Casa Gio Ponti in via Dezza: l’appartamento a pareti apribili che l’architetto progettò per sé a Milano

La casa di Gio Ponti in via Dezza 49 a Milano: pareti apribili, finestra arredata, pavimento diagonale e l’eredità di un interno scomparso.

Case Manifesto. Le dimore in cui architetti, designer e stilisti hanno messo alla prova la propria idea di bellezza.

Nel 1957, all’ultimo piano di un condominio che aveva disegnato lui stesso, Gio Ponti trasforma il proprio alloggio in un unico spazio aperto: pareti a soffietto, pavimento a strisce diagonali, finestre che diventano mobili. Storia e lettura di una casa-laboratorio milanese che oggi sopravvive soltanto nelle fotografie.

Via Dezza corre nel quadrante ovest di Milano, tra il quartiere Magenta, San Vittore e la zona di via Solari. Al civico 49 c’è un edificio residenziale dalla facciata alta e netta, un basamento in pietra e sopra una serie di lunghi balconi che scandiscono i piani come righe su un foglio. Non ha l’aria del monumento. Eppure è la casa di Gio Ponti, l’ultima in cui l’architetto milanese abitò e quella in cui spinse più avanti un’idea che lo accompagnava da trent’anni: la casa come spazio unico, mutevole, attraversato dalla luce e dagli sguardi.

Ponti la progettò tra il 1956 e il 1957 con i soci Antonio Fornaroli e Alberto Rosselli, nello stesso cortile dove dal 1952 lavorava il suo studio, ricavato in una vecchia autorimessa. Per sé e per la famiglia tenne l’ultimo piano. Lì dentro mise alla prova, su di sé prima che sui clienti, le pareti mobili, la finestra arredata, il pavimento a fasce diagonali, gli arredi che si staccano dal muro e si illuminano da soli.

Di quell’interno non resta nulla in loco. La redazione l’ha riletta come si rilegge un testo fondativo: partendo dai documenti, e dichiarando quello che i documenti non dicono.

Spazio aperto dell’appartamento di Gio Ponti in via Dezza
Lo spazio aperto della casa di via Dezza riunisce arredi, pareti mobili e superfici coordinate. Foto: Gio Ponti Archives.

Dov’è la casa di Gio Ponti a Milano e quando fu costruita?

La casa di Gio Ponti si trova in via Giuseppe Dezza 49, a Milano, ed è stata progettata e costruita tra il 1956 e il 1957 dallo studio Ponti Fornaroli Rosselli. Lo confermano la scheda dell’Ordine degli Architetti di Milano e il Censimento delle architetture italiane dal 1945 a oggi del Ministero della Cultura. L’edificio è un condominio su strada; l’alloggio di Ponti occupa l’ultimo livello, indicato come ottavo piano da entrambe le schede istituzionali (una ricostruzione di Francesco Montuori parla invece di settimo piano: discrepanza che segnaliamo).

La storia del lotto comincia qualche anno prima. Secondo il Gio Ponti Archives, nel 1952 Ponti trasforma un capannone in cortile, già autorimessa, nello studio della società con Fornaroli e Rosselli: un ambiente unico di 15 per 45 metri, senza tramezzi, che fa da officina, da aula e, per un periodo, da redazione di Domus, la rivista che Ponti aveva fondato nel 1928. Studio e abitazione, a pochi passi l’uno dall’altra, parlano la stessa lingua di spazi aperti.

Un condominio pensato per inquilini diversi

Il Censimento descrive un fronte stradale “sviluppato in altezza”, con un basamento rivestito in pietra e i piani superiori ritmati da lunghe balconate. La struttura è a travi e pilastri in cemento armato, le facciate alte sono in intonaco civile colorato, la copertura è piana e non praticabile, i serramenti sono in alluminio. Il progetto è modulare: alloggi di dimensioni diverse, ciascuno concepito come un unico ambiente con i servizi sul lato nord. Agli acquirenti, riportano le fonti, era lasciata la scelta del colore dell’intonaco e della propria finestra arredata.

Scheda Casa Ponti in via Dezza
Indirizzo Via Giuseppe Dezza 49, Milano (zona Magenta, San Vittore)
Anni Progetto e costruzione 1956-1957; studio in cortile dal 1952
Progettisti Gio Ponti con Antonio Fornaroli e Alberto Rosselli (studio Ponti Fornaroli Rosselli, 1952-1976)
Alloggio di Ponti Ultimo piano (ottavo secondo Ordine degli Architetti e Censimento MiC)
Struttura e finiture Cemento armato; basamento in pietra; intonaco civile colorato; serramenti in alluminio
Pubblicazioni di Ponti su Domus “La finestra arredata”, n. 298, 1954; “Alloggio uniambientale per quattro persone”, n. 320, 1956; “Una casa a pareti apribili”, n. 334, 1957
Stato attuale Interni smantellati; al piano terra una sede del Gio Ponti Archives

Com’era la pianta dell’appartamento di Gio Ponti in via Dezza?

