Alla scoperta dei monasteri e conventi trasformati in hotel di design in Italia

Per secoli, monasteri e conventi sono stati molto più che luoghi di culto. Erano piccole città dentro le città, o mondi autonomi costruiti ai margini di esse: luoghi in cui si pregava, certamente, ma anche in cui si studiava, si coltivava la terra, si producevano alimenti e medicamenti, si accoglievano pellegrini e viaggiatori, si conservavano …

Per secoli, monasteri e conventi sono stati molto più che luoghi di culto. Erano piccole città dentro le città, o mondi autonomi costruiti ai margini di esse: luoghi in cui si pregava, certamente, ma anche in cui si studiava, si coltivava la terra, si producevano alimenti e medicamenti, si accoglievano pellegrini e viaggiatori, si conservavano libri e conoscenze.

La loro architettura nasceva direttamente da questa forma di vita. Il chiostro organizzava lo spazio e scandiva le giornate; le celle proteggevano la dimensione individuale; refettori, biblioteche e sale capitolari erano dedicati alla comunità. Intorno, orti, giardini, cortili e terreni coltivati garantivano isolamento e autosufficienza. Anche quando monumentali, erano edifici pensati secondo un principio molto preciso: creare le condizioni per rallentare, concentrarsi, vivere insieme e, allo stesso tempo, ritirarsi dal mondo.

È forse per questo che, secoli dopo, alcuni di questi luoghi sembrano possedere ancora una qualità difficile da riprodurre in un edificio contemporaneo.

La luce che attraversa un portico, il rumore dei passi lungo un corridoio, lo spessore di un muro antico, una finestra affacciata su un giardino chiuso, il silenzio di una corte. Sono elementi nati per una vita completamente diversa dalla nostra, eppure sorprendentemente vicini a ciò che oggi cerchiamo quando desideriamo allontanarci per qualche giorno dalla velocità quotidiana.

Con il progressivo abbandono di molti complessi religiosi, una parte di questo straordinario patrimonio ha rischiato di perdere la propria funzione. L’architettura contemporanea, in alcuni casi, gli ha offerto una seconda vita.

Trasformare un monastero in un hotel, però, è un esercizio particolarmente delicato. Significa introdurre camere, impianti, ristoranti, spa e nuovi servizi all’interno di edifici costruiti secondo regole completamente differenti, senza cancellarne la memoria. Nei progetti migliori il nuovo non tenta di imitare l’antico e l’antico non viene ridotto a semplice scenografia: le due epoche rimangono leggibili e iniziano a dialogare.

È così che una vecchia cella può diventare una camera, un refettorio un ristorante, un orto conventuale un giardino in cui trascorrere il pomeriggio. E un luogo nato per il raccoglimento può continuare, con una funzione diversa, a offrire qualcosa di sorprendentemente simile: tempo, silenzio, contemplazione.

Abbiamo scelto otto monasteri e conventi italiani trasformati in hotel, selezionando luoghi nei quali il progetto contemporaneo non si limita a occupare un edificio storico, ma prova a comprenderlo. Otto indirizzi in cui dormire significa anche entrare, per qualche giorno, in un’architettura che ha attraversato i secoli.

1. Monastero Arx Vivendi, Arco — NOA

Monastero Arx Vivendi, Arco — NOA - monasteri e conventi trasformati in hotel di design in Italia

Ai piedi delle montagne del Garda Trentino, nel centro storico di Arco, un complesso monastico nato nel Seicento ha attraversato quasi quattro secoli prima di assumere la sua funzione attuale.

L’edificio risale al 1650 e la sua lunga storia è ancora leggibile nelle stratificazioni che NOA – Network of Architecture ha scelto di non cancellare durante la trasformazione in Monastero Arx Vivendi.

Qui il progetto contemporaneo parte proprio dalla memoria.

Volte, corridoi, affreschi, pavimentazioni e proporzioni degli ambienti storici diventano la struttura sulla quale costruire la nuova esperienza dell’hotel. Gli interventi sono misurati e riconoscibili: materiali naturali, tonalità quiete e arredi essenziali accompagnano l’architettura preesistente senza cercare di competere con essa.

