La luce può imporsi come segno oppure arretrare, fino a coincidere con l’architettura. È in questa seconda possibilità, più complessa e meno immediata, che si misura oggi una parte importante della qualità progettuale: nella capacità di rendere leggibili i volumi, restituire profondità alle superfici e accompagnare la percezione dello spazio senza trasformare l’apparecchio illuminante nel …
La luce può imporsi come segno oppure arretrare, fino a coincidere con l’architettura. È in questa seconda possibilità, più complessa e meno immediata, che si misura oggi una parte importante della qualità progettuale: nella capacità di rendere leggibili i volumi, restituire profondità alle superfici e accompagnare la percezione dello spazio senza trasformare l’apparecchio illuminante nel centro della scena.
È una ricerca che richiede competenza tecnica, controllo e sensibilità verso la materia, soprattutto quando il progetto incontra musei, dimore storiche, ambienti affrescati e architetture sottoposte a vincoli precisi. In questi contesti, illuminare non significa semplicemente aggiungere luce, ma stabilire una relazione calibrata con ciò che esiste, rispettandone proporzioni, identità e memoria.
Su questa cultura dell’integrazione Zero55 ha costruito il proprio ruolo nel panorama dell’illuminazione architetturale. L’azienda toscana lavora sul confine tra ricerca illuminotecnica e progetto, sviluppando tecnologie e soluzioni su misura nelle quali il controllo della luce procede insieme alla riduzione dell’impatto visivo dell’apparecchio. Drywall®, DIVE e HOOP raccontano declinazioni differenti della stessa idea: lasciare che sia la luce a rivelare l’architettura, senza sovrapporsi ad essa.
Nell’intervista ad Andrea Stiaccini, co-CEO di Zero55, il tema dell’illuminazione si apre così a una riflessione più ampia sul progetto contemporaneo: il rapporto con la materia e il patrimonio, la qualità cromatica, il comfort visivo, il dialogo con architetti e lighting designer e il valore di una produzione capace di tenere insieme innovazione, precisione e attenzione sartoriale.
Illuminazione architetturale: l’intervista ad Andrea Stiaccini di Zero55
Zero55 lavora su un’idea di luce molto precisa: non un elemento decorativo da aggiungere allo spazio, ma una presenza capace di entrare nell’architettura. Da dove nasce questa visione e quale esigenza vi ha portato a concentrarvi sull’integrazione tra luce, superfici e progetto?
La nostra visione nasce da una convinzione molto semplice: la luce non dovrebbe arrivare dopo l’architettura, come un’aggiunta, ma dovrebbe farne parte. In molti contesti ci siamo accorti che il problema non era soltanto illuminare bene, ma farlo senza compromettere la qualità dello spazio, delle superfici e dei materiali.
Da qui è nato il nostro lavoro sull’integrazione: rendere la luce una presenza naturale, capace di valorizzare ciò che esiste senza sovrapporsi. Per Zero55 il prodotto non è mai un oggetto isolato, ma uno strumento al servizio del progetto.
Questa è anche la base della nostra metodologia solution-oriented: partiamo dall’esigenza reale, dai vincoli dello spazio e dal risultato luminoso che si vuole ottenere, per sviluppare una risposta tecnica e progettuale coerente. Non cerchiamo di imporre un prodotto, ma di individuare la soluzione più corretta.
Molti vostri interventi sembrano partire da una domanda delicata: come illuminare senza invadere? È una questione tecnica, ma anche culturale. Che cosa significa, per voi, progettare una luce che si percepisce prima ancora di notare l’apparecchio?
Significa lavorare sulla misura. Una luce ben progettata non deve necessariamente dichiarare la propria presenza attraverso l’apparecchio; deve migliorare la percezione dello spazio, rendere leggibile una superficie e accompagnare lo sguardo.
Naturalmente questo richiede molta tecnica: controllo dell’emissione, ottiche corrette, qualità cromatica, gestione dell’abbagliamento, simulazioni e verifiche. Ma prima ancora è un atteggiamento progettuale. Per noi illuminare senza invadere significa rispettare l’architettura, non competere con essa.
Il nostro obiettivo è arrivare a una soluzione che appaia naturale, anche quando dietro c’è un lavoro complesso di progettazione, sviluppo, prove e mockup.