L’appartamento di Ponti era una pianta aperta in cui soggiorno, camere da letto e studio formavano un solo ambiente continuo, suddivisibile all’occorrenza con pareti mobili. La scheda dell’Ordine parla di stanze da letto e studio inclusi “nell’ininterrotta continuità della pianta aperta”, con i soli servizi chiusi sul lato nord. Verso sud, sulla strada, si allineavano in sequenza le camere, il soggiorno e la zona pranzo, tutte affacciate sui balconi.

La ricostruzione di Montuori, pubblicata nel 2021, attribuisce all’alloggio circa 160 m² e descrive tre pareti a soffietto capaci di unire quattro ambienti: le due camere dei figli, quella dei genitori e il soggiorno, con la camera-studio di Ponti a completare la sequenza. Il dato della superficie non compare nelle schede istituzionali ed è indicativo. Il principio è chiaro: di giorno le pareti si ripiegano e la casa si legge da un capo all’altro; di sera si chiudono e restituiscono a ciascuno la propria stanza.

Le pareti “modernfold”: la casa a pareti apribili

Le partizioni scelte da Ponti erano pareti mobili a soffietto del tipo commercializzato con il nome “modernfold”, che le fonti citano esplicitamente. Erano diaframmi leggeri, da usare soltanto quando servivano. Ponti raccontò l’appartamento su Domus n. 334 del settembre 1957 con un titolo che è già un programma, “Una casa a pareti apribili”. L’anno prima, su Domus n. 320 del luglio 1956, aveva pubblicato lo schema di un “Alloggio uniambientale per quattro persone”: la casa di via Dezza ne è la verifica costruita, abitata dalla sua famiglia.

L’idea aveva radici lontane. Nella casa di via Randaccio 9, progettata con Emilio Lancia tra il 1924 e il 1926 e prima abitazione che Ponti disegnò per la propria famiglia, soggiorno e pranzo erano già collegati da porte scorrevoli, come ricorda l’Ordine; il tema torna nelle case di via De Togni degli anni Trenta. In via Dezza, trent’anni dopo, la porta scorrevole diventa sistema: non collega due stanze, dissolve la nozione stessa di stanza. La parabola completa del progettista è nel nostro ritratto di Gio Ponti, architetto del design italiano moderno.

Cos’è la “finestra arredata” di Gio Ponti?

La finestra arredata è un serramento concepito come un mobile: una parete vetrata che incorpora mensole, ripiani sporgenti e sostegni per vasi, e che fa da filtro tra l’interno e la città. Ponti ne aveva pubblicato il principio su Domus n. 298 del settembre 1954, in un articolo intitolato proprio “La finestra arredata”; in via Dezza la applica all’intera facciata sud.

Da dentro, il paesaggio urbano non si vede più attraverso un buco nel muro ma attraverso gli oggetti disposti sulle mensole, che compongono una quinta davanti alla profondità della strada. La scheda dell’Ordine riassume così il pensiero dell’architetto: l’esterno si guarda “da dentro” attraverso i mobili, e lì sta il suo incanto. Ponti insisteva anche sulla differenza tra percezione diurna e notturna: di notte, con le luci accese, la facciata di via Dezza si trasformava in una composizione di superfici luminose e colorate.

La redazione ha notato come questo dispositivo anticipi un tema che torna nei progetti di oggi: il limite tra casa e città trattato come spessore abitabile invece che come linea. Il mobile non occupa la stanza, occupa il bordo.

Che pavimento aveva la casa di Gio Ponti?

Il pavimento dell’appartamento di via Dezza era in ceramica a strisce diagonali, un disegno continuo che correva sotto tutti gli ambienti senza interrompersi alle soglie. Lo registrano concordi la scheda dell’Ordine, quella del Censimento e la scheda ArchiDiAP. È il dettaglio che meglio spiega l’intenzione dell’intero progetto: se le pareti possono sparire, il pavimento deve già leggere lo spazio come uno.