Il passaggio più interessante avviene negli spazi dedicati al benessere.

NOA reinterpreta le antiche pertinenze del monastero attraverso nuovi volumi in cemento, vetro e metallo, mettendo volutamente in relazione linguaggi appartenenti a epoche differenti. Piscine, sauna, bagno turco e zone relax si aprono verso il verde e costruiscono un rapporto continuo tra interno, giardino e paesaggio circostante.

Non c’è il tentativo di ricreare artificialmente un’atmosfera monastica. È l’edificio stesso, con i suoi muri, i suoi vuoti e la sua misura, a conservarne qualcosa.

Ed è forse questa la parte più riuscita del progetto: il monastero non è diventato la scenografia di un hotel. È rimasto il protagonista dell’architettura, mentre la nuova funzione gli permette semplicemente di essere abitato ancora.

Dove: Arco, Trentino-Alto Adige
Progetto: NOA – Network of Architecture

2. Pieve Aldina, Radda in Chianti — Pierattelli Architetture

Pieve Aldina, Radda in Chianti — Pierattelli Architetture monasteri e conventi trasformati in hotel di design in Italia

Nel cuore del Chianti Classico, tra vigne, uliveti e boschi, Pieve Aldina appare più simile a un piccolo insediamento cresciuto nel tempo che a un hotel nel senso tradizionale del termine.

Il complesso si sviluppa intorno alla Pieve di Santa Maria Novella, edificio romanico documentato fin dal XII secolo, e comprende una serie di costruzioni storicamente legate alla Curia di Siena. È un insieme fatto di pietra, corti, passaggi, dislivelli e giardini: un’architettura che porta con sé la lunga storia religiosa e rurale di questo territorio.

Per trasformarlo in una struttura ricettiva, Pierattelli Architetture ha scelto di lavorare sulle differenze anziché cancellarle.

Le 22 camere e suite seguono infatti geometrie e dimensioni degli ambienti esistenti. Murature in pietra, travi lignee, archi e superfici segnate dal tempo convivono con arredi contemporanei, tessuti, ceramiche e una palette costruita sui colori della campagna toscana.

Non esiste una stanza perfettamente replicata nell’altra, perché è l’edificio storico a determinare il progetto, e non il contrario.

Lo stesso principio accompagna gli spazi comuni e la spa, mentre all’esterno corti, giardini e uliveti mantengono quella successione tra costruito e paesaggio che appartiene da secoli alla vita delle pievi e dei complessi rurali toscani.

Oggi Pieve Aldina fa parte di Relais & Châteaux, ma il suo lusso più interessante non coincide con l’ostentazione. È piuttosto la possibilità di abitare temporaneamente un luogo che sembra conservare un ritmo diverso, dove il progetto contemporaneo rimane abbastanza discreto da lasciare emergere ciò che era già lì.

Dove: Radda in Chianti, Toscana
Progetto: Pierattelli Architetture

3. Ca’ di Dio, Venezia — Patricia Urquiola

Ca’ di Dio hotel

A Venezia esistono edifici la cui storia sembra contenere già, molti secoli prima della loro trasformazione, qualcosa della funzione che avrebbero assunto in futuro.

Ca’ di Dio è uno di questi.

A pochi passi dall’Arsenale e affacciato sul bacino di San Marco, il complesso nasce nel XIII secolo come luogo di accoglienza e assistenza. Nel corso della sua lunghissima esistenza viene trasformato più volte, fino alla ricostruzione ottocentesca progettata dall’architetto Jacopo Fadiga.

Quando Patricia Urquiola viene chiamata a immaginarne la nuova vita come hotel, si trova quindi davanti non a un edificio appartenente a un’unica epoca, ma a una struttura composta da secoli di trasformazioni.

La risposta non è ricostruire una Venezia idealizzata.