La vostra ricerca incontra spesso luoghi complessi: musei, ville storiche, palazzi, superfici decorate, architetture con vincoli molto precisi. Che cosa vi hanno insegnato questi contesti sul rapporto tra luce, misura e rispetto dello spazio?

Ci hanno insegnato che ogni intervento deve partire dall’ascolto. Nei luoghi storici o vincolati non si può entrare con soluzioni standard, perché ogni parete, ogni cornice, ogni materiale ha una propria storia, una propria identità e, spesso, anche una propria fragilità.
La luce deve essere precisa, ma anche discreta. Deve rendere visibile senza alterare, valorizzare senza trasformare. Questi contesti ci hanno educato alla responsabilità: non basta ottenere un effetto esteticamente bello, bisogna ottenere un risultato corretto per quel luogo.
Per questo il nostro approccio è solution-oriented. Non proponiamo una risposta già pronta, ma sviluppiamo una soluzione in funzione del contesto, attraverso simulazioni, campionature, verifiche in loco e, quando necessario, mockup che permettono di valutare concretamente l’effetto della luce.
Drywall® è uno degli elementi più riconoscibili del vostro lavoro. Come nasce questa tecnologia e quale problema progettuale vi interessava risolvere quando avete iniziato a svilupparla?
Drywall® nasce dalla necessità di superare il concetto tradizionale di apparecchio visibile. Volevamo sviluppare una tecnologia capace di integrarsi nelle superfici e di far emergere la luce senza imporre la presenza del corpo illuminante.
Il problema progettuale era molto concreto: come portare una luce di qualità all’interno di architetture complesse, anche storiche o delicate, riducendo al minimo l’impatto visivo dell’apparecchio.
La particolarità di Drywall® è che permette alla luce di nascere dal punto zero dell’architettura, cioè dalla linea esatta di intersezione tra parete e soffitto. È una caratteristica unica della nostra tecnologia: la luce non viene applicata vicino a quel punto, ma emerge direttamente dal punto in cui le due superfici si incontrano.
Drywall® è quindi una soluzione tecnica, ma anche il manifesto del nostro modo di intendere la luce: integrazione, controllo, continuità delle superfici e rispetto dell’architettura.
In molti casi il vostro obiettivo non è far vedere il prodotto, ma far funzionare la luce in modo quasi naturale dentro l’architettura. In un mercato in cui l’oggetto di design cerca spesso di imporsi, perché avete scelto una strada più silenziosa?


Perché crediamo che il valore della luce non coincida necessariamente con la visibilità dell’oggetto. Il design, per noi, non è soltanto forma: è capacità di risolvere un problema, migliorare l’esperienza dello spazio e dialogare con il progetto architettonico.
Abbiamo scelto una strada più silenziosa perché molti luoghi non chiedono un segno forte, ma una presenza intelligente. Non è una rinuncia all’identità, anzi: per Zero55 la riconoscibilità sta proprio nella capacità di scomparire quando serve.
È una scelta coerente con il nostro metodo. Ascoltiamo il progetto, comprendiamo il vincolo e individuiamo la soluzione più adatta. La luce diventa protagonista attraverso ciò che riesce a rivelare, non necessariamente attraverso l’oggetto che la produce.
La luce può cambiare completamente la percezione di un materiale: una pietra, un intonaco, un affresco, un legno, una superficie metallica. Come lavorate perché l’intervento luminoso non tradisca la materia, ma la restituisca nel modo più corretto?
Partiamo sempre dalla materia. Osserviamo la superficie, la sua texture, il colore e la capacità di riflettere o assorbire la luce. Poi lavoriamo su temperatura colore, resa cromatica, apertura del fascio, posizione e intensità.
Una pietra non reagisce come un affresco, un legno non reagisce come un metallo. Per questo utilizziamo software specifici di simulazione ottica e programmi di ray tracing 3D, con i quali possiamo studiare il comportamento delle ottiche, il percorso della luce, la distribuzione dei fasci e le riflessioni sulle diverse superfici.
La simulazione ci permette di anticipare molti aspetti del risultato, ma non sostituisce completamente la verifica reale. Quando il progetto lo richiede realizziamo campionature e mockup, perché il rapporto tra luce e materia deve essere osservato anche fisicamente.
L’obiettivo non è rendere tutto più scenografico, ma restituire ogni materiale nella sua verità visiva.