La diagonale ha una funzione precisa. Una fuga ortogonale avrebbe ribadito il perimetro delle stanze; una fuga inclinata, invece, sfugge alle pareti, allunga la prospettiva e rende percepibile la dimensione complessiva dell’alloggio anche quando i soffietti sono chiusi. Montuori scrive che anche i soffitti erano rigati in diagonale, e Molteni&C, che oggi riedita alcuni arredi di Ponti in accordo con il suo archivio, parla di pavimenti e soffitti a motivi. Le schede istituzionali citano soltanto il pavimento: sui soffitti manca una conferma di pari autorità, e lo segnaliamo.

Restano aperti il produttore e i colori esatti delle piastrelle: nelle fonti consultate non abbiamo trovato indicazioni verificabili, e non li attribuiamo.

Quali arredi disegnò Gio Ponti per la casa di via Dezza?

Madia D.655.1 disegnata da Gio Ponti
Gli arredi di Ponti mostrano la stessa attenzione a leggerezza, proporzione e uso che guida l’appartamento.

Per via Dezza Ponti disegnò arredi pensati come parti dell’architettura: testiere “cruscotto” attrezzate e mobili autoilluminanti staccati dalla parete, secondo le schede dell’Ordine e del Censimento. Le testiere cruscotto erano pannelli dietro il letto dotati di ripiani, cassetti e punti luce, un piccolo quadro comandi domestico; i mobili autoilluminanti portavano con sé la propria sorgente di luce e si staccavano dal muro, diventando oggetti autonomi nello spazio aperto.

Mobili standard e pezzi riconoscibili

Sedia Superleggera disegnata da Gio Ponti
La Superleggera appartiene alla ricerca di Ponti su struttura, essenzialità e produzione seriale.

Accanto a questi elementi fissi le fonti ricordano sedie, tavoli e letti standardizzati, cioè modelli di serie che Ponti usava come parti di un sistema. Molteni&C, nel raccontare la casa, cita un tavolo da pranzo ottagonale nel soggiorno, circondato da ripiani e librerie, e il tavolino D.555.1, datato 1954-1955, come arredo del living. Più delicato il caso della poltrona D.153.1, datata 1953: l’azienda la presenta come pensata per la casa di via Dezza, ma la data precede di quattro anni il completamento dell’appartamento. È plausibile che il pezzo sia stato disegnato altrove e poi portato nella nuova casa; in assenza di una fonte d’archivio accessibile preferiamo lasciarlo come ipotesi.

Una precisazione sul nome più celebre legato a questa strada: la poltrona Dezza di Poltrona Frau risale al 1965 e deve il nome alla via perché fu concepita nello studio di Ponti, non perché arredasse l’appartamento del 1957 (la storia dell’azienda è nel nostro profilo di Poltrona Frau). Negli stessi anni Ponti portava sul mercato con Cassina la sedia Superleggera, frutto di una ricerca che la Treccani colloca tra il 1952 e il 1955 e che racconta lo stesso ideale di leggerezza: ne parliamo nell’articolo su Cassina e le sue icone.

Sui singoli pezzi presenti nelle fotografie d’epoca (lampade, ceramiche, opere d’arte) non esiste, a quanto ci risulta, un inventario pubblico affidabile: il valore del progetto sta nel sistema, non nell’elenco dei pezzi. Per un confronto con i contenitori e le credenze che Ponti e i suoi contemporanei portarono nelle case italiane rimandiamo a madie iconiche e credenze d’autore.

Perché la casa di via Dezza è un manifesto dell’abitare di Ponti?

La casa di via Dezza è un manifesto perché traduce in un alloggio reale, abitato dal suo autore per oltre vent’anni, l’idea pontiana di una casa leggera, trasformabile e aperta verso l’esterno. Ponti vi arriva a sessantacinque anni, nel pieno della maturità: nel 1957 pubblica anche il libro “Amate l’architettura”, mentre dall’altra parte della città cresce il grattacielo Pirelli, costruito tra il 1956 e il 1961.

Grattacielo Pirelli a Milano, opera della maturità di Gio Ponti
Negli stessi anni della casa di via Dezza, Ponti lavora anche al grattacielo Pirelli: due scale diverse di una stessa idea di modernità.

Il testo di Montuori riporta una frase di Ponti che condensa il principio: “Tutta la casa è trasformabile”. Il progetto gradua isolamento e unità, giorno e notte, con mezzi semplici: un pavimento, qualche parete che si piega, una facciata che si abita. L’Industria delle Costruzioni descrive la casa come la versione pontiana della pianta libera, uno spazio che si può attraversare con lo sguardo, con la luce e con l’aria.

