Per anni il vetrocemento è rimasto legato a un immaginario difficile da scardinare: pianerottoli condominiali, uffici anni Novanta, bagni anonimi, soluzioni edilizie più funzionali che progettuali. Un materiale associato spesso a una certa estetica del passato, più che a una reale ricerca architettonica. Poi, quasi silenziosamente, qualcosa è cambiato. Il vetromattone è tornato dentro il …
Per anni il vetrocemento è rimasto legato a un immaginario difficile da scardinare: pianerottoli condominiali, uffici anni Novanta, bagni anonimi, soluzioni edilizie più funzionali che progettuali. Un materiale associato spesso a una certa estetica del passato, più che a una reale ricerca architettonica.
Poi, quasi silenziosamente, qualcosa è cambiato.
Il vetromattone è tornato dentro il linguaggio del progetto contemporaneo, ma con un’identità nuova. Non più semplice elemento tecnico per lasciar passare la luce, bensì superficie architettonica, filtro visivo, materia capace di costruire atmosfera. Negli interni, nelle installazioni e nelle nuove sperimentazioni progettuali, il vetrocemento sta vivendo una seconda stagione: più sofisticata, più cromatica, più scenografica.
Al Salone del Mobile 2026, il suo ritorno è stato difficile da ignorare. Pareti luminose, volumi traslucidi, giochi cromatici e superfici semiopache hanno riportato il vetromattone al centro dell’attenzione. Non come revival nostalgico, ma come risposta a una domanda molto attuale: come separare gli spazi senza chiuderli davvero?
La luce come nuovo lusso domestico

Negli interni contemporanei la luce naturale è diventata uno degli elementi più preziosi del progetto. Le case chiedono ambienti più fluidi, connessioni morbide tra le stanze, passaggi visivi che non interrompano la percezione dello spazio.
È qui che il vetrocemento ritrova la sua forza.
Divide senza chiudere. Protegge senza oscurare. Filtra la luce e la restituisce in forma di riflessi, ombre soffuse, vibrazioni materiche. In un’epoca dominata da open space, ambienti multifunzionali e zone ibride della casa, questo materiale permette di costruire confini più leggeri, capaci di definire senza irrigidire.
Il suo valore non è più soltanto tecnico. È percettivo. Il vetrocemento modifica il modo in cui la luce attraversa una stanza e, di conseguenza, cambia anche il modo in cui quello spazio viene abitato.
Dal modernismo agli interni contemporanei

La storia del vetrocemento attraversa oltre un secolo di architettura. Nato tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento per portare luce negli edifici industriali, nelle fabbriche e negli spazi di lavoro, si afferma poi come materiale caro al Movimento Moderno grazie alla sua combinazione di robustezza, trasparenza e modularità.
Uno degli esempi più celebri resta la Maison de Verre di Pierre Chareau a Parigi, dove il vetrocemento diventa una vera pelle luminosa: non un semplice tamponamento, ma un dispositivo architettonico capace di trasformare la luce in struttura.
Dopo il successo tra gli anni Settanta e Ottanta, però, il materiale ha conosciuto una lunga fase di declino. L’uso eccessivo, spesso poco raffinato, lo ha reso sinonimo di edilizia funzionale, ambienti impersonali, soluzioni standardizzate. Troppo presente, troppo rigido, troppo riconoscibile.
Oggi il ritorno del vetrocemento avviene proprio attraverso una rilettura radicale di quella memoria.
Nuovi colori, texture e atmosfere

Il vetrocemento contemporaneo ha abbandonato l’immagine fredda e impersonale che per anni lo ha accompagnato. Le nuove interpretazioni lavorano sulla materia in modo più sofisticato, introducendo finiture, colori e texture pensati per dialogare con interni di ricerca.
Al Salone del Mobile 2026 si sono viste superfici in tonalità fumé e bronzo, sfumature cipria, ambra e verde salvia, vetri satinati dall’effetto quasi tessile, moduli ondulati capaci di deformare la luce e soluzioni colorate che richiamano gli anni Settanta, ma con un linguaggio molto più essenziale.
Il risultato è lontano dal vecchio mattone industriale. Oggi il vetrocemento appare come una superficie viva, quasi liquida, capace di cambiare durante la giornata in base all’intensità della luce naturale.
Non è più solo un modulo da costruzione. È una materia luminosa.
Come cambia l’uso del vetrocemento negli interni

