Sound designer: l’architetto invisibile dell’ascolto — origini, protagonisti italiani e nuove carriere tra cinema, sound art e spazi contemporanei

Sound designer: l’architetto invisibile dell’ascolto — origini, protagonisti italiani e nuove carriere tra cinema, sound art e spazi contemporanei

C’è una forma di progetto che non si appende alle pareti e non si fotografa bene, ma decide lo stesso se un luogo funziona: è il suono. Un sound designer lavora proprio qui, nel punto in cui atmosfera e materia si toccano: costruisce paesaggi sonori, scolpisce silenzi, rende “intelligibile” uno spazio senza alzare la voce. È un lavoro di precisione (frequenze, dinamiche, riverberi), ma anche di cultura: capire che cosa un ambiente vuole dire prima ancora di capire come deve suonare.

Per capirlo davvero specificare che il sound designer non è “quello che mette la musica” e non coincide automaticamente con l’ingegnere del suono. Il primo progetta un’esperienza (narrativa, percettiva, spesso spaziale); il secondo garantisce qualità tecnica di ripresa, trattamento e resa audio. A volte dialogano, talvolta coincidono, ma la differenza è sostanziale: è la differenza tra disegnare e misurare.

Oggi vi raccontiamo come lavora un sound designer (dall’ascolto sul campo alla costruzione di una “regia” sonora), quando nasce questa disciplina e perché le sue radici attraversano avanguardie, cinema e cultura dell’ascolto; poi apriamo una finestra sui protagonisti italiani che hanno reso il suono un linguaggio riconoscibile — dai percorsi più sperimentali e cinematografici di Mirco Mencacci , alle firme premiate del cinema come Mirko Perri , fino alla ricerca tra composizione, sound branding e installazioni di Chiara Luzzana — senza dimenticare la scena emergente e sempre più strategica dell’audio interattivo, dove profili come Francesco Del Pia raccontano quanto il suono stia diventando progetto anche nel digitale.

Che cosa fa un sound designer

Sound designer in Italia famosi

Il lavoro di un sound designer inizia dove molti pensano che finisca: non nella scelta di un suono “bello”, ma nella definizione di un suono giusto. Il progettista del suono costruisce un paesaggio sonoro coerente con l’identità di un progetto — un film, un videogioco, un’installazione, un museo, un flagship store, una hall — e lo fa orchestrando tre livelli: ciò che deve restare invisibile (il comfort acustico e la fatica d’ascolto), ciò che deve essere riconoscibile (segnali, micro-eventi, ritmi), e ciò che deve essere memorabile (la firma percettiva di un’esperienza). Per questo lavora su registrazioni sul campo e suoni creati in studio, li modella (dinamica, frequenze, spazialità), li posiziona “nello spazio” (distanza percepita, direzionalità, riverbero) e li testa nel contesto reale: perché un suono perfetto in cuffia può risultare aggressivo in una stanza, oppure sparire in un ambiente vivo. In molti progetti, inoltre, coordina il dialogo con consulenti acustici, scenografi, light designer e digital team: quando il sound design è fatto bene, non si nota come effetto—si sente come qualità.

Da dove parte: ascolto, concept, regia sonora

Prima di creare, un sound designer mappa. Fa sopralluoghi (anche “in ascolto”), registra rumori e risonanze, identifica frequenze che affaticano e punti in cui il suono rimbalza o si perde. Poi costruisce un concept: una grammatica semplice ma rigorosa (caldo/freddo, vicino/lontano, continuo/intermittente, naturale/artificiale) che diventa la regola del progetto. Solo a quel punto entra la fase più visibile: scegliere o creare la materia sonora, montarla, mixarla e soprattutto darle una regia — decidere cosa deve guidare l’attenzione e cosa deve restare sullo sfondo, come accade con la luce in un interno ben progettato.

Dove lavora oggi: cinema, brand, installazioni, spazi e digitale

Il cinema resta una palestra fondamentale, ma oggi il sound design è sempre più richiesto in ambiti dove l’obiettivo non è “raccontare una scena” ma disegnare un’esperienza: retail e flagship store, musei, hospitality, eventi, mostre, performance, fino al design di interfacce e prodotti (notifiche, feedback sonori, micro-interazioni). Nel digitale, poi, la crescita è evidente: videogiochi e media interattivi hanno reso il suono reattivo, cioè capace di cambiare in base a ciò che fa l’utente. Qui il sound designer non lavora su una timeline lineare: progetta sistemi, logiche, comportamenti. È una differenza enorme, e spiega perché oggi competenze creative e competenze tecniche spesso convivono nello stesso profilo.

Le differenze che contano: sound designer vs ingegnere del suono (e perché li confondiamo)

Sound designer l’architetto invisibile dell’ascolto

La confusione nasce perché entrambi “lavorano con l’audio”, ma il punto non è lo strumento: è lo scopo. L’ingegnere del suono si occupa della qualità tecnica della registrazione e della resa (ripresa, editing, pulizia, missaggio, standard, coerenza dei livelli): deve garantire controllo e fedeltà. Il sound designer, invece, progetta una dimensione percettiva e narrativa: decide quali suoni esistono, perché esistono e che cosa comunicano. In un progetto maturo le due figure collaborano: l’ingegnere assicura che tutto sia tecnicamente impeccabile; il sound designer che tutto sia significativo. Confonderli è come confondere un direttore della fotografia con un tecnico delle luci: entrambi indispensabili, ma con responsabilità diverse.