Zero55 sembra entrare nei progetti non alla fine, quando bisogna “mettere le luci”, ma molto prima, quando si ragiona sulla qualità dello spazio. Quanto cambia il risultato quando l’illuminazione viene pensata insieme all’architettura fin dalle prime fasi?
Cambia moltissimo. Quando la luce viene pensata alla fine, spesso diventa una correzione. Quando invece entra nelle prime fasi, diventa parte del progetto.
Si possono integrare meglio gli apparecchi, prevedere correttamente le alimentazioni, controllare le emissioni, evitare soluzioni invasive e ottenere un risultato più pulito. Il nostro lavoro è più efficace quando possiamo dialogare fin dall’inizio con architetti, lighting designer, interior designer e progettisti.
In quel momento la luce non è un accessorio, ma una componente della qualità architettonica. Possiamo ragionare insieme su dettagli, vincoli tecnici, personalizzazioni, sistemi di montaggio e mockup, arrivando a una risposta realmente costruita sul progetto.
Nel confronto con architetti, lighting designer e interior designer, quali sono oggi le richieste più frequenti? Vi chiedono soprattutto discrezione, integrazione, precisione tecnica, flessibilità o soluzioni costruite su casi molto specifici?
Direi tutte queste cose insieme. I progettisti cercano prodotti tecnicamente affidabili, ma anche flessibili. Chiedono integrazione, perché vogliono evitare elementi invasivi; chiedono precisione, perché ogni progetto presenta vincoli e obiettivi diversi; chiedono supporto, perché spesso la soluzione deve essere adattata al contesto.
Per noi questo è naturale: non ci limitiamo a fornire un apparecchio, ma accompagniamo il progettista nella scelta e nello sviluppo della soluzione più corretta.
La nostra metodologia solution-oriented parte dal problema progettuale. A volte la risposta consiste nell’adattamento di un prodotto esistente; altre volte richiede lo sviluppo di un’ottica, di una finitura, di una misura o di un sistema di montaggio specifico. Il valore di Zero55 è anche nella capacità di seguire questo percorso insieme al progettista.
La vostra produzione nasce in Toscana, in un territorio dove il rapporto tra architettura, arte e materia è particolarmente forte. Che valore ha, per Zero55, mantenere una filiera vicina e controllata in un settore così tecnico e internazionale?
Ha un valore fondamentale. Avere una filiera vicina significa poter controllare meglio la qualità, intervenire rapidamente sulle personalizzazioni, seguire i dettagli e mantenere un rapporto diretto con chi realizza le diverse componenti.
In un settore tecnico e internazionale, questo non è un limite, ma un vantaggio competitivo. La Toscana ci trasmette una cultura della materia, del dettaglio e della proporzione che per noi è essenziale.
Tecnologia e artigianalità non sono in contrapposizione: nel nostro caso lavorano insieme. Ci riconosciamo nella definizione di artigiani contemporanei della luce: un’azienda tecnologica, orientata alla ricerca e all’innovazione, ma capace di mantenere cura, flessibilità e attenzione sartoriale.
Firenze è una città in cui la luce non è mai neutra: attraversa pietra, affreschi, musei, chiese, spazi storici. Vivere e lavorare in questo contesto ha educato in qualche modo il vostro sguardo?

Sì, inevitabilmente. Firenze è una città in cui arte, architettura, materia e luce sono legate da secoli. La luce naturale attraversa le pietre, modella le facciate, entra nelle chiese e cambia continuamente la percezione degli affreschi, delle sculture e dei volumi.
Basta pensare alla Sagrestia Nuova di San Lorenzo, dove Michelangelo non progettò soltanto l’architettura e le sculture, ma studiò anche il rapporto tra le aperture, la luce naturale, il marmo e le opere. La luce proveniente dalle finestre e dalla lanterna della cupola partecipa alla lettura dello spazio e accompagna, nelle diverse ore della giornata, le forme architettoniche e scultoree.
Questa cultura fiorentina ci ha insegnato che la luce non è un elemento neutro e non può essere trattata superficialmente. Può diventare un legame tra architettura, materia e racconto.