Urquiola conserva l’organizzazione delle corti e lavora sulla memoria della distribuzione originaria, reinterpretando anche la scala raccolta degli antichi ambienti. Il progetto introduce un linguaggio contemporaneo attraverso vetro di Murano, pietra, marmo, legno, metalli e tessuti, affidandosi alla materia e all’artigianato veneziano più che alla decorazione storicista.

Il risultato racconta Venezia senza trasformarla in cliché.

Ed è proprio qui che Ca’ di Dio diventa interessante dal punto di vista architettonico: un luogo nato secoli fa per accogliere continua ad accogliere, ma lo fa attraverso un nuovo modo di abitare, dimostrando come la trasformazione possa essere anche una forma di continuità.

Dove: Venezia, Veneto
Interior design: Patricia Urquiola

4. Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel, Amalfi — Studio Simonetti

Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel

Ci sono edifici che sembrano essere stati costruiti per contemplare il paesaggio. L’antico Convento dei Cappuccini di Amalfi è uno di questi.

Aggrappato alla roccia a circa ottanta metri sopra il mare, il complesso affonda le proprie origini nel XIII secolo. Nel corso del tempo fu ampliato e abitato dai frati cappuccini, che qui trovarono una condizione particolarmente adatta alla vita conventuale: lontana dal centro abitato ma non isolata, protetta dalla montagna e contemporaneamente aperta sull’orizzonte della Costiera.

Ancora oggi è proprio questa relazione tra architettura, silenzio e paesaggio a determinare il carattere del luogo.

La trasformazione del complesso in struttura ricettiva ha attraversato diverse fasi e interventi. Nel progetto di recupero e conversione, Studio Simonetti ha lavorato sul masterplan, sulla ristrutturazione e sugli interni, confrontandosi con un edificio nel quale ogni nuova funzione doveva trovare spazio senza compromettere gli elementi che ne raccontano l’origine.

Il chiostro duecentesco, la chiesa barocca, i corridoi voltati e gli antichi ambienti conventuali rimangono così parte integrante dell’esperienza dell’hotel. Non sono semplicemente testimonianze conservate ai margini del progetto: continuano a costruire percorsi, pause e prospettive.

Poi c’è il mare.

Terrazze e giardini si affacciano sulla Costiera e rendono evidente una qualità che probabilmente apparteneva già alla vita del convento: la possibilità di osservare il paesaggio da una posizione appartata, lontano dal movimento della città.

Oggi il complesso ospita Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel. Il linguaggio dell’ospitalità è inevitabilmente cambiato, così come sono cambiate le persone che attraversano questi spazi. Eppure alcune delle esperienze più semplici sono rimaste sorprendentemente simili: camminare sotto un portico, fermarsi in un chiostro, guardare il mare in silenzio.

Forse è proprio questa continuità invisibile a rendere affascinanti le seconde vite dell’architettura.

Dove: Amalfi, Campania
Progetto di conversione e interior: Studio Simonetti

5. Monastero Santa Rosa Hotel & Spa, Conca dei Marini

Monastero Santa Rosa Hotel & Spa

Sulla Costiera Amalfitana esiste un altro antico complesso religioso che racconta una storia molto diversa.

Il Monastero Santa Rosa fu costruito nel XVII secolo su uno sperone roccioso di Conca dei Marini per volontà di suor Rosa Pandolfi, appartenente a una famiglia nobile del luogo. Qui vissero per secoli le monache domenicane, in una posizione apparentemente sospesa tra montagna e Mediterraneo.

La relazione con il territorio non era soltanto contemplativa. Il monastero partecipava alla vita della comunità e proprio alle religiose di Santa Rosa viene tradizionalmente ricondotta la nascita della sfogliatella Santa Rosa, preparata utilizzando ingredienti semplici disponibili nel convento e divenuta poi una delle espressioni più conosciute della pasticceria campana.

Dopo la soppressione del monastero nell’Ottocento e un lungo periodo di trasformazioni, l’edificio ha conosciuto una nuova fase della propria storia con il recupero che lo ha portato a diventare Monastero Santa Rosa Hotel & Spa.

Qui la forza del progetto risiede innanzitutto nell’edificio che lo precede.