Quando nasce il sound design: dalle avanguardie al credito cinematografico (e perché la data non è una sola)

Se intendiamo il sound design come progetto dell’ascolto, la storia inizia prima del cinema: nel 1913 Luigi Russolo scrive L’arte dei rumori e sposta l’attenzione dal suono “musicale” al suono come materia del presente (industriale, urbano, quotidiano). Non è ancora “sound design” in senso professionale, ma è già un’idea modernissima: il suono non come decorazione, bensì come linguaggio capace di cambiare la percezione del mondo e, di conseguenza, degli spazi che abitiamo.

Il passaggio decisivo, però, avviene quando il suono entra nella regia con la stessa dignità della fotografia o del montaggio. Qui le fonti divergono su una sfumatura importante: alcuni ricostruiscono l’origine del titolo “Sound Designer” già nel contesto di Coppola e Walter Murch alla fine degli anni ’60 (in relazione a The Rain People), come segnale che il suono non è più soltanto una funzione tecnica ma una responsabilità creativa “totale” sulla traccia audio. Altri indicano come momento di consolidamento (e di vera diffusione nell’industria) il credito attribuito a Murch per Apocalypse Now nel 1979: lì il termine si impone, e con lui l’idea che qualcuno stia “disegnando” l’esperienza uditiva del film, non solo pulendola o assemblandola.

Questa ambiguità, in fondo, è coerente con la disciplina stessa: il sound design non nasce in un giorno, nasce quando cambia lo sguardo (anzi: l’orecchio) sul progetto. E oggi sta accadendo qualcosa di simile fuori dallo schermo: musei, retail, hospitality e installazioni hanno riportato il suono nel campo dell’architettura dell’esperienza, dove “fare bene” significa spesso essere presenti senza imporsi.

Cos’è la sound art: quando il suono non accompagna, ma diventa opera (e spazio)

La sound art è un territorio più instabile e, proprio per questo, fertile. Treccani la definisce come una costellazione di pratiche che mettono al centro suono e ascolto, senza confini netti: non un genere chiuso, ma un fenomeno complesso che vive di sconfinamenti continui tra arte visiva e pratica musicale. È un punto chiave: qui il suono non è necessariamente al servizio di un racconto o di un brand; può essere il nucleo dell’opera, un materiale con cui costruire senso, presenza, tensione.

Nel sound design, di norma, il suono “serve” una funzione (narrativa, percettiva, identitaria): guida, orienta, rende intelligibile, crea comfort o attrito in modo controllato. Nella sound art, invece, il suono spesso non accompagna: accade. È l’evento, l’ambiente, la domanda. Può manifestarsi come installazione site-specific, come scultura sonora, come performance, come intervento in galleria o nello spazio pubblico; e il pubblico non fruisce soltanto, ma abita l’ascolto, con tutto ciò che questo comporta (tempo, attenzione, corpo, memoria).

Per un magazine di design e architettura, questa distinzione è utile perché chiarisce una cosa: quando un progetto sonoro entra in uno spazio, non è automaticamente “arte” né automaticamente “servizio”. Dipende dall’intenzione progettuale, dal contesto e dal tipo di esperienza che si vuole costruire: funzionale, poetica, identitaria, critica. E spesso, nei progetti più contemporanei, le due dimensioni convivono.

Protagonisti in Italia e talenti emergenti: chi firma (davvero) l’ascolto contemporaneo

Sound designer in Italia famosi MIRKO PERRI

In Italia il suono ha figure riconoscibili, anche se la fama, qui, è sempre particolare: perché il lavoro è enorme proprio quando sembra invisibile. Mirco Mencacci è uno dei profili più citati quando si parla di sound design come cultura dell’ascolto: lavora tra cinema/TV, videoarte e musica, e la sua biografia — anche umana — racconta bene quanto il suono possa diventare lettura del mondo, non semplice competenza tecnica. Sul fronte del cinema contemporaneo, Mirko Perri è tra i nomi più premiati: le fonti che lo presentano nel contesto professionale evidenziano nomination e vittorie ai David di Donatello per il sonoro, con un ruolo legato alla creazione e alla costruzione dell’impatto sonoro dei film.

Poi c’è un’area sempre più centrale per il design: l’identità sonora dei brand e la ricerca sul rumore come materia creativa. Chiara Luzzana si muove precisamente qui: tra sound design, sound branding e sound art, con progetti che trasformano il paesaggio sonoro urbano in composizione e installazione (non “musica sopra”, ma città come strumento). È un punto interessante perché avvicina molto il suono a logiche di progetto tipiche dell’interior e dell’exhibition: ritmo, permanenza, soglia, attenzione, memoria.