Lavorare a Firenze ha formato il nostro sguardo: ci ha educato a cercare una luce precisa e rispettosa, capace di rivelare senza sovraccaricare. È anche per questo che sentiamo particolarmente vicini i beni culturali, i musei, i palazzi storici e gli ambienti affrescati.
Nei luoghi espositivi la luce deve fare molte cose insieme: mostrare, guidare, proteggere, non stancare lo sguardo, non alterare i colori. Come si trova il punto di equilibrio tra esperienza del visitatore e responsabilità verso l’opera o l’architettura?
L’equilibrio nasce dal progetto. In un museo o in un luogo espositivo la luce non deve soltanto “far vedere”: deve costruire un’esperienza corretta.
Deve guidare il visitatore, proteggere le opere, rispettare i livelli di illuminamento, evitare l’abbagliamento e mantenere una resa cromatica adeguata. Ogni scelta tecnica ha una conseguenza percettiva.
Per questo lavoriamo con attenzione su simulazioni, prove, verifiche e mockup. Cerchiamo il punto in cui qualità visiva e responsabilità conservativa coincidono. Nei contesti museali la luce non può essere improvvisata: deve essere progettata con precisione e verificata sul campo.
La qualità cromatica è un tema spesso invisibile al pubblico, ma decisivo per chi progetta. Un colore può apparire spento, falsato o troppo acceso se la luce non è corretta. Come affrontate questo aspetto nella fase di sviluppo e di prova?
La qualità cromatica è centrale, soprattutto nei contesti in cui la luce deve restituire fedelmente un’opera, un materiale o una superficie. Una luce tecnicamente potente, ma cromaticamente non corretta, può alterare completamente la percezione di un affresco, di una pietra, di un tessuto o di un legno.
Per questo selezioniamo con grande attenzione le sorgenti luminose. Nei nostri prodotti utilizziamo LED Nichia, tecnologia giapponese riconosciuta per l’elevata qualità, la stabilità cromatica e l’ottima resa dei colori. Questo ci permette di lavorare con maggiore precisione sulla qualità percettiva della luce, soprattutto in ambito museale e nei progetti in cui la fedeltà cromatica è determinante.
Non esiste, però, una temperatura colore giusta in assoluto: esiste la luce giusta per quel materiale, per quel contesto e per quella funzione. Quando il progetto lo richiede facciamo quindi prove, campionature e mockup, fino a individuare il punto di equilibrio corretto.
DIVE porta molto avanti il tema dell’integrazione: quando è spento tende a scomparire, quando è acceso lavora con un’emissione controllata. Che cosa rappresenta questo prodotto nel percorso di Zero55?
La frase che abbiamo utilizzato per presentare DIVE ai [d]arc awards ne riassume bene il significato: quando la luce scompare, resta l’architettura.
DIVE è un apparecchio lineare a scomparsa totale, progettato per integrarsi perfettamente nel soffitto. Grazie alla finitura personalizzabile, quando è chiuso diventa praticamente invisibile e lascia continua la superficie architettonica.
Quando viene acceso, un meccanismo di rotazione motorizzato e intelligente apre il sistema e rivela le ottiche dark light, studiate per controllare l’emissione e nascondere la sorgente luminosa alla vista.
DIVE rappresenta un passaggio importante nel percorso Zero55 perché porta il principio dell’integrazione a un livello ulteriore: non si limita a ridurre la presenza dell’apparecchio, ma permette al prodotto di scomparire realmente quando la luce non è necessaria.
È tecnologia al servizio dell’architettura: quando è spento resta la purezza della superficie; quando è acceso emerge soltanto la luce.
Con HOOP, invece, emerge un’altra idea: una luce precisa, orientabile, ma anche semplice da gestire. Quanto è importante per voi che la complessità tecnica resti intuitiva per chi utilizza il prodotto?
È fondamentale. HOOP nasce proprio con questa attenzione: offrire una luce precisa e orientabile attraverso un prodotto piccolo, intuitivo e semplice da gestire.
È un faretto sferico di dimensioni contenute, facile da direzionare e da montare grazie a un sistema a calamita. Questo aspetto è importante perché la tecnologia deve aiutare il progettista, l’installatore e l’utilizzatore finale, non complicare il loro lavoro.
Dietro una soluzione apparentemente semplice c’è molta ricerca tecnica. Il risultato, però, deve essere naturale: un prodotto flessibile, pulito, facilmente orientabile e capace di adattarsi alle esigenze dello spazio.
Il vostro catalogo attraversa soluzioni diverse: incassi, luce lineare, sistemi orientabili, indoor, outdoor, musei, residenze, hospitality. Come si mantiene una linea riconoscibile quando le applicazioni sono così differenti?


La nostra linea riconoscibile nasce dalla tecnologia Drywall®, attorno alla quale ruotano i prodotti e i progetti Zero55. Drywall® non è soltanto una soluzione tecnica, ma la vera protagonista e il filo conduttore del nostro catalogo.
Le applicazioni possono essere diverse — musei, residenze, hospitality, outdoor, superfici storiche o spazi contemporanei — ma il principio rimane lo stesso: integrare la luce nell’architettura, controllarne con precisione l’emissione, ridurre l’impatto visivo dell’apparecchio e costruire una risposta su misura.
Ogni prodotto e ogni progetto hanno per noi una componente sartoriale. Non partiamo dall’idea di applicare una soluzione standard, ma cerchiamo di capire come quella tecnologia possa dialogare con uno spazio specifico.
La coerenza del catalogo non nasce quindi dall’uniformità formale, ma da un metodo comune.
Oggi la luce rischia spesso di diventare effetto scenico, soprattutto negli interni più fotografati. Il vostro approccio sembra invece più vicino alla sottrazione. È difficile difendere questa misura davanti a un mercato che chiede immagini sempre più forti?
A volte sì, ma crediamo che sia necessario. Un’immagine forte può colpire immediatamente, ma non sempre costruisce qualità nel tempo. La luce deve essere vissuta, non soltanto fotografata.
Un ambiente deve funzionare per chi lo attraversa, per chi ci lavora, per chi osserva un’opera o abita uno spazio. La sottrazione non significa assenza di carattere; significa scegliere con precisione cosa mostrare e cosa lasciare in secondo piano.
È una posizione progettuale, ma anche culturale. In un mercato spesso orientato all’effetto immediato, noi continuiamo a credere in una luce più misurata, profonda e durevole.
Il comfort visivo non riguarda solo i parametri tecnici: riguarda il modo in cui una persona vive uno spazio, guarda un’opera, legge una parete, attraversa una stanza. Quando, per voi, una luce può dirsi davvero confortevole?
Una luce è confortevole quando non costringe lo sguardo. Quando permette di vedere bene senza affaticare, accompagna i movimenti e non crea abbagliamenti o contrasti inutili.
Il comfort non è soltanto un dato tecnico, anche se i dati sono fondamentali. È la somma tra prestazione, percezione e uso reale dello spazio.
Una luce confortevole spesso non si nota immediatamente, ma si percepisce nel tempo: rende naturale l’esperienza dell’ambiente. Per noi è uno degli obiettivi principali di ogni progetto.
Nel vostro lavoro tecnologia e sensibilità progettuale sono sempre intrecciate. C’è un momento, durante lo sviluppo di una soluzione, in cui capite che la risposta non è solo corretta sul piano tecnico, ma anche giusta per quello spazio?
Sì, accade quando la soluzione smette di sembrare una forzatura. Può succedere durante una prova in laboratorio, in cantiere, davanti a una superficie illuminata o durante la verifica di un mockup.
I parametri tecnici sono indispensabili, ma poi c’è una valutazione più ampia: la luce deve appartenere a quello spazio. Quando l’emissione è corretta, l’apparecchio è integrato, il materiale risponde bene e l’architettura resta protagonista, allora capiamo che la soluzione non è soltanto funzionante, ma giusta.
È qui che la metodologia solution-oriented diventa concreta: non cerchiamo la soluzione più facile da proporre, ma quella più corretta per il progetto.
Se doveste scegliere un prodotto, una tecnologia o un progetto che racconta meglio l’identità di Zero55, quale indichereste e perché?

Indicherei Drywall®, perché è la tecnologia dalla quale emerge con maggiore chiarezza la nostra identità.
Racconta la volontà di integrare la luce nelle superfici, di ridurre la presenza dell’apparecchio e di lavorare con l’architettura, non sopra l’architettura. Porta la luce fino al punto zero di intersezione tra parete e soffitto, trasformando un limite geometrico in un’origine luminosa.
È una soluzione tecnica, ma anche un modo di pensare. Dentro Drywall® ci sono molti degli elementi che definiscono Zero55: ricerca, brevetto, artigianalità, personalizzazione, controllo ottico, attenzione al dettaglio e rispetto del contesto.
Su questo prodotto o progetto ci piacerebbe raccontare anche il lavoro che normalmente resta nascosto: un disegno, una prova ottica, un prototipo, un dettaglio tecnico, un’immagine di cantiere. Esiste un materiale che restituisce bene il passaggio dall’idea alla luce installata?
Sì, e credo che sia una parte molto interessante da raccontare. Spesso il risultato finale appare naturale proprio perché dietro c’è un lavoro complesso: disegni, simulazioni ottiche, programmi di ray tracing, prototipi, mockup, verifiche sui materiali, confronti con i progettisti e assistenza in cantiere.
Mostrare questo processo aiuta a comprendere che l’integrazione non nasce per caso. Un dettaglio costruttivo, una simulazione, una prova su superficie, un mockup o un’immagine di installazione possono raccontare molto bene il passaggio dall’idea alla luce reale.
È proprio in questo percorso, spesso invisibile, che si riconosce il nostro metodo: non soltanto realizzare un prodotto, ma ricercare la soluzione più corretta.
Guardando ai prossimi anni, quali temi vi sembrano più importanti per il progetto della luce: integrazione nelle superfici, riduzione dei consumi, qualità percettiva, benessere, personalizzazione o sistemi più intelligenti?
Sono tutti temi importanti, ma credo che il mercato stia tornando a cercare qualcosa di più profondo: qualità reale, competenza, cura e autenticità.
Negli ultimi anni si è assistito a una grande diffusione di soluzioni standardizzate, spesso lontane dalla cultura del Made in Italy e dalla qualità della luce che un progetto richiede davvero. Penso, per esempio, all’uso indiscriminato di strip LED economiche, che possono apparire come una soluzione semplice ma spesso presentano limiti evidenti in termini di resa, durata, uniformità, comfort e qualità percettiva.
Credo che oggi ci sia nuovamente bisogno di artigiani della luce. Noi ci riconosciamo molto in questa definizione, non in senso nostalgico, ma contemporaneo: un’azienda tecnologica, capace di ricerca e innovazione, che conserva attenzione al dettaglio, cura e capacità di personalizzazione.
Per Zero55 il futuro della luce sarà sempre più sartoriale: prodotti pensati sui progetti, soluzioni flessibili, componenti di qualità, integrazione nelle superfici, verifiche attraverso mockup e capacità di rispondere a esigenze specifiche, non a logiche standard.
Siamo nel 2036. Se doveste immaginare Zero55 tra dieci anni, che cosa vorreste ritrovare ancora della visione iniziale e che cosa, invece, vi piacerebbe vedere evoluto in modo più deciso?
Tra dieci anni vorrei ritrovare lo stesso spirito con cui Zero55 è nata: la volontà di progettare una luce rispettosa dell’architettura, integrata, precisa e capace di migliorare la qualità degli spazi senza imporsi inutilmente.
Se pensassimo alla scalabilità come obiettivo in sé, probabilmente perderemmo la natura dell’azienda e la sua anima. Zero55 nasce dalla ricerca, dalla flessibilità, dal confronto diretto con il progettista e dalla capacità di seguire ogni soluzione con cura. Trasformare tutto questo in una produzione completamente standardizzata significherebbe rinunciare a una parte importante della nostra identità.
Non ci interessa crescere soltanto in termini quantitativi. Ci interessa crescere nella competenza, nella ricerca, nella qualità e nella capacità di affrontare progetti sempre più complessi, mantenendo lo stesso livello di attenzione.
Vorremmo diventare un punto di riferimento per i beni culturali, i musei, le case storiche, i palazzi affrescati e tutti quei luoghi nei quali la luce non può essere considerata un semplice elemento tecnico.
Il nostro valore aggiunto è proprio nella capacità di unire competenza illuminotecnica, tecnologia, sensibilità progettuale, metodologia solution-oriented e rispetto del patrimonio.
Se nel 2036 Zero55 sarà più riconosciuta e più presente nei progetti importanti, ma avrà conservato la propria anima, la propria cura e la propria libertà di ricerca, allora avremo seguito la direzione giusta.