Le antiche celle sono state trasformate in camere e suite, i corridoi mantengono la loro dimensione raccolta e gli spazi comuni continuano a essere definiti da volte, aperture profonde e murature di grande spessore. Il giardino terrazzato scende lungo il pendio seguendo la morfologia della costa, mentre la piscina a sfioro introduce un elemento decisamente contemporaneo nel rapporto con il Mediterraneo.

Particolarmente significativa è la spa, inserita negli ambienti storici senza cercare di neutralizzarne il carattere. Pietra, volte e spazi raccolti diventano parte dell’esperienza del benessere e restituiscono una sensazione molto diversa da quella di una spa progettata ex novo.

È interessante pensare che un edificio costruito per una comunità femminile dedita a una vita appartata sia oggi diventato un luogo scelto proprio per allontanarsi temporaneamente dal rumore e dalla velocità del quotidiano.

Sono cambiate radicalmente le ragioni per cui si arriva fin qui. La capacità dell’architettura di creare distanza dal mondo, invece, è rimasta.

Dove: Conca dei Marini, Campania
Struttura: Monastero Santa Rosa Hotel & Spa

6. Vista Ostuni, Ostuni

Vista Ostuni

A Ostuni la storia di un edificio racconta quanto profondamente una stessa architettura possa cambiare identità nel corso dei secoli.

Il complesso che oggi ospita Vista Ostuni nasce come convento nel XIV secolo. Nel tempo perde la propria funzione religiosa e attraversa successive trasformazioni, arrivando a ospitare anche una manifattura di tabacco. Vita monastica e produzione industriale appartengono così a momenti completamente differenti dello stesso organismo architettonico.

La sua trasformazione più recente aggiunge un nuovo capitolo: quello dell’ospitalità.

Il recupero ha dovuto confrontarsi con una costruzione monumentale, con le sue stratificazioni e con un rapporto fortissimo con il paesaggio urbano di Ostuni. L’edificio si inserisce infatti nella città bianca senza confondersi con l’immagine più immediatamente turistica della Puglia, portando con sé una storia più complessa fatta di religione, lavoro e trasformazioni sociali.

Negli interni, la materia storica incontra un linguaggio contemporaneo controllato. Le murature, le altezze e le proporzioni degli ambienti vengono utilizzate come punto di partenza, mentre arredi e finiture introducono il comfort necessario alla nuova funzione.

Ma sono ancora una volta i vuoti, i passaggi e gli spazi aperti a raccontare meglio la natura originaria del complesso.

Corti e terrazze diventano luoghi di sosta; gli antichi percorsi cambiano funzione; ambienti un tempo destinati a una comunità chiusa vengono attraversati da persone provenienti da ogni parte del mondo.

Vista Ostuni mostra così un’altra possibilità della riconversione: non congelare un edificio nel momento considerato più nobile della sua storia, ma accettare che l’architettura sia fatta di molte vite successive.

Convento, luogo produttivo, hotel. Tre identità lontanissime che appartengono allo stesso edificio e che, osservandolo attentamente, continuano in parte a convivere.

Dove: Ostuni, Puglia
Progetto architettonico: RMA / Roberto Murgia

7. Castel Badia, San Lorenzo di Sebato — Null17, Studio Droulers e Marta Ferri

Castel Badia, San Lorenzo di Sebato

Ci sono luoghi in cui una seconda vita arriva dopo qualche decennio. Castel Badia ha dovuto aspettare quasi mille anni.

Sulle alture di San Lorenzo di Sebato, poco distante da Brunico, il complesso nasce intorno all’anno Mille come fortificazione e viene trasformato poco dopo in monastero benedettino femminile. Da allora la sua architettura attraversa secoli di storia, cambiamenti e stratificazioni, fino alla rinascita più recente: nel 2025 Castel Badia riapre come hotel.

Il recupero, firmato da Null17 per l’architettura e Studio Droulers per gli interni, sviluppati in collaborazione con Marta Ferri, sceglie di non cancellare le tracce di questa lunghissima esistenza.

