Un lighting designer è, in senso pieno, un progettista: lavora con la luce come si lavora con un materiale. Non “illumina” uno spazio; ne definisce la leggibilità, la gerarchia, il ritmo, il comfort, la sicurezza percettiva. Traduce l’architettura in esperienza, facendo convivere poetica e prestazione: temperatura colore, resa cromatica, abbagliamento, ottiche, controllo, integrazione impiantistica, fino al commissioning e alla verifica in opera. È una figura di confine — tra tecnica e cultura visiva — e proprio per questo è una delle più decisive nei progetti contemporanei.
L’Italia, da sempre, ha una relazione particolare con il design: non solo per le icone, ma per una cultura del dettaglio e della filiera che rende credibili le idee quando diventano prodotto, spazio, allestimento, città. Anche nella luce, questa tradizione è evidente: la differenza spesso non sta nell’effetto, ma nella misura, nella coerenza, nella capacità di far parlare materiali e volumi senza sovraccaricarli.
Per questo abbiamo selezionato 25 profili — tra studi e designer italiani (o con base in Italia) — che oggi stanno facendo la differenza nel settore. Il criterio non è la fama: è l’impatto documentabile, la qualità del metodo, la continuità della ricerca e la capacità di interpretare i temi che stanno ridefinendo il lighting design (dal controllo intelligente alla sostenibilità reale, dal rapporto con il buio al progetto urbano, dall’hospitality al patrimonio).
Seguirli significa leggere le “tendenze” nel modo giusto: non come estetica da copiare, ma come scelte progettuali che anticipano dove sta andando il mercato, cosa chiedono le aziende, come cambia la relazione tra luce e benessere, tra tecnologia e atmosfera.
Come li abbiamo scelti per questa selezione:
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Progetti pubblicati e documentabili: lavori realizzati, non rendering “da concept”.
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Coerenza di linguaggio: una ricerca riconoscibile nel tempo, non un colpo di fortuna.
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Capacità progettuale completa: interni/esterni, luce architetturale, dettaglio, rapporto con materiali e impianto.
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Credibilità nel settore: collaborazioni, committenze, premi/menzioni o presenza in contesti professionali.
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Contemporaneità: attivi oggi, con un percorso vivo e in evoluzione.
Questa non è una classifica. È una mappa per orientarsi nella luce quando smette di “fare scena” e inizia a fare progetto.
25 lighting designer italiani contemporanei da tenere d’occhio
Prima di entrare nella lista, una nota: troverai firme già affermate e studi più discreti, spesso meno citati, ma decisivi per capire dove sta andando il progetto. Perché il design più interessante non coincide sempre con il più visibile: a volte è quello che lavora in silenzio, nelle tarature, nei prototipi, nei dettagli che reggono uno spazio nel tempo.
Il filo conduttore è lo stesso per tutti: progetto che diventa luce costruita — concept, apparecchi, controllo, commissioning — tra indoor e outdoor, hospitality e retail, heritage e spazi pubblici. Ecco i 30 profili selezionati.
1) D’Alesio & Santoro (studio)

Tra gli studi che rendono evidente quanto il lighting design sia cultura + tecnologia, D’Alesio&Santoro lavora da Milano dal 2010 con un taglio raro: la luce come strumento di identità (per gli spazi), ma anche come campo di ricerca applicata. La loro firma tende a evitare l’effetto “scenografia”: preferisce costruire precisione percettiva, controllo e narrazione attraverso ottiche, materiali e ritmo delle intensità. Nelle collaborazioni emergono contesti dove la luce deve essere impeccabile e credibile: Casa Panerai (Milano, Parigi, NYC e diverse boutique internazionali), Watches & Wonders a Ginevra, progetti culturali con Triennale di Milano, e produzioni espositive con Balich Wonder Studio per Buccellati.
Dal 2018 hanno anche avviato MEG, spin-off in fotobiologia applicata, e risultano coinvolti in diverse affiliazioni/patent legate a sistemi di luce (anche con 3M).
2) Carlo D’Alesio

