Nata a Castellana Grotte nel 2008 da un’intuizione di Vito Elefante, Rimura ha costruito il proprio percorso partendo dalla grafica e dalla stampa digitale di grande formato, per arrivare poi a una scelta più definita: dedicarsi esclusivamente alla carta da parati. Una direzione che racconta bene l’identità del brand, sospesa tra cultura tecnica, sensibilità visiva …
Nata a Castellana Grotte nel 2008 da un’intuizione di Vito Elefante, Rimura ha costruito il proprio percorso partendo dalla grafica e dalla stampa digitale di grande formato, per arrivare poi a una scelta più definita: dedicarsi esclusivamente alla carta da parati. Una direzione che racconta bene l’identità del brand, sospesa tra cultura tecnica, sensibilità visiva e attenzione per tutto ciò che trasforma una superficie in presenza.
Oggi Rimura lavora su collezioni e soluzioni su misura pensate per dialogare con case, spazi ricettivi e progetti contract, mantenendo al centro qualità, ricerca e produzione italiana. In questa intervista, Vito Elefante racconta come nasce questo sguardo e che cosa significa, oggi, pensare la parete non come semplice sfondo, ma come parte viva dello spazio.
Rimura nasce nel 2008 a Castellana Grotte dentro un’esperienza di grafica e stampa digitale di grande formato, e nel 2019 sceglie di concentrarsi solo sulla carta da parati. Che cosa avete portato con voi da quell’origine tecnica e cosa, invece, avete dovuto ripensare per trasformare una competenza di stampa in una vera cultura della superficie?
Abbiamo portato con noi un patrimonio molto concreto: la conoscenza dei processi, l’attenzione alla resa finale e una mentalità produttiva basata sul controllo della qualità in ogni fase. Con la carta da parati, però, il nostro sguardo si è ampliato: la superficie è diventata parte dell’architettura. È da questo passaggio che è nata una vera cultura della parete, fatta di tecnica, ma anche di proporzione, ritmo, luce e relazione con lo spazio abitato.
Nel vostro linguaggio ritorna spesso l’idea che il muro non sia un limite ma un nuovo orizzonte, e che la parete possa acquisire insieme anima, funzione e identità. Oggi, nel dialogo con l’interior design contemporaneo, che cosa significa per voi progettare una parete e non semplicemente decorarla?

Per noi progettare una parete significa attribuirle un ruolo attivo nello spazio. Non la consideriamo un fondo passivo da rivestire, ma una superficie capace di orientare la percezione dell’ambiente, di definirne il carattere e, in molti casi, di diventare il punto di equilibrio dell’intero progetto d’interni.
Decorare significa spesso aggiungere; progettare significa invece integrare. Una parete progettata dialoga con la luce, con le proporzioni della stanza, con la funzione dell’ambiente e con l’esperienza di chi lo vive. Può ampliare visivamente uno spazio, renderlo più raccolto, più scenografico o più intimo. In questo senso, il nostro lavoro non consiste nel “mettere” un’immagine sul muro, ma nel costruire una relazione coerente tra superficie, architettura e vita quotidiana.
Il vostro brand sembra nascere dall’incontro tra due matrici molto forti: una struttura tecnica che lavora su ricerca, materiali e resa finale, e una componente creativa che coinvolge artisti, illustratori, graphic designer e progettisti. Come si tiene in equilibrio questa doppia natura senza perdere coerenza di brand?
Per noi la coerenza non nasce dall’uniformità, ma da un metodo. La parte tecnica e quella creativa non sono due mondi separati: si correggono, si verificano e si rafforzano a vicenda. Ogni grafica, anche la più libera e autoriale, deve sempre confrontarsi con la realtà della superficie, con la qualità della stampa, con la leggibilità nello spazio e con la durata del prodotto. Allo stesso tempo, ogni scelta tecnica deve restare al servizio di un linguaggio visivo riconoscibile.
Il punto di equilibrio è proprio questo: avere una visione chiara di brand. Rimura non cerca l’effetto fine a sé stesso, ma un’estetica capace di essere distintiva, misurata, contemporanea e coerente con l’idea di interior design che portiamo avanti. Collaborare con sensibilità diverse è una ricchezza, ma tutto deve passare attraverso un filtro comune: qualità, equilibrio, identità.
La costruzione delle collezioni è già un racconto: Main come repertorio più ampio del vostro lessico, Kids come spazio di immaginazione calibrato per l’infanzia, Mida’s Gold come esercizio sulla luce e sul dorato. Come nasce l’architettura complessiva di queste linee e in che modo decidete che cosa deve restare collezione stabile e che cosa, invece, deve aprire una traiettoria nuova?
Le nostre linee nascono come sistemi aperti ma leggibili. Main è la collezione principale di Rimura, quella che raccoglie in modo più ampio il nostro linguaggio stilistico e progettuale. Kids, invece, risponde a un’esigenza precisa: immaginare uno spazio dedicato all’infanzia con sensibilità, misura e capacità narrativa, evitando sia l’eccesso illustrativo sia la banalizzazione del tema. Mida’s Gold, infine, è una ricerca più specifica, legata a un immaginario decorativo distintivo e a una proposta materica ben definita.
Capire che cosa resta stabile e che cosa apre una direzione nuova dipende da più fattori. Da un lato c’è la riconoscibilità: alcune linee rappresentano in modo solido il nostro universo e per questo rimangono struttura. Dall’altro c’è la necessità di evolvere: quando sentiamo che una ricerca merita uno spazio autonomo, che introduce una nuova sensibilità o intercetta un modo diverso di vivere la parete, allora può nascere una nuova traiettoria. Per noi l’evoluzione non è mai una rottura, ma un ampliamento coerente del nostro linguaggio.