La trasformazione più interessante riguarda il modo in cui viene inserito nei progetti. In passato il vetrocemento era spesso usato come protagonista assoluto, in pareti intere o grandi superfici dall’impatto molto marcato. Oggi, invece, entra negli interni con maggiore misura.
Viene scelto come accento architettonico, come filtro, come elemento capace di dare profondità senza appesantire lo spazio.
Pareti divisorie leggere
Una delle applicazioni più attuali riguarda le pareti divisorie tra cucina e living, tra ingresso e soggiorno, tra zona notte e bagno. Il vetrocemento consente di separare gli ambienti mantenendo la continuità luminosa, una qualità sempre più richiesta nelle abitazioni contemporanee.
Non chiude la stanza, ma la protegge. Non interrompe lo sguardo, ma lo rende più morbido.
Bagni luminosi e spa domestiche
Nel bagno il vetrocemento torna con una veste più raffinata. Può essere utilizzato per docce walk-in, pareti rétroilluminate, piccoli separé o quinte decorative che trasformano l’ambiente in uno spazio più intimo e sensoriale.
La sua capacità di filtrare la luce lo rende particolarmente adatto a una nuova idea di bagno domestico, sempre più vicina al concetto di benessere e spa privata.
Ingressi e corridoi
Negli ingressi, nei corridoi e negli ambienti ciechi, il vetrocemento diventa uno strumento progettuale molto efficace. Porta luce dove normalmente non arriverebbe, alleggerisce le zone di passaggio e permette di rendere più ariosi anche gli spazi più compressi.
In questo senso, il suo ritorno non è soltanto estetico. È anche funzionale.
Arredi architettonici
Il vetrocemento non viene più utilizzato soltanto per costruire pareti. Oggi compare anche in banconi, testiere letto, isole cucina, nicchie illuminate, basi scultoree e tavoli dall’effetto monolitico.
È un materiale che consente di lavorare su volumi pieni e traslucidi allo stesso tempo, con un equilibrio interessante tra solidità e leggerezza visiva.
Facciate e outdoor
Anche negli esterni, alcuni progettisti stanno recuperando il vetrocemento per facciate, pareti filtranti e volumi semi-trasparenti. La sua presenza permette di combinare isolamento, privacy e impatto scenografico, soprattutto nei progetti in cui la luce diventa parte integrante dell’architettura.
Perché piace ai designer oggi
Il fascino del vetrocemento sta nella sua ambiguità. È industriale, ma può essere elegante. È rétro, ma anche futuristico. È modulare, ma non necessariamente rigido. È decorativo, ma può restare estremamente essenziale.
Soprattutto, introduce negli interni una qualità oggi molto ricercata: la profondità luminosa.
Dopo anni dominati da superfici opache, palette neutre e minimalismo assoluto, il design sembra tornare a desiderare materiali più espressivi. Non necessariamente rumorosi, ma capaci di generare atmosfera. Il vetrocemento risponde a questa esigenza perché non aggiunge soltanto una texture: modifica la percezione dello spazio.
La luce non viene semplicemente lasciata passare. Viene trattenuta, diffusa, trasformata.
Il vetrocemento come materia del nuovo abitare

Il ritorno del vetrocemento racconta qualcosa di più ampio di una semplice tendenza. Parla del bisogno di interni meno rigidi, più sensibili, capaci di trovare un equilibrio tra apertura e protezione.
Nelle case contemporanee non si cerca più soltanto la massima continuità visiva. Si cerca una qualità diversa dello spazio: ambienti che sappiano essere aperti ma non esposti, luminosi ma non freddi, funzionali ma anche emotivi.
In questa direzione, il vetrocemento torna a essere uno strumento progettuale attuale. Non invade lo spazio, lo trasforma. Rende la luce visibile, la modella, la fa diventare architettura.
Ed è forse proprio questa la ragione del suo nuovo successo: dopo essere stato considerato per anni un materiale superato, oggi il vetrocemento rientra nel progetto con una forza inattesa. Non come citazione nostalgica, ma come superficie capace di tenere insieme memoria, materia e futuro.

