Marina Abramović: biografia di una vita dedicata all’arte

Dall’infanzia a Belgrado all’incontro con Ulay, dal Leone d’Oro al MoMA: la biografia di Marina Abramović attraverso le scelte, i legami e le opere che ne hanno segnato la vita.

Prima delle code al MoMA, prima del Leone d’Oro, prima che il suo volto diventasse una delle immagini più riconoscibili dell’arte contemporanea, Marina Abramović era una ragazza di Belgrado che dipingeva. Cresceva in una casa severa, nella Jugoslavia del dopoguerra, e cercava una forma capace di contenere ciò che la tela cominciava a non restituirle più. Avrebbe trovato quella forma nel proprio corpo, esponendolo al tempo, alla fatica e allo sguardo degli altri.

La sua biografia attraversa città, relazioni e trasformazioni profonde: Belgrado e Amsterdam, la vita in viaggio con Ulay, la separazione sulla Grande Muraglia, Venezia, New York. In ciascun passaggio, l’esperienza personale entra nel lavoro e cambia linguaggio. Seguirne il percorso significa ritrovare, dietro l’icona, un’artista che ha dedicato decenni a costruire le condizioni di un incontro.

Ritratto in bianco e nero di Marina Abramović
Marina Abramović. Fonte: Galleria Lia Rumma.

Chi è Marina Abramović

Marina Abramović è un’artista serba, nata a Belgrado il 30 novembre 1946, tra le pioniere della performance art. Formata nella pittura, dai primi anni Settanta sceglie il corpo e l’azione come strumenti della propria ricerca. Tra i momenti centrali della sua carriera figurano Rhythm 0, la collaborazione con Ulay, il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia del 1997 e la retrospettiva The Artist Is Present al MoMA nel 2010.

L’infanzia a Belgrado: disciplina, famiglia e desiderio di libertà

Abramović nasce nella capitale della Jugoslavia da Vojin e Danica, entrambi partigiani durante la Seconda guerra mondiale e successivamente impegnati nelle istituzioni del Paese. I primi anni trascorrono soprattutto con la nonna materna, profondamente religiosa. Nell’infanzia convivono così due ambienti molto diversi: la spiritualità ortodossa della nonna e la cultura politica dei genitori.

La biografia ricostruita dal Moderna Museet descrive una casa nella quale ordine e disciplina hanno un ruolo dominante. Il rapporto con la madre è severo, mentre l’arte viene incoraggiata fin dall’infanzia. Disegnare e dipingere diventano presto una possibilità concreta di espressione.

Questa educazione lascia una tensione che ricomparirà nel suo percorso: il desiderio di libertà si accompagna a una straordinaria capacità di sostenere regole e concentrazione. Sarebbe riduttivo spiegare ogni opera attraverso la famiglia, ma la distanza fra controllo ed emancipazione costituisce una delle linee più evidenti del suo racconto di vita.

Gli studi e l’abbandono della pittura

Tra il 1965 e il 1970 studia all’Accademia di Belle Arti di Belgrado, per poi proseguire la formazione a Zagabria. Dipinge, attraversa la figurazione e si avvicina all’astrazione. Nei primi anni Settanta frequenta lo SKC, il centro culturale studentesco di Belgrado, dove incontra artisti impegnati nella ricerca concettuale e sperimenta con il suono e la performance.

Nel 1971 sposa l’artista Neša Paripović. Il matrimonio non coincide ancora con l’uscita dalla casa dei genitori: secondo la cronologia del Moderna Museet, continua a vivere sotto le regole materne. L’autonomia artistica cresce mentre quella quotidiana rimane difficile da conquistare.

La scelta di lavorare con il corpo prende forma dentro questo periodo. Un gesto può accadere davanti agli altri, cambiare nel tempo e lasciare conseguenze reali. È una possibilità che la porta progressivamente lontano dalla pittura e verso il linguaggio al quale legherà il proprio nome.

Gli anni Settanta e Rhythm 0: l’affermazione di un linguaggio

Le prime performance affrontano i limiti della resistenza e della coscienza. Nel 1974, allo Studio Morra di Napoli, Abramović realizza Rhythm 0: per sei ore rimane passiva, lasciando al pubblico la possibilità di utilizzare su di lei 72 oggetti. Alcuni sono innocui, altri possono ferire.

