Il colore oro nell’interior design: perché è tornato protagonista negli interni

Per anni è stato il colore che nessun progettista voleva nominare: troppo vistoso, troppo sicuro di sé. Oggi l’oro è tornato nelle case più belle. Ma è un altro oro.

Per anni è stato il colore che nessun progettista voleva nominare: troppo vistoso, troppo sicuro di sé, il segno di un lusso che aveva bisogno di gridare per farsi sentire. Oggi l’oro è tornato nelle case più belle. Ma è un altro oro.

C’è una parola che, fino a poco tempo fa, bastava a condannare un progetto: kitsch. E per una lunga stagione quel giudizio ha avuto un colore ben preciso, l’oro. Il rubinetto a specchio, la cornice dorata gonfia di sé, la maniglia che luccicava come un gioiello di troppo: il colore oro nell’interior design era diventato il simbolo di un gusto che confondeva il prezioso con il costoso, l’eleganza con l’eccesso. Poi qualcosa si è incrinato in quella certezza. L’oro è tornato protagonista degli interni, e nelle pagine delle riviste di design oggi lo si guarda con desiderio, non più con imbarazzo.

La verità è che non è tornato l’oro: è cambiata la nostra idea di oro. Quello che accende gli ambienti di questa stagione non ha più nulla della cromatura specchiante che associavamo all’ostentazione: è un oro opaco, spazzolato, posato a mano, che invecchia e trattiene la luce invece di rispedirla indietro con arroganza. Nel momento in cui ha smesso di brillare per dimostrare qualcosa, l’oro si è liberato del suo peso. È stato declassato da simbolo di ricchezza a semplice materia. Ed è proprio questo declassamento ad averlo salvato.

Perché l’oro non è un colore ma una luce

Chi progetta lo sa bene: l’oro non si comporta come un colore. Un colore lo scegli, lo stendi e resta dov’è. L’oro invece cambia con la luce, con l’ora del giorno, con chi attraversa la stanza. Al mattino è quasi bianco, al tramonto si accende di ambra, la sera sotto una lampada diventa fuoco. È l’unico colore che porta dentro di sé il tempo. Non è un caso che appartenga alla storia dell’arte prima ancora che a quella dell’arredo: i fondi oro dei mosaici bizantini, la foglia di Klimt, le pale d’altare del Trecento non usavano l’oro per dichiarare ricchezza, ma per fermare la luce e rendere sacro ciò che toccavano.

Quando un progettista sceglie l’oro oggi cerca esattamente questo. Non vuole annunciare un budget, vuole introdurre calore, profondità, una vibrazione che nessuna vernice sa dare. Un filo dorato attorno a uno specchio non serve a impreziosire: serve a far sembrare la stanza illuminata anche quando la luce è spenta. È la distanza che passa tra un oggetto che dice quanto è costato e un oggetto che dice come ci si sente standogli accanto.

Perché il colore oro è tornato di moda proprio adesso

L’oro ritorna ogni volta che sentiamo il bisogno di calore, e questo è un momento in cui ne abbiamo un bisogno profondo. Veniamo da un decennio di grigi, di greige, di case impeccabili e un po’ anestetizzate, pensate più per essere fotografate che per essere abitate. Il minimalismo freddo ha stancato, e con lui l’idea che eleganza fosse sinonimo di rinuncia. Dopo tutto il tempo trascorso dentro le nostre stanze abbiamo ricominciato a chiedere all’arredo qualcosa di più fisico: materia, tattilità, un’anima.

A fare il resto sono state le tendenze che corrono in parallelo. Il ritorno dell’estetica Art Déco, che dell’oro ha fatto da sempre la sua firma geometrica. Il massimalismo che quasi quattro progettisti su dieci dichiarano ormai di praticare, dopo anni di sottrazione. E i colori profondi che stanno definendo la stagione, il bordeaux, il verde bosco, il blu notte, che chiedono accanto un metallo caldo per non spegnersi. L’oro è la nota che tiene insieme tutto questo. Non a caso, all’ultimo Salone del Mobile, rame, bronzo e ottone si sono ripresi le superfici che per un decennio erano appartenute all’acciaio.