Il suo profilo è interessante perché sposta il lighting design fuori dalla sola “atmosfera”: lo tratta come disciplina culturale e scientifica, dove la qualità percettiva nasce da metodo, misurazione, sperimentazione. Cofondatore di D’Alesio&Santoro (Milano), D’Alesio lavora su progetti di luce in ambito architettonico con un approccio che tiene insieme narrazione e prestazione: identità dello spazio, controllo ottico, coerenza tra luce e materia. In parallelo, ha fondato MEG Science (spin-off avviato nel 2018) orientata a fotobiologia applicata e non-human lighting, un territorio che nel 2026 è sempre più centrale (agritech, benessere, cicli circadiani, sistemi). È anche Adjunct Professor al Politecnico di Milano (Lighting Theory/Lighting Design) e risulta attivo in contesti internazionali come lecturer su applicazioni non convenzionali della luce (PLDC).
3) Piero Santoro

Se Carlo D’Alesio è spesso il volto “culturale” della ricerca, Piero Santoro porta dentro il progetto una componente molto concreta: tecnologia, ingegnerizzazione, R&D. È co-fondatore di D’Alesio&Santoro (Milano) e, in parallelo, figura chiave nello spin-off MEG dedicato alla fotobiologia applicata — un’area in cui la luce smette di essere solo “atmosfera” e diventa sistema misurabile (spettri, fotometrie, prestazioni, cicli).
Il suo stile progettuale si riconosce proprio qui: meno gesto scenico, più controllo e responsabilità tecnica, con una sensibilità per tutto ciò che avviene “dietro” la luce (ottiche, integrazione, regolazione, affidabilità nel tempo). Nei progetti dello studio — tra retail e cultura — compaiono collaborazioni e contesti di livello come Panerai (Casa Panerai e Watches & Wonders), Balich Wonder Studio per Buccellati, e interventi con Triennale di Milano.
4) LOOMIT Studio (Bologna / Milano)

LOOMIT lavora su luce architettonica e urbana con un’impostazione molto “da progetto pubblico”: costruisce identità notturne credibili, lavora per gerarchie e per misura, e mantiene sempre un’attenzione rigorosa al rapporto tra illuminazione e contesto — centri storici, landmark, spazi aperti, percorsi.
Con sedi operative tra Bologna e Milano, lo studio si muove su interventi dove la luce non deve “decorare”, ma organizzare: orientare, mettere in sicurezza, dare leggibilità senza saturare.
Tra i lavori che aiutano a inquadrarne il posizionamento c’è l’intervento a Genk (Belgio) per la trasformazione di un’area centrale, dove LOOMIT risulta accreditato come lighting design/product company e Susanna Antico come lead designer (fase completata ottobre 2024).
5) Susanna Antico

Susanna Antico è una figura particolarmente centrata sul tema della progettazione di domani perché tiene insieme narrazione e responsabilità urbana. Nei suoi lavori la luce non è mai un “effetto”, ma una scena notturna leggibile: gerarchie chiare, sicurezza percettiva, attenzione alla sostenibilità dell’identità notturna e al modo in cui un luogo viene attraversato e compreso dopo il tramonto.
Il suo profilo è rafforzato anche dall’appartenenza a reti professionali internazionali — APIL, IALD, Concepteurs Lumière Sans Frontières — e da una ricerca che intreccia pratica e didattica, con un approccio che non separa la qualità percettiva dalla solidità tecnica.
Nel portfolio pubblico ricorrono interventi in Belgio (ad esempio Antwerp Central Station, oltre a progetti su Grote Markt e Cattedrale) e, in Italia, l’avvio di un lavoro sull’area UNESCO arabo-normanna di Palermo: Cattedrale, Palazzo dei Normanni, San Giovanni degli Eremiti, Martorana e riqualificazioni pedonali, dove la luce diventa strumento di tutela e lettura del patrimonio, non sovrascrittura.
6) Metis Lighting (Milano)