Le capsule più recenti — Jazz Society, Almost Still, Deep, Life, Urban Muses — fanno emergere una ricerca sempre più precisa su ritmo, quiete, profondità, racconto quotidiano e spazio urbano. Le vivete come un laboratorio di linguaggio, come un osservatorio sui modi di abitare, o come uno strumento per spingere Rimura verso territori più autoriali?
Le viviamo come tutte e tre le cose insieme. Sono certamente un laboratorio di linguaggio, perché ci permettono di affinare temi, atmosfere e registri espressivi con maggiore precisione. Ma sono anche un osservatorio sul modo in cui gli spazi stanno cambiando e su come il desiderio abitativo si stia spostando verso interni più identitari, più emotivi e più narrativi.
Allo stesso tempo, queste capsule ci consentono di esplorare una dimensione più autoriale senza perdere il legame con il progetto e con il mercato. Non ci interessa un’autorialità chiusa o autoreferenziale; ci interessa una ricerca capace di restare viva nello spazio reale. Le capsule sono, in questo senso, il luogo in cui possiamo sperimentare con più libertà, mantenendo però sempre una forte responsabilità progettuale.
Nel vostro lavoro la personalizzazione non sembra limitarsi al semplice “su misura” dimensionale: c’è la possibilità di adattare grafiche, colori e composizione all’architettura che le accoglie. Quanto è importante intervenire sull’immagine perché la parete smetta di essere un’applicazione e diventi parte reale del progetto?

Per noi il vero su misura non si esaurisce nella dimensione, ma riguarda il rapporto tra superficie e architettura. Ogni parete ha proporzioni, aperture, luce e funzioni diverse, e il punto è fare in modo che la grafica trovi un equilibrio naturale all’interno dello spazio. Quando questo avviene, la parete non appare come un’applicazione, ma come una parte coerente del progetto.
Rough, Canvas, Linen, BATH, Gold: nel vostro caso il supporto non è mai neutro, perché cambia densità visiva, tattilità, luce, destinazione d’uso e perfino il modo in cui una grafica viene letta. In che modo scegliete il materiale giusto e quanto incide, per voi, sul significato finale della parete?
La scelta del supporto nasce sempre dall’incontro tra aspetto estetico e funzione. Da un lato conta il risultato visivo e materico che si vuole ottenere, perché ogni materiale restituisce la grafica in modo diverso e ne influenza la percezione nello spazio. Dall’altro c’è anche un fattore funzionale molto importante: alcuni ambienti richiedono caratteristiche tecniche precise, come nel caso dei bagni o degli spazi umidi, per i quali è necessario un materiale adatto.
Per noi, quindi, il supporto non è mai un elemento neutro o secondario, ma una parte del progetto. Incide sul modo in cui la parete viene vista, vissuta e utilizzata, e contribuisce in modo concreto al significato finale dell’intervento.
C’è poi il tema della performance: rivestimenti pensati per bagni, saune, centri benessere e ambienti umidi, ma anche la possibilità di intervenire su soffitti, porte e ante dei mobili. In quali casi la tecnologia amplia davvero la libertà progettuale, e quando invece vi impone di ripensare l’equilibrio tra impatto estetico e durata

La tecnologia amplia davvero la libertà progettuale quando consente di portare il linguaggio della superficie in luoghi che, fino a poco tempo fa, sembravano preclusi. Poter intervenire in ambienti umidi, su soffitti, porte significa offrire al progetto una continuità più ampia e più ambiziosa. La parete non è più un elemento isolato, ma può dialogare con l’intero involucro dello spazio.
Naturalmente, ogni ampliamento di possibilità richiede una maggiore responsabilità. Ci sono contesti in cui la durata, la manutenzione e il comportamento del materiale diventano centrali quanto l’impatto estetico. In quei casi non inseguiamo mai un effetto visivo a discapito della performance. Preferiamo trovare un equilibrio preciso, in cui la libertà espressiva sia sostenuta da scelte tecniche adeguate. Per noi innovare significa rendere possibile qualcosa in più, non accettare compromessi invisibili.
Rimura insiste su inchiostri certificati Greenguard, certificazione A+ per la salubrità dell’aria interna, marcatura CE, opzioni PVC-free e un’attenzione concreta anche a packaging e scarti di produzione. Come lavorate perché sostenibilità, salubrità e qualità tecnica restino parte del progetto, senza trasformarsi in argomenti separati dal linguaggio estetico?
Per noi questi aspetti non sono separati dal prodotto, ma contribuiscono alla sua qualità complessiva. Cerchiamo di portarli avanti in modo coerente, come parte del nostro approccio progettuale e produttivo. Anche per questo riteniamo che il valore di una superficie non dipenda solo dal suo impatto estetico, ma anche dall’attenzione con cui viene pensata e realizzata.
Virtual Wall Decor introduce un passaggio molto interessante: la parete viene simulata, provata, ridimensionata, spostata, verificata prima della posa. Che cosa cambia, in termini di cultura del progetto, quando il cliente o il progettista possono vedere la superficie quasi “in situazione” prima che il lavoro esista davvero?