Gli interni recenti in cui l’oro detta il tono

Chi è entrato quest’anno nella hall dell’Orient Express La Minerva, a Roma, ha capito in un istante da che parte sta andando il gusto. Hugo Toro ha lavorato dodicimila metri quadrati di un palazzo del Seicento come si scrive una sceneggiatura, scegliendo il giallo caldo e l’ottone satinato come filo conduttore di ogni ambiente. Nulla, qui, grida: il travertino, i vetri di Murano disegnati su misura, la Minerva di marmo che veglia il bar sotto un lucernario. L’oro non è decorazione, è atmosfera, la stessa luce ambrata dei viaggi del Grand Tour riportata nel presente.

La stessa temperatura si ritrova nelle case che i progettisti italiani hanno consegnato quest’anno. Nei migliori progetti di interior design a Milano l’oro non è un vezzo ma un gesto d’autore: Hannes Peer accende un corridoio con pareti dorate retroilluminate che sembrano respirare, in un appartamento nel palazzo Muzio una parete a foglie dorate fa da testiera come un fondo d’altare, e in una casa dallo spirito Liberty un lampadario in ottone scalda una sala da pranzo nei toni della terra. Non c’è ostentazione, c’è misura.

Corridoio con pareti dorate retroilluminate e pilastri in pietra
Il corridoio dalle pareti dorate retroilluminate di Hannes Peer, dalla nostra selezione dei migliori progetti di interior design a Milano 2026.

Lo stesso vale al Sud. Tra i migliori progetti di interior design a Napoli il ristorante Umberto 2 intreccia ottone, legno e marmi in un’eleganza calda e per nulla urlata. È una direzione destinata a durare: le grandi aperture in arrivo, dal Mandarin Oriental di Roma firmato Gilles & Boissier al ritorno dell’Orient Express a Venezia, parlano tutte la stessa lingua, e la redazione l’ha già raccontata nei migliori progetti di ristrutturazione hotel del 2026. Dove arriva prima l’hôtellerie, l’abitare privato segue sempre a breve distanza.

Sala del ristorante Umberto 2 a Napoli con arredi su misura in ottone legno e marmi
Il ristorante Umberto 2 a Napoli, dove ottone, legno e marmo si intrecciano senza clamore, dalla selezione dei progetti napoletani 2026.

Le nuove finiture: foglia, ottone spazzolato, oro rosa

Parete a foglie dorate come testiera in un appartamento milanese con coperta ocra
Una parete a foglie dorate diventa testiera in un appartamento nel palazzo Muzio, progetto Moitié.

La riabilitazione dell’oro passa tutta dalle finiture. La più nobile resta la foglia posata a mano, la stessa tecnica dei doratori di un tempo: applicata su un disco di metallo o su una coppa di fibra di vetro non è mai perfettamente uniforme, e proprio per questo è viva, cambia a ogni ora. Poi c’è la grande famiglia degli ottoni, che all’ultima Milano Design Week si è mostrata in tutte le sue temperature, dal brunito più severo all’oro rosa: Ghidini1961 l’ha riassunta nell’appendiabiti Lucky di Richard Hutten, lucido, brunito e rosato insieme. Lucido per un gesto Déco consapevole, spazzolato e satinato per una luce morbida che non trattiene le impronte, brunito quando serve profondità.

A rendere possibile tutto questo è stata anche la tecnica. I trattamenti galvanici e PVD hanno reso le finiture dorate resistenti all’acqua e all’uso quotidiano, tanto che oggi l’oro spazzolato è di casa perfino in bagno e in cucina, dove un tempo sarebbe stato impensabile. E poi ci sono le superfici che dell’oro fanno materia pura: il mosaico in foglia, il vetro di Murano che ingloba la doratura nel cristallo, i tessuti operati che intrecciano fili metallici. L’oro non è più qualcosa da mostrare. È qualcosa da lavorare.