Metis è uno studio “solido” per chi vuole capire dove sta andando il settore quando la luce diventa processo, non solo immagine: coordinamento con i team di progetto, mock-up, verifiche, controllo in cantiere, e una capacità rara di reggere contesti complessi — retail, hospitality e spazi pubblici — senza scivolare nell’effetto facile.
Fondato a Milano nel 1990 da Marinella Patetta e Claudio Valent — entrambi formati nella pratica di Piero Castiglioni — Metis porta con sé una cultura della luce fatta di metodo e continuità, dove l’atmosfera è il risultato di scelte controllate, non un colpo di teatro.
Tra le collaborazioni dichiarate dallo studio, compaiono rapporti avviati nei primi anni con clienti come Credit Suisse, Dolce & Gabbana e Bulgari Hotels: un segnale di posizionamento “alto” e, soprattutto, di affidabilità in contesti dove la luce è parte dell’identità e non può permettersi improvvisazione.
7) Marinella Patetta

Patetta è la parte “di tenuta” di Metis: nel profilo dello studio viene descritta come la figura che accompagna i progetti fino alla realizzazione, con una presenza concreta in cantiere e un’attenzione capillare al dettaglio — quella che fa la differenza tra un’idea di luce riuscita e una luce davvero funzionante, coerente, stabile nel tempo.
Laureata al Politecnico di Milano e con Master in Lighting Design, è co-fondatrice di Metis dal 1990. Accanto alla pratica, è indicata anche come docente in corsi di Industrial e Lighting Design (Bachelor/Master) e come membro fondatore APIL: un profilo che tiene insieme progetto, metodo e trasmissione della disciplina.
8) Claudio Valent

Valent è l’altra metà del DNA Metis: nel profilo ufficiale viene presentato come la “mente” dello studio, quello che spinge il progetto verso la soluzione — ricerca di componenti e tecnologie, confronto con produttori e accessori, e capacità di costruire alternative custom quando il catalogo non basta. È un ruolo decisivo nel lighting design contemporaneo: trasformare un’intenzione in un sistema che regge davvero, senza perdere qualità percettiva.
Anche lui laureato al Politecnico di Milano e con Master in Lighting Design, co-fonda Metis nel 1990. E, come Patetta, affianca alla pratica una dimensione formativa: viene indicato come coinvolto in attività didattica al Politecnico di Milano e all’ISAD, oltre a essere membro fondatore APIL.
9) Studio Piero Castiglioni (Milano)

Qui il punto non è solo la “firma”: è un modo di intendere la luce come materiale dell’architettura. La pratica dello studio è strutturata e completa: dal concept al cantiere, passando per calcoli, scenari, normative e — quando serve davvero — anche lo sviluppo di soluzioni su misura. È la differenza tra “illuminare” e progettare una luce che regge nel tempo, coerente con spazio, materiali e uso.
Nel lavoro recente e ricorrente compaiono progetti-cornice che lo rendono un riferimento: in homepage sono citati MUSE – Science Museum, Expo 2015, Fondazione Luigi Rovati. Sono casi in cui la luce non può essere accessoria: deve sostenere un racconto e una complessità reale.
Sul piano delle collaborazioni dichiarate, lo studio elenca un network molto ampio con architetti e aziende — tra cui Renzo Piano Building Workshop, David Chipperfield Architects, BIG — e realtà del settore come iGuzzini e FontanaArte. Un segnale chiaro: quando la luce è parte strutturale del progetto, si lavora con chi sa stare allo stesso livello di rigore.
10) Sergio Boccia (Light Me Design)

13) Marco Petrucci

14) FABERtechnica (Roma)

FABERtechnica è un caso interessante perché tiene insieme lighting design ed engineering e lo dichiara come metodo: ricerca e sperimentazione, cultura di progetto, ma anche fase esecutiva, controllo e commissioning. In altre parole, la luce non finisce al concept: viene seguita fino a quando diventa reale, verificata sul campo, misurabile.
La loro pagina progetti racconta un raggio d’azione molto ampio — cultural heritage, urbano, eventi — con interventi che richiedono rigore e responsabilità. Tra i lavori citati compaiono le Linee guida per l’illuminazione del Colosseo, la Basilica di San Francesco d’Assisi, progetti legati a Cappella Sistina e Mercati di Traiano, fino a incarichi collegati a Milano Cortina 2026 (Casa Italia).
15) Marco Frascarolo