Quanto ai talenti emergenti (e spesso internazionali), la scena più “forte” oggi è l’audio interattivo: videogiochi e media immersivi, dove il suono non segue una timeline lineare ma risponde a sistemi e comportamenti. Francesco Del Pia, ad esempio, lavora come Senior Sound Designer e si occupa anche di sistemi tecnici audio oltre che di sound design, con crediti in produzioni recenti e in ambiti dove creatività e ingegneria dialogano ogni giorno.

Il nesso tra sound design e interior design: quando lo spazio “si ascolta” (prima ancora di capirsi)

Sound designer in Italia famosi emergenti

Interior design e sound design si incontrano su un terreno comune: la qualità dell’esperienza. Un interno può essere impeccabile sul piano estetico eppure risultare faticoso da vivere se il suono rimbalza, confonde le conversazioni, amplifica ogni gesto. Qui entra in gioco la prima alleanza: il progetto acustico (materiali, assorbimento, tempi di riverbero, privacy) crea le condizioni perché lo spazio sia confortevole e intelligibile. Non è un dettaglio tecnico: il controllo del riverbero e l’intelligibilità del parlato sono tra gli obiettivi più critici dell’acustica d’interni.

Il sound design, però, aggiunge un secondo livello: non solo ridurre il rumore, ma disegnare un “soundscape”, cioè l’ambiente sonoro così come viene percepito dalle persone in quel contesto. È un concetto formalizzato anche in ambito normativo, proprio perché riguarda la percezione, non solo i decibel. In hotel, ristoranti e retail questo diventa strategia: la componente sonora (musica, mascheramento, segnali, micro-atmosfere) può guidare la memoria emotiva del luogo, purché sia progettata con la stessa coerenza con cui si progettano luce, materiali e flussi.

In altre parole: l’interior designer lavora su volumi, superfici e rituali quotidiani; il sound designer lavora su attenzione, comfort, ritmo e identità. Quando collaborano bene, il risultato non è “si sente qualcosa”: è che lo spazio sembra finalmente giusto.

Cosa studiare per diventare sound designer: tre percorsi realistici (più un punto non negoziabile)

Ci sono strade diverse, e non è obbligatorio scegliere una sola identità all’inizio (cinema, game audio, brand, installazioni): spesso il profilo si definisce mentre costruisci portfolio.

Un primo percorso è la formazione specialistica in sound design dentro scuole che uniscono cultura progettuale e pratica tecnica, con un impianto triennale e un lavoro continuativo su progetti (registrazione, post, narrazione sonora, produzione).
Un secondo percorso è quello più tecnico-strutturato: ingegneria del suono e tecnologie dello spettacolo, utile se ti interessa anche la parte di sistemi, standard, misurazione, delivery professionale e pipeline (molto richiesto in broadcast e in contesti complessi).
Il terzo percorso è quello “audio per media”, spesso con bienni e specializzazioni in post-produzione, sound branding e mercato multimediale: è una strada concreta per entrare in produzione e crescere per crediti e network.

Qualunque strada tu scelga, c’è un punto non negoziabile: il portfolio. Se vuoi lavorare davvero come sound designer, devi mostrare scelte (non solo pulizia tecnica): un redesign sonoro di una scena, un piccolo paesaggio sonoro per uno spazio, un progetto di foley, una breve installazione, o una micro-identità sonora per un brand. È lì che si vede se sai “progettare” e non soltanto usare software.

Sound designer l’architetto invisibile dell’ascolto. I nomi dei progettisti del suono più famosi ed emergenti in Italia

Che cosa fa il sound designer?

Progetta l’esperienza sonora: decide quali suoni esistono, che funzione hanno (narrare, orientare, rassicurare, amplificare tensione, creare comfort), come sono costruiti (registrati o creati), come sono posizionati nello spazio e come dialogano con immagini, oggetti e ambienti. Il suo lavoro è spesso invisibile quando è fatto bene: si sente come qualità complessiva.

Quanto guadagna un sound designer in Italia?

Dipende molto dal settore e dal fatto che tu sia dipendente o freelance. Per ruoli “audio” più strutturati e inquadrati, le stime salariali online per profili come audio engineer si muovono intorno a ~29–33k lordi/anno (con variabilità per seniority). Nel lavoro freelance (TV, set, produzioni) spesso si ragiona a giornata/progetto: in ambito televisivo, ad esempio, vengono citati compensi giornalieri nell’ordine di qualche centinaio di euro (variabili per ruolo e attrezzatura).

Cos’è la sound art?

È un ambito in cui il suono non “supporta” un contenuto, ma può diventare opera o installazione: il pubblico non ascolta come sottofondo, ma entra in una situazione percettiva pensata come linguaggio artistico. In molti progetti contemporanei, i confini con il design (soprattutto negli spazi espositivi) sono volutamente porosi.

Ingegnere del suono: cosa fa?

È la figura che garantisce qualità tecnica e controllo del risultato: ripresa, pulizia, editing, missaggio, standard di consegna, coerenza dei livelli, gestione di attrezzature e sistemi. Può collaborare strettamente con il sound designer: uno progetta il “perché” e il “che cosa”, l’altro assicura che il “come” sia impeccabile e replicabile in produzione.

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