il product designer lavora sullo sviluppo di prodotti come arredi, illuminazione o materiali. Oggi però i due ruoli spesso si intrecciano, soprattutto nelle collaborazioni con aziende del settore design.

È vero che molti interior designer lavorano gratis all’inizio?

Sì, è una pratica diffusa offrire consulenze preliminari, concept o render senza compenso. Questa abitudine contribuisce però a svalutare il progetto e rende più difficile costruire una professione sostenibile nel lungo periodo.

Perché ci sono grandi differenze di guadagno tra i progettisti?

Le differenze dipendono da specializzazione, tipo di clienti, capacità di posizionamento, lavoro con aziende o privati e continuità degli incarichi. Anche il genere e l’area geografica incidono sui redditi medi.

Il futuro dell’interior design è a rischio?

No, ma sta cambiando. Il futuro premia chi interpreta l’interior design come parte di un sistema più ampio che include prodotto, strategia, esperienza e industria. Chi resta ancorato a una visione puramente decorativa rischia di rimanere ai margini.

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