Nei progetti che raccontiamo capita spesso di incontrare open space risolti come stanze senza porte; via Dezza insegna che l’apertura funziona quando c’è un disegno che la tiene insieme. Per chi affronta oggi un soggiorno continuo, le nostre guide agli open space e ai divisori per open space partono proprio da questa domanda. E per collocare la casa nel suo secolo, accanto alle altre abitazioni che hanno cambiato il modo di vivere, c’è la nostra selezione di case iconiche del Novecento.

Due case, due idee di interno: Ponti e Mollino

Negli stessi anni, a Torino, Carlo Mollino trasformava tra il 1960 e il 1968 un appartamento sul Po in un interno chiuso, simbolico, pieno di riflessi e di segreti. Il confronto è istruttivo: Ponti apre la casa alla città e alla famiglia, Mollino la sigilla come un luogo privato. Lo raccontiamo nella scheda dedicata a Casa Mollino a Torino.

Cosa resta oggi della casa di Gio Ponti in via Dezza?

Oggi della casa di Gio Ponti resta l’edificio, ancora in uso come condominio privato, mentre gli interni dell’appartamento sono stati smantellati. Il Censimento del Ministero della Cultura lo scrive senza ambiguità: gli interni dell’ultimo piano sopravvivono solo nelle immagini commissionate da Ponti ai fotografi d’architettura dell’epoca e pubblicate su varie riviste, Domus in primis. La stessa scheda valuta in buono stato strutture, facciate, copertura e serramenti.

Al piano terra è collocata una delle sedi del Gio Ponti Archives, che conserva parte del materiale dello studio: fotografie, modelli d’architettura, prototipi e multipli di pezzi di design. Il sito ufficiale dell’archivio Gio Ponti ricorda che la raccolta fu riordinata a metà degli anni Ottanta dalla figlia Lisa e poi arricchita, dal 1996, da Salvatore Licitra. Sul piano della tutela, la scheda del Censimento indica l’edificio come non vincolato e riporta nello stesso tempo una dichiarazione di notevole interesse datata 27 gennaio 2010.

Ponti morì a Milano il 16 settembre 1979. La casa non è visitabile: è un’abitazione privata. Si può ancora leggerla nelle pagine di Domus e nelle fotografie d’archivio, dove la diagonale del pavimento e le finestre arredate raccontano più di qualsiasi ricostruzione.

Domande frequenti su casa Gio Ponti

Dove si trova la casa di Gio Ponti a Milano?

La casa in cui Gio Ponti abitò negli ultimi decenni si trova in via Giuseppe Dezza 49, nella zona Magenta e San Vittore di Milano. È un condominio progettato dallo studio Ponti Fornaroli Rosselli tra il 1956 e il 1957; l’architetto tenne per sé l’appartamento all’ultimo piano. Nel cortile retrostante, dal 1952, c’era lo studio ricavato da un’ex autorimessa.

La casa di Gio Ponti in via Dezza è visitabile?

No, l’edificio è una proprietà privata abitata e l’appartamento di Ponti non esiste più nella sua forma originale: gli interni sono stati smantellati nel tempo. Al piano terra ha sede il Gio Ponti Archives, che custodisce fotografie, disegni e prototipi. Per consultazioni o iniziative pubbliche conviene fare riferimento ai canali ufficiali dell’archivio, senza presentarsi al condominio.

Cosa sono le pareti apribili della casa di via Dezza?

Sono pareti mobili a soffietto, del tipo “modernfold”, che dividevano o univano camere, soggiorno e studio in un unico ambiente continuo. Ponti presentò l’appartamento su Domus n. 334 del settembre 1957 con il titolo “Una casa a pareti apribili”. Aperte di giorno, chiuse di notte, permettevano di graduare privacy e condivisione senza muri fissi, lasciando chiusi soltanto i servizi sul lato nord.

Che cos’è la finestra arredata di Gio Ponti?

È una finestra progettata come un mobile: la vetrata incorpora mensole, ripiani sporgenti e sostegni per vasi, e diventa una quinta abitabile tra la casa e la città. Ponti ne pubblicò il principio su Domus n. 298 nel settembre 1954 e lo applicò alla facciata di via Dezza. Di notte, con le luci accese, le finestre trasformavano il prospetto in superfici luminose e colorate.

La poltrona Dezza di Poltrona Frau arredava la casa di Ponti?

Non ci sono prove in tal senso. La poltrona Dezza risale al 1965, otto anni dopo l’appartamento, e deve il nome alla via perché fu concepita nello studio di Ponti che vi aveva sede. Gli arredi documentati della casa del 1957 sono soprattutto testiere cruscotto, mobili autoilluminanti, finestre attrezzate e sedute e tavoli standardizzati, come riportano le schede istituzionali.

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