La documentazione dell’Irish Museum of Modern Art restituisce la struttura di un’azione diventata centrale nella storia della performance. Il corpo dell’artista si trova esposto alle decisioni altrui; lo spettatore deve misurarsi con la responsabilità delle proprie scelte.

Napoli entra così molto presto nella sua biografia. Il rapporto con l’Italia continuerà attraverso mostre, collaborazioni e riconoscimenti. In questa fase Abramović definisce già una caratteristica destinata a durare: stabilire una situazione essenziale e sostenerla abbastanza a lungo da farne emergere implicazioni impreviste.

L’incontro con Ulay e la vita in viaggio

Nel 1975, ad Amsterdam, incontra Ulay, nome d’arte dell’artista tedesco Frank Uwe Laysiepen. L’anno successivo si separa da Paripović e si trasferisce ad Amsterdam. Con Ulay comincia una relazione sentimentale e artistica che segnerà oltre un decennio della sua vita.

Per alcuni anni i due vivono e viaggiano in un furgone attraverso l’Europa. La coppia diventa il centro di una ricerca condivisa: contatto, attrazione, conflitto, dipendenza reciproca. Il lavoro nasce spesso dal rapporto tra due corpi che si sostengono oppure si ostacolano.

In Imponderabilia, presentata a Bologna nel 1977, stanno nudi ai lati di un passaggio stretto, obbligando chi entra a prendere coscienza della propria prossimità. In Rest Energy, del 1980, mantengono in tensione un arco con una freccia diretta verso il petto di Abramović: l’equilibrio rende fisicamente percepibile la fiducia.

Queste opere appartengono a entrambi gli artisti. Leggerle soltanto come immagini di una storia d’amore ne restringerebbe la portata: la relazione viene sottoposta a prove precise, nelle quali vulnerabilità e potere possono cambiare posizione.

1988: la separazione sulla Grande Muraglia

Nel 1988 Abramović e Ulay realizzano The Lovers: The Great Wall Walk. Partono da direzioni opposte lungo la Grande Muraglia cinese per incontrarsi. Il progetto, maturato nel corso degli anni, accompagna infine la conclusione della loro relazione.

La separazione assume la forma di un cammino. Il tempo necessario per raggiungersi diventa parte del congedo, e il paesaggio conserva una misura che nessuna conversazione potrebbe offrire. È uno degli episodi nei quali biografia e opera si avvicinano maggiormente, senza diventare la stessa cosa.

Dopo la fine del sodalizio, Abramović torna a lavorare da sola. È una ripartenza che la porterà a sviluppare nuove forme di presenza e di relazione con il pubblico, attraverso performance, video, fotografie e oggetti.

Balkan Baroque e il Leone d’Oro a Venezia

Nel 1997 presenta alla Biennale di Venezia Balkan Baroque, un lavoro legato alla violenza delle guerre nei Balcani. Seduta tra ossa animali, compie un’azione ripetuta di pulizia. La materia e il gesto riportano al centro una memoria che resiste al tentativo di cancellarla.

Il Leone d’Oro, documentato nella storia ufficiale della Biennale Arte, segna un passaggio decisivo nel riconoscimento internazionale del suo lavoro. La provenienza dalla ex Jugoslavia acquista nell’opera un peso storico e collettivo, oltre la dimensione privata.

La carriera continua anche attraverso l’insegnamento e la formazione di altri performer. La disciplina, già presente nelle azioni degli esordi, diventa qualcosa da trasmettere: preparazione, concentrazione e capacità di sostenere la durata.

Marina Abramović seduta di spalle davanti al mare in Stromboli II (Sitting)
Marina Abramović, Stromboli II (Sitting), 2002. Fonte: Galleria Lia Rumma.

New York e la maturità: dalla presenza alla memoria della performance

Nel 2002 si trasferisce a New York. Nello stesso anno presenta The House with the Ocean View, vivendo per dodici giorni davanti al pubblico in uno spazio organizzato per le attività essenziali della giornata. La ricerca si concentra su ciò che accade quando azioni ordinarie vengono sottratte alla fretta e rese visibili.

