Dall’Alto Adige alle Madonie, 19 dimore di campagna italiane dove cascine, masserie, monasteri e ville ritrovano una funzione grazie al recupero architettonico.
Dagli altipiani dell’Alto Adige alle Madonie, diciannove indirizzi dove cascine, masserie, monasteri e ville ritrovano una funzione grazie a un progetto di recupero. La selezione di Archi&Interiors per l’autunno 2026.
Ci sono luoghi che sembrano aspettare l’autunno per mostrarsi davvero. Le vigne virano al rosso, la luce si abbassa e le dimore di campagna tornano a essere ciò che erano all’origine: rifugi. Il camino acceso, la tavola apparecchiata con cura, una finestra aperta su un paesaggio silenzioso. Finita l’estate delle località affollate, la villeggiatura rurale ritrova la sua stagione più vera.
Negli ultimi quindici anni, però, è cambiato il modo in cui l’Italia abita la propria campagna. Il casale rifatto in stile, con le travi sbiancate e il country di maniera, ha ceduto il passo a progetti più colti, firmati da architetti o guidati da proprietari con una visione precisa. Il lusso, qui, si misura per sottrazione: la calce al posto della pittura, il legno di recupero, un arredo contemporaneo accanto a un pavimento in cotto di tre secoli fa. Quello che conta è la qualità del restauro, molto più del numero di stelle.
È il filo che lega questa selezione. Archi&Interiors ha scelto 19 dimore di campagna in Italia, in dodici regioni, dove il recupero restituisce una funzione a edifici che il territorio stava perdendo: una scuola elementare degli anni Cinquanta, un monastero del XII secolo, un avamposto fortificato del Cinquecento, un intero borgo d’alta quota. Accanto a loro, alcuni progetti contemporanei dimostrano che la campagna sa accogliere anche un linguaggio nuovo, a patto che segua il passo del paesaggio.
L’ordine segue la geografia, da nord a sud. Chi vuole costruire un itinerario tra vino e architettura può incrociarla con la nostra selezione delle cantine italiane da scoprire nell’autunno 2026.
1. AEON, Renon (Alto Adige): il fienile riletto da noa*

Sull’altopiano del Renon, sopra Bolzano, AEON è uno dei progetti alpini più discussi degli ultimi anni. Lo studio noa* (network of architecture) lo ha completato nel 2021 per la famiglia Ramoser, che dal 1972 gestisce poco distante il Lobishof, ricavato in un complesso di antichi fienili.
I due volumi sono rivestiti con il legno dei boschi di proprietà e le facciate reinterpretano la struttura del fienile altoatesino, la sua trama aperta e il suo rapporto diretto con il bosco. Le quindici camere si orientano verso il paesaggio, che entra negli interni come materia del progetto. È la dimostrazione di come la tradizione del maso possa evolvere senza scivolare nel folklore, e in autunno, con i boschi che cambiano colore, il dialogo tra legno e paesaggio si fa ancora più evidente.
2. Villa Selvatico da Porto, Vigonza (Veneto): la villa veneta come sistema agricolo

A Codiverno di Vigonza, nella campagna padovana, Villa Selvatico da Porto restituisce l’immagine più autentica della villa veneta: una residenza di rappresentanza e, insieme, il centro di un sistema in cui casa padronale, barchesse e campi erano strettamente connessi. L’impianto risale alla fine del Quattrocento, sui resti di un castello medievale; l’aspetto attuale si deve al restauro del 1792, ricordato da una lapide.
Dal 1951 la villa appartiene alla famiglia da Porto e dal 1997 accoglie ospiti in sei appartamenti, con un parco di circa tre ettari. È l’indirizzo meno patinato della selezione, ed è proprio questo il suo valore: si soggiorna in una dimora storica che è ancora una casa di famiglia, lontana dalla messa in scena.
3. Dai Grésy, Treiso (Piemonte): la cascina seicentesca dei marchesi

Nel cuore dei paesaggi vitivinicoli di Langhe, Roero e Monferrato, patrimonio Unesco, Dai Grésy è il progetto di ospitalità di Ludovica e Alessandro di Grésy, a pochi minuti dalla Cascina Martinenga dove la famiglia produce vino. La cascina risale alla metà del Seicento ed è stata convertita in alloggi nel 2016, dopo un cantiere durato quattro anni.
Il restauro, curato da Elena Bellincioni, ha scelto materiali coerenti con la storia rurale dell’edificio: legno di recupero, pavimenti in cocciopesto, pareti a calce. Il giardino porta la firma di Axel Boerr. Ne risultano undici tra camere e appartamenti, dove l’eleganza coincide con la misura. In autunno, quando le colline si tingono di rosso e oro, è difficile immaginare un punto di osservazione migliore sulla vendemmia.
4. Vigne di Fagnano, Santo Stefano Belbo (Piemonte): Pavese, affreschi e lavanda

A Santo Stefano Belbo, il paese natale di Cesare Pavese custodito dalla Fondazione Cesare Pavese, Vigne di Fagnano occupa una villa nobiliare del Settecento circondata da vigneti e campi di lavanda. Il restauro voluto da Carlo Nizzo e Manila Marcuccio ha conservato i soffitti a voltini affrescati e le cementine originali.
Negli interni l’antiquariato convive con pezzi di design del Novecento, mentre le sette suite portano i titoli dei libri di Pavese, da La luna e i falò a Paesi tuoi. La spa è ricavata nelle cantine seicentesche: un gesto semplice che trasforma il sottosuolo agricolo in uno spazio di benessere, senza alterarne il carattere.
5. Villa Irene Langhe, Monforte d’Alba (Piemonte): la scuola diventata casa

A Pensoglio, frazione di Monforte d’Alba, Villa Irene Langhe nasce dalla trasformazione della scuola elementare costruita negli anni Cinquanta e rimasta vuota per decenni. Il progetto di Lara Spano, dello studio LATO51, è forse il più sorprendente della selezione, perché lavora su un edificio senza alcun pedigree storico e