Durante la Design Week di Milano, la città sembra trasformarsi in una dimensione fatta di lusso, immagini impeccabili e continua ricerca della bellezza: vetrine perfette, showroom scintillanti, installazioni curate in ogni dettaglio. Eppure, osservando meglio ciò che accade durante il Fuorisalone, emerge un paradosso affascinante: le folle di persone non si concentrano quasi mai solo negli spazi più levigati del centro storico o negli stand tirati a lucido della fiera, ma si spostano sempre più spesso ai margini della città, in luoghi che Milano stessa sembrava aver dimenticato.
Durante i giorni della Milano Design Week, migliaia di persone si mettono in fila per entrare in spazi rimossi dalla memoria urbana e a cui qualcuno ha scelto di restituire dignità. Ex macelli di periferia, tunnel sotterranei, edifici abbandonati tornano a vivere e danno forma a un ecosistema che interpreta in modo concreto il significato di “Be the Project”.
Nel mondo contemporaneo, infatti, le persone sembrano aver perso interesse per mostre che assomigliano soltanto a cataloghi in tre dimensioni. Cresce invece il bisogno di vivere esperienze, relazioni e spazi capaci di rispondere a un’urgenza sociale sempre più evidente. È proprio qui che emerge una delle qualità più attuali del design italiano e del Made in Italy contemporaneo: affiancare alla storica eccellenza industriale la capacità di farsi infrastruttura sociale, rispondendo alla richiesta silenziosa di aggregazione che arriva dalla città.
A dare forma concreta a questo bisogno non sono state soltanto le istituzioni più tradizionali. Negli ultimi anni sono nati progetti e piattaforme indipendenti che hanno scelto di recuperare aree urbane in disuso e restituirle alla città con un volto più autentico, dando vita a veri e propri ecosistemi. Realtà come Alcova e Dropcity stanno contribuendo in modo significativo alla riscoperta e alla rigenerazione di Milano.
L’essenza di questa trasformazione è evidente nell’approccio di Alcova Milano, piattaforma itinerante dedicata al design indipendente e di ricerca, nata nel 2018 da un’intuizione di Valentina Ciuffi e Joseph Grima. Lontana dall’idea di produzione seriale o di fiera tradizionale, Alcova si propone come un’alternativa radicale allo stand prefabbricato: il suo obiettivo non è coprire o neutralizzare gli spazi, ma conservarli nel loro stato reale, comprese tutte quelle imperfezioni che ne raccontano la storia.
Il risultato è un dialogo potente tra opere estremamente contemporanee e architetture in decadenza. In questi contesti, l’intonaco scrostato, la polvere e i segni del tempo convivono con installazioni sperimentali e tecnologie del futuro. Negli anni, Alcova ha “sbloccato” porzioni di città fino a quel momento inaccessibili, restituendole temporaneamente alla collettività: un ex macello di Porta Vittoria si è trasformato in una cittadella industriale attraversata da nuove energie, mentre l’ex ospedale militare di Baggio è diventato un giardino surreale in cui il concetto di mostra assume i tratti di un’esplorazione quasi archeologica.
Eppure, per quanto rivoluzionaria, quella di Alcova resta ancora una magia effimera. I suoi progetti durano il tempo della Design Week e poi svaniscono. Ma cosa accade quando questo bisogno di aggregazione non si accontenta più di una sola settimana all’anno?

A questa domanda prova a rispondere Dropcity, progetto nato da un’idea dell’architetto Andrea Caputo con l’ambizione di diventare un nuovo centro per l’architettura e il design a Milano. Il luogo scelto è emblematico: sotto i binari della Stazione Centrale si estende un sistema di tunnel monumentali che per decenni è rimasto una zona buia e dimenticata della città, spesso associata esclusivamente a degrado e marginalità.
Durante il Fuorisalone, questi spazi si aprono a dibattiti, presentazioni ed esposizioni. Ma la vera particolarità di Dropcity sta nel suo rifiuto dell’idea di semplice galleria espositiva temporanea. Il progetto è stato pensato come un vero quartiere del progetto, dove accanto agli spazi espositivi trovano posto soprattutto infrastrutture condivise: laboratori di fabbricazione robotica, aree per la stampa 3D, una materioteca, uffici e aule dedicate al dibattito pubblico.
In questo caso, l’industria non entra per mostrare soltanto il meglio di sé, ma per mettere strumenti a disposizione della comunità. È qui che il design smette di stare su un piedistallo e diventa uno spazio in cui la città può ripensare se stessa.
Le piattaforme che ho raccontato testimoniano in modo diretto il cambiamento in atto nel mondo del design contemporaneo. Si tratta di una metamorfosi ormai irreversibile. Nel Made in Italy di oggi, infatti, l’obiettivo non è più soltanto esporre forme compiute e perfezione estetica, ma costruire un terreno comune, aprire un dialogo con la società, attivare nuove possibilità d’uso e di incontro.
In fondo, sembra essere proprio questo il senso più attuale di “Be the Project”: uno slogan semplice che diventa manifesto di una nuova natura del design italiano. Oggi il Made in Italy non vuole più solo essere guardato, ma anche abitato. La storica eccellenza manifatturiera italiana diventa così il mezzo per restituire alla collettività luoghi di socialità, relazione e partecipazione.
Questo contributo è stato selezionato tra i 5 vincitori del contest “Be the Project”, promosso da Archi&Interiors insieme a Hdemy Group, NAD – Nuova Accademia del Design e Accademia Cappiello.
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