Nel 2005, al Guggenheim di New York, realizza Seven Easy Pieces. Riprende opere storiche proprie e di altri protagonisti della performance, affrontando una questione destinata a diventare centrale: come conservare e trasmettere un’arte che esiste attraverso azioni e corpi?

L’archivio di Performa documenta le sette serate del progetto. L’artista ormai affermata rivolge il lavoro anche alla storia del proprio linguaggio, mettendo in discussione l’idea che una performance possa sopravvivere soltanto attraverso una fotografia o il ricordo dei testimoni.

2010: The Artist Is Present e l’incontro con un pubblico nuovo

Nel 2010 il MoMA dedica ad Abramović la retrospettiva The Artist Is Present, aperta dal 14 marzo al 31 maggio. Durante la mostra siede in silenzio davanti ai visitatori che prendono posto, uno alla volta, di fronte a lei. La performance dura complessivamente oltre 700 ore.

La mostra del MoMA porta decenni di ricerca a un pubblico molto più ampio. Fra i partecipanti c’è Ulay: il loro incontro diventa una delle sequenze più conosciute dell’evento. Ma l’opera comprende tutti coloro che accettano di sedersi e sostenere quel tempo condiviso.

Abramović ha 63 anni. L’immagine della donna immobile sulla sedia arriva dopo una lunga carriera di sperimentazioni, viaggi, rotture e ricominciamenti. È questo percorso a dare profondità a una scena che, vista da sola, potrebbe sembrare disarmante nella sua semplicità.

Marina Abramović sospesa sopra il banco di una cucina in Levitation of Saint Teresa
Marina Abramović, Levitation of Saint Teresa, 2010. Immagine dell’opera video. Fonte: Galleria Lia Rumma.

Il Metodo Abramović, i libri e le grandi retrospettive

Negli anni successivi la trasmissione dell’esperienza diventa sempre più importante. Nel 2012 il progetto al PAC di Milano porta al pubblico il Metodo Abramović, basato su esercizi di attenzione e durata. La pratica si estende dalla presenza dell’artista alla partecipazione di chi entra nello spazio.

Il libro di memorie Walk Through Walls, pubblicato nel 2016, offre una lettura autobiografica del percorso. Come ogni memoir, restituisce la prospettiva di chi racconta: una fonte preziosa da affiancare alle cronologie museali e alla documentazione delle opere.

La retrospettiva The Cleaner, inaugurata a Stoccolma nel 2017, arriva anche a Palazzo Strozzi a Firenze e si conclude a Belgrado nel 2019. Il ritorno nella città natale ricongiunge una carriera internazionale ai luoghi dai quali era cominciata. Nel 2023 una grande mostra alla Royal Academy di Londra ripercorre oltre cinquant’anni di lavoro, affiancando documenti e nuove esecuzioni di performance storiche.

Dittico Ecstasy II con Marina Abramović in due pose a occhi chiusi
Marina Abramović, Ecstasy II, dalla serie With Eyes Closed I See Happiness, 2012. Fonte: Galleria Lia Rumma.

Una vita che ha cambiato il posto dello spettatore

La biografia di Marina Abramović racconta l’affermazione di un’artista che ha reso riconoscibile a un pubblico vastissimo un linguaggio a lungo sperimentale. Il dolore degli esordi, la relazione con Ulay e la concentrazione delle opere mature appartengono a fasi differenti, unite da un’attenzione costante a ciò che può accadere tra le persone.

Per chi guarda all’arte attraverso lo spazio e il progetto, la sua ricerca apre una domanda concreta: come cambia un luogo quando qualcuno vi rimane davvero? Anche gli Skyspace di James Turrell, attraverso una ricerca diversa, chiedono allo spettatore di concedere tempo alla percezione.

Nel percorso di Abramović quel tempo coincide con una vita intera dedicata all’esperienza dell’incontro. Dalla ragazza che dipingeva a Belgrado alla donna seduta al MoMA, la distanza si misura nelle decisioni prese, nei legami attraversati e nella capacità di ricominciare. È lì che il ritratto dell’artista torna a essere, prima di tutto, la storia di una persona.

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