16) Maurizio Rossi

MSc, PhD. Al Politecnico di Milano è professore ordinario di Progettazione illuminotecnica e un riferimento strutturale per chi studia la luce come disciplina, non come effetto: dirige il Master in Lighting Design & LED Technology e il Master in Color Design & Technology, ed è membro del Dottorato di ricerca in Design.
Dal 2002 è responsabile scientifico del Laboratorio LUCE (fotometria, colorimetria, illuminotecnica, formazione e ricerca progettuale sul lighting design), un’infrastruttura che ha contribuito a progettare e realizzare e che ancora oggi connette didattica e sperimentazione misurabile.
Il suo lavoro di ricerca si concentra su nuove tecnologie per l’illuminazione e sugli effetti fisiologici e psicologici della luce artificiale nell’ambiente costruito. Dal 2002, sempre al Politecnico di Milano, ha diretto oltre 20 progetti di ricerca in collaborazione con aziende del settore illuminazione.
Sul piano istituzionale, dal 2012 è presidente della Associazione Italiana Colore e dal 2010 chair della Conferenza del Colore: un punto di vista che, nel 2026, è centrale per leggere la luce non solo come tecnologia, ma come cultura percettiva e progettuale.
17) Light Company (Firenze)

Light Company è uno studio di lighting design nato a Firenze nel 2018. Il fondatore, Fulvio Baldeschi, lavora nel mondo della luce dal 1990: un dato che spiega bene la solidità “di mestiere” dietro un’identità contemporanea.
Lo studio dichiara un approccio interdisciplinare, sostenuto da un team integrato di professionisti provenienti da architettura e design. La struttura è chiara e operativa: Fulvio (Key Account), Michela (Amministratore), Gloria (Senior lighting designer), Gaia (Lighting designer), Francesco (Architetto), Francesca (Architetto), Guglielmo (Comunicazione), con consulenze dedicate per l’area fiscale (Aldo) e aziendale (Stefano).
La loro cifra è espressa in una frase che funziona anche come manifesto: credono in una luce organica, che nasce dalla tecnologia ma parla il linguaggio della natura, con un’attenzione esplicita al benessere della persona. E la promessa è concreta: una consulenza illuminotecnica completa, dal progetto creativo alla messa in opera dei corpi illuminanti, affiancando professionisti e clienti lungo tutto il percorso fino al risultato in opera.
18) Fulvio Baldeschi

È il fondatore di Light Company e, dalle fonti pubbliche, risulta attivo nel settore della luce dal 1990: un percorso lungo che dà al suo profilo un tratto immediatamente riconoscibile, fatto di continuità e competenza applicata.
In più, compare esplicitamente in una pubblicazione di settore (ASSIL) come lighting designer coinvolto nella costruzione di scenari di luce notturni: un dettaglio prezioso perché sposta la narrazione dal “chi sei” al “cosa fai”, ancorando il suo lavoro a un contesto professionale verificabile, senza scivolare in toni promozionali.
19) Rossi Bianchi lighting design (Milano)

Rossi Bianchi è uno studio milanese fondato nel 2006 e costruito attorno a una scelta netta: lavorare esclusivamente sul design della luce. La specializzazione è dichiarata, e i fondatori — Nicoletta Rossi e Guido Bianchi — vengono presentati come architetti con esperienze precedenti maturate anche a contatto con produttori e agenzie del settore, quindi con una conoscenza concreta della filiera oltre che del progetto.
Se ti serve un riferimento puntuale, senza interpretazioni: nella scheda “Club Med | Cefalù” lo studio riporta in modo trasparente lo scope (exterior lighting), la location, l’architetto e il cliente — un esempio utile perché mostra come lavorano e su che tipo di commessa, con dati verificabili.
19) Nicoletta Rossi