Chi sa ancora lavorare l’oro

Questa nuova idea di oro parla soprattutto italiano, perché chiede una cosa che qui non è mai mancata: la mano. Lo si capisce guardando la luce di Catellani & Smith, dove la foglia d’oro viene posata su dischi e riflettori uno per uno, così che nessuna lampada somigli davvero a un’altra. O riconoscendo un’icona che cambia pelle senza tradirsi, come l’Atollo di Vico Magistretti per Oluce, Compasso d’Oro nel 1979, che esiste anche in una versione dorata satinata: la stessa misura che ritroviamo oggi nelle lampade da tavolo di design più desiderate.

È un sapere antico, che in Italia non si è mai davvero interrotto. C’è chi trasforma la foglia d’oro in mosaico e ne veste le pareti come fossero gioielli, chi la fonde dentro il cristallo di Murano, chi intreccia fili dorati nei tessuti da cinque secoli. E c’è l’ottone, spazzolato con una discrezione nuova, che è entrato perfino in bagno e in cucina senza portarsi dietro alcuna nostalgia. Nomi come Sicis, Rubelli, Venini, De Castelli o Gessi non inseguono la tendenza: semmai è la tendenza a essere tornata a cercare loro.

Come usare l’oro senza scivolare nel kitsch

La linea che separa l’oro elegante dall’oro kitsch è sottile ma nettissima, e passa da una sola regola: l’oro deve essere un accento, mai un tema. Funziona quando accende un punto solo e lascia respirare tutto il resto, la cornice di uno specchio, lo stelo di una lampada, il bordo di una boiserie. Smette di funzionare nell’istante in cui pretende di riempire la stanza. Il segreto degli interni più riusciti non è l’accumulo, ma la sottrazione tutt’intorno all’oro.

Bagno con rubinetteria in ottone spazzolato pareti color ocra e rivestimenti scuri venati
Rubinetteria in ottone spazzolato in un bagno dai toni ocra, casa Liberty di Alessia Giacobino.

Conta anche la compagnia che gli si dà. L’oro dà il meglio accanto ai materiali che lo esaltano senza competere, il noce, i marmi venati, il velluto, l’intonaco materico, e accanto ai colori profondi della stagione, il verde salvia, il blu notte, il bordeaux. Sui fondi chiari, avorio e travertino, si fa più discreto e mediterraneo. L’unico errore davvero imperdonabile è mescolarlo ad altri metalli lucidi: oro e cromo raccontano due storie diverse, e in una stanza ne deve vincere una sola. Per muoversi tra le tonalità resta un buon punto di partenza il dizionario dei colori per la casa.

Domande frequenti sul colore oro negli interni

L’oro negli interni è di moda nel 2026?

Sì, è una delle tendenze più riconoscibili dell’anno. A riportarlo tra le finiture più desiderate sono stati il ritorno dell’Art Déco, la crescita del massimalismo e la riscoperta dei metalli caldi vista all’ultimo Salone del Mobile, ma in una versione satinata e misurata, lontana dall’oro vistoso del passato.

Qual è la differenza tra un oro elegante e un oro kitsch?

La differenza sta nella finitura e nella quantità. L’oro che scivola nel kitsch è lucido, specchiante e onnipresente, e serve a dichiarare ricchezza. L’oro elegante è opaco, spazzolato o posato a mano, e resta un accento: pochi punti di luce ben scelti, mai una superficie che grida.

Con quali colori si abbina l’oro?

L’oro dà il meglio accanto ai colori profondi della stagione, verde bosco e salvia, blu notte, bordeaux e cioccolato. Funziona benissimo anche sui neutri caldi come avorio, sabbia e travertino, mentre chiede prudenza vicino ai grigi freddi e al cromo.

L’oro sta bene anche in bagno e in cucina?

Sì, ed è oggi una delle scelte più apprezzate proprio in questi ambienti. I trattamenti galvanici e PVD rendono le finiture dorate resistenti all’acqua e all’uso, e una rubinetteria in ottone spazzolato basta da sola a nobilitare un bagno di marmo o di microcemento.

Meglio l’oro lucido o satinato?

Per un interno contemporaneo la scelta più sicura è l’oro satinato o l’ottone spazzolato, che riflettono la luce in modo morbido e non trattengono le impronte. L’oro lucido resta perfetto per un gesto Déco consapevole, su un dettaglio piccolo come una cornice o uno specchio importante.

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