Cambia perché offre la possibilità di vedere in modo più immediato come una grafica potrebbe inserirsi in uno spazio reale. Virtual Wall Decor nasce proprio per questo: dare un’idea più concreta dell’effetto della parete nella stanza e accompagnare il processo di scelta in modo più semplice e intuitivo.
Nei vostri ultimi lavori si vede bene che una stessa logica può produrre effetti molto diversi: Four Seasons accompagna una camera da letto con una presenza misurata, mentre Black Swan viene raccontata come elemento che definisce l’identità dello spazio. Come decidete il grado di intensità che una parete deve avere all’interno di un interno, e quanto cambia questa scelta tra residenziale e contract?
L’intensità di una parete dipende dal contesto e dal ruolo che assume all’interno dello spazio. Ci sono ambienti in cui la superficie accompagna con discrezione, e altri in cui contribuisce in modo più evidente a definirne il carattere. Tra residenziale e contract cambia soprattutto questo: nel primo caso prevale spesso una dimensione più personale e raccolta, nel secondo può esserci una richiesta più marcata di identità e riconoscibilità. Per noi, però, il punto resta sempre lo stesso: far sì che la parete sia coerente con il progetto nel suo insieme.
Tra le vostre grafiche o collezioni, qual è il modello che considerate davvero iconico per raccontare Rimura — quello in cui si sono incontrati in modo particolarmente chiaro immaginario, materia, mercato e riconoscibilità — e come è nato, dal primo segno fino alla sua affermazione?

Non c’è un solo modello che consideriamo iconico in senso assoluto, perché Rimura si è costruita nel tempo attraverso un insieme di grafiche, collezioni e sensibilità diverse. Più che identificarci in un’unica immagine, ci riconosciamo in un modo di intendere la parete: come superficie progettuale, capace di unire qualità visiva, materia e relazione con lo spazio.
Ci sono sicuramente grafiche e collezioni che hanno rappresentato momenti importanti del nostro percorso e che hanno contribuito a rendere riconoscibile il nostro linguaggio, ma il valore di Rimura, per noi, sta proprio nella capacità di esprimere un’identità coerente attraverso proposte diverse. Più che un singolo modello iconico, ci interessa costruire nel tempo un immaginario riconoscibile e in continua evoluzione.
Oggi Rimura è presente in mercati diversi, dall’Europa agli Stati Uniti, dal Qatar all’India e al Giappone, e parallelamente apre anche a collaborazioni con artisti esterni per collezioni esclusive. Che cosa avete capito, crescendo fuori dall’Italia, su ciò che resta davvero riconoscibile del vostro segno?
Crescendo fuori dall’Italia abbiamo capito che ciò che resta davvero riconoscibile del nostro segno non è un singolo stile, ma un atteggiamento progettuale. Rimura viene percepita come un brand capace di unire qualità tecnica, sensibilità estetica e personalizzazione autentica. Questa combinazione, più ancora di una formula visiva rigida, è ciò che rende il nostro lavoro riconoscibile anche in contesti culturali molto diversi.
Abbiamo anche capito che il carattere italiano del nostro marchio non coincide con uno stereotipo formale, ma con un certo modo di intendere la misura, la cura del dettaglio, il rapporto tra artigianalità e progetto, tra bellezza e qualità produttiva. Collaborare con artisti esterni ci aiuta ad ampliare il linguaggio, ma ciò che resta costante è questa capacità di trasformare la superficie in un elemento colto, contemporaneo e costruito con precisione.
Siamo nel 2036: Rimura ha attraversato un altro decennio di evoluzione del progetto d’interni, dei materiali e degli strumenti digitali. Quale vorreste che fosse, a quel punto, il vostro contributo più riconoscibile: un nuovo modo di pensare la parete, una tecnologia, una cultura del su misura, un lessico visivo, o qualcosa di ancora più ampio?
Ci piacerebbe che il nostro contributo più riconoscibile fosse quello di aver dato alla parete un ruolo più centrale nel progetto d’interni. Non come semplice superficie, ma come parte attiva dell’identità dello spazio.
Vorremmo che Rimura rappresentasse un modo nuovo di percepire la parete: non più come margine, ma come spazio progettuale pieno, capace di accogliere immaginario, funzione, tecnologia e identità.