20) Guido Bianchi

Guido Bianchi ha un percorso che spiega bene il suo taglio “ibrido”: architettura, prodotto e applicazioni complesse convivono nella stessa grammatica. Dopo esperienze come architetto tra Brasile e Regno Unito, entra nel mondo della luce anche dal lato industria — con Targetti Sankey — e poi consolida il metodo nello Studio Piero Castiglioni, dove affianca progetti e sviluppo di apparecchi, cioè il punto in cui il lighting design diventa davvero sistema.
Questa traiettoria porta, nel 2006, alla fondazione di Rossi Bianchi. E la dimensione internazionale — con progetti seguiti anche tra Cina e Middle East — aiuta a leggere il suo approccio: la luce non come stile, ma come linguaggio adattabile e come infrastruttura progettuale, capace di restare coerente anche quando cambiano scala, cultura e contesto.
21) LDT Lighting Design Team (Milano / Varese / Torino)

LDT – Lighting Design Team si presenta come un collettivo: una struttura snella, pensata come vero e proprio “servizio di progetto”, con competenze che coprono architettura, retail, simulazioni, piani della luce, e anche ambiti più scenografici legati a eventi e spettacolo.
Il punto di forza è la versatilità: lavorano su scale diverse senza perdere coerenza, perché il metodo resta lo stesso — analisi, modellazione, verifica, messa a punto — mentre cambia il contesto.
Un esempio concreto è il New Lavazza Bistrot “La Centrale” a Torino, all’interno del nuovo Lavazza Campus: un progetto food inserito in un involucro con vincoli architettonici importanti (ex centrale Enel), dove la luce deve risolvere funzioni e atmosfera senza “coprire” lo spazio. Qui LDT è indicato come lighting design con team di progetto esplicitato, dettaglio utile perché ancora il lavoro a una realizzazione verificabile.
22) Bulbus Lighting Studio (Torino)

Bulbus nasce come “punto di riferimento” per la progettazione illuminotecnica a Torino e cresce anche come luogo fisico: lo studio racconta l’idea di presidio territoriale (non solo consulenza “a distanza”). Un episodio che fotografa bene la loro identità è il progetto del loro spazio, realizzato con arredi LAGO e firmato da Elisabetta Paiano: un modo di comunicare il lighting design attraverso architettura, prodotto e atmosfera reale.
23) Elisabetta Paiano

Paiano ha un profilo molto leggibile: formazione ingegneristica (Politecnico di Torino), specializzazione sui sistemi di controllo, master in Lighting Design (La Sapienza) e passaggio in studio (FABERtechnica) prima di aprire Bulbus. Nel 2017 vince un concorso AIDI “Riprenditi la città” come giovane lighting designer (con riconoscimento anche a Showlight): un dato utile, perché ancorato a circuiti professionali. La sua cifra è una luce che non “recita”, ma governa: tecnica e percezione insieme.
24) Filippo Cannata – Cannata Light (Benevento)

Cannata Light dichiara un posizionamento internazionale e un raggio d’azione volutamente ampio: hospitality, ristorazione, uffici, infrastrutture (aeroporti e stazioni) e luoghi culturali — teatri, cattedrali, piazze storiche. È un perimetro che, se sostenuto da metodo, dice molto: capacità di passare da una scala all’altra senza perdere controllo.
Lo studio insiste sulla luce come linguaggio emotivo, ma senza rinunciare all’ossatura progettuale. La promessa è chiara — progettazione, ricerca estetica e innovazione — e il portfolio viene presentato come trasversale: una luce che cambia registro a seconda del contesto, ma mantiene l’idea di fondo che l’illuminazione non sia mai solo tecnica, né mai solo atmosfera.
Filippo Cannata è il fondatore e il volto concettuale dello studio: nel profilo ufficiale insiste sulla luce come esperienza sensoriale e identitaria (non solo illuminazione), e formalizza un “Metodo Cannata” articolato in fasi. Anche qui, il dato che regge è la scala applicativa dichiarata: dalla casa agli alberghi, dai ristoranti ai monumenti — una versatilità che, quando è reale, è spesso il segnale di un metodo robusto.
25) I-DEA Luce Architettura (Imola / Bologna)