Murature antiche, affreschi, soffitti, passaggi e geometrie conventuali rimangono leggibili, mentre legno, pietra, tessuti naturali e nuovi arredi introducono una contemporaneità silenziosa, costruita più per sottrazione che per contrasto.

Le 29 camere e suite sono tutte differenti perché è ancora una volta l’edificio storico a stabilirne forme e proporzioni.

Ma forse sono gli spazi dedicati al benessere a raccontare meglio la continuità tra ciò che Castel Badia era e ciò che è diventato.

Le antiche celle monastiche, disposte lungo un corridoio voltato, accolgono oggi le sale trattamenti della spa. Il giardino delle erbe officinali, l’Apothekergarten, recupera invece una tradizione profondamente legata alla vita dei monasteri, quando piante ed erbe venivano coltivate per le loro proprietà medicinali.

Intorno all’edificio si sviluppano diciassette giardini, mentre sul punto più alto del colle rimane la Cappella di San Virgilio e, tra il verde, emergono le rovine della Cappella di San Gottardo.

Qui la trasformazione non sembra voler inventare una nuova identità.

Castel Badia continua piuttosto una storia iniziata mille anni fa, dimostrando quanto un’architettura possa cambiare funzione senza perdere completamente la memoria delle vite che l’hanno attraversata.

Dove: San Lorenzo di Sebato, Alto Adige
Architettura: Null17
Interior design: Studio Droulers, in collaborazione con Marta Ferri

8. Nun Assisi Relais & Spa Museum, Assisi

Nun Assisi Relais & Spa Museum monasteri hotel design Italia

Ad Assisi il rapporto tra architettura religiosa, storia e paesaggio assume inevitabilmente un significato particolare.

Nun Assisi Relais & Spa Museum occupa l’antico monastero di Santa Caterina, complesso fondato nel XIII secolo e abitato per secoli da una comunità monastica femminile.

La trasformazione in hotel è partita da un recupero lungo e complesso, reso ancora più delicato dalla presenza, sotto l’edificio, di importanti resti archeologici di epoca romana.

È proprio qui che il progetto acquisisce una caratteristica rarissima.

Durante i lavori sono emerse strutture appartenenti a un antico complesso romano legato all’uso dell’acqua. Invece di essere nascoste o separate dalla nuova funzione, sono diventate il cuore della Nun Spa Museum, uno spazio benessere costruito letteralmente dentro la stratificazione storica del luogo.

Colonne, murature antiche, pietra e volte convivono così con piscine e percorsi d’acqua contemporanei.

Non è una semplice spa inserita all’interno di un edificio storico: è uno spazio nel quale due epoche differenti diventano contemporaneamente percepibili.

Anche nelle camere e negli ambienti comuni il progetto sceglie una misura controllata. Le tracce del monastero rimangono leggibili attraverso la materia e le proporzioni, mentre gli interventi contemporanei cercano di non interrompere la continuità dello spazio.

Fuori, Assisi e il paesaggio umbro completano un’esperienza nella quale architettura e contesto diventano difficili da separare.

Se molti hotel ricavati da complessi religiosi costruiscono il proprio fascino intorno alla memoria di una sola epoca, Nun Assisi racconta qualcosa di ancora più complesso: un monastero medievale costruito sopra una struttura romana, trasformato secoli dopo in luogo di ospitalità contemporanea.

Un edificio che non possiede una sola storia, ma molte.

Dove: Assisi, Umbria
Struttura: Nun Assisi Relais & Spa Museum

9. Convento Francescano Experience Hotel, Cuccaro Vetere — Alberto Carrato

Convento Francescano Experience Hotel, Cuccaro Vetere — Alberto Carrato

Nel cuore del Cilento, a Cuccaro Vetere, un antico convento torna a essere un luogo di accoglienza dopo secoli di storia.

Il Convento Francescano Experience Hotel occupa un complesso religioso di origine medievale, profondamente legato alla storia del piccolo borgo cilentano. Un luogo costruito secondo i ritmi e le necessità della vita comunitaria, dove chiostro, cappella, celle e spazi condivisi componevano un’architettura pensata per il raccoglimento e la semplicità.

La sua trasformazione contemporanea nasce dal progetto di Alberto Carrato e Maria Rosaria Crescenzo, che hanno scelto di riportare in vita il convento attraverso una nuova forma di ospitalità. Carrato ha seguito la direzione del progetto contemporaneo, dal project management agli interventi esterni, fino alla piscina e all’interior design.

Il principio non è stato quello di nascondere l’età dell’edificio, ma di farla emergere.

Pietra, archi, affreschi, strutture lignee e superfici segnate dal tempo rimangono protagonisti degli ambienti, mentre gli elementi contemporanei entrano con un linguaggio più essenziale. Il design italiano accompagna così l’architettura storica attraverso arredi e illuminazione di aziende come Poltrona Frau, B&B Italia, Molteni&C e Artemide.

Le sole sette suite mantengono una dimensione intima, coerente con la natura originaria del complesso. Ma è attraversando gli spazi comuni che la memoria del convento diventa più evidente: il chiostro conserva il proprio ruolo di luogo centrale, la cappella affrescata rimane parte dell’esperienza e il giardino terrazzato apre lentamente l’edificio verso il paesaggio del Cilento.

Anche la nuova piscina in pietra cerca un rapporto misurato con il contesto, evitando di trasformare il complesso storico in una semplice scenografia per l’ospitalità.

Qui, forse più che altrove, il concetto di vita lenta sembra appartenere al luogo ancora prima che all’hotel.

Per secoli i conventi sono stati costruiti per sottrarre tempo alla frenesia del mondo esterno. Oggi arriviamo in questi stessi spazi per ragioni completamente differenti, eppure continuiamo a cercarvi qualcosa di sorprendentemente simile: silenzio, natura, misura e la possibilità di fermarci.

È una nuova forma di ospitalità, ma anche un modo per permettere a un’architettura antica di essere nuovamente attraversata, abitata e vissuta.

Dove: Cuccaro Vetere, Cilento, Campania
Progetto contemporaneo e interior design: Alberto Carrato

Abitare il silenzio, oggi

Trasformare monasteri e conventi in hotel può sembrare, a prima vista, un cambio di funzione radicale.

In realtà, osservando questi otto progetti, emerge una continuità più sottile.

Questi edifici erano stati pensati per accogliere comunità, proteggere dal rumore esterno, organizzare il tempo e costruire un rapporto preciso tra individuo, spazio e paesaggio. Secoli dopo, molte delle qualità che li rendevano adatti alla vita religiosa sono diventate sorprendentemente desiderabili anche nell’ospitalità contemporanea.

Il silenzio. La luce naturale. I giardini. I chiostri. Le stanze raccolte. Il rapporto con la materia e con il tempo.

Naturalmente il rischio esiste: trasformare la memoria in estetica, utilizzare la spiritualità come semplice dispositivo narrativo o ridurre un edificio religioso a una scenografia di lusso.

I progetti più interessanti riescono a evitarlo proprio quando non cercano di cancellare la distanza tra passato e presente.

Un elemento contemporaneo può essere dichiaratamente nuovo. Una muratura antica può rimanere imperfetta. Una vecchia cella non deve necessariamente nascondere completamente la propria origine per diventare una camera confortevole.

È in questa convivenza che l’architettura diventa realmente capace di dare una seconda vita agli edifici.

E soggiornare in uno di questi luoghi significa allora qualcosa di più che scegliere un hotel insolito.

Significa attraversare spazi progettati secoli prima di noi, riconoscere nei muri la traccia di vite completamente diverse e scoprire che alcune qualità dell’abitare — silenzio, misura, contemplazione, rapporto con la natura — hanno attraversato il tempo molto meglio di quanto immaginiamo.

Forse è proprio questo il loro fascino più profondo: non sentirsi semplicemente ospiti di un hotel, ma abitanti temporanei di un luogo che continua a cambiare senza dimenticare ciò che è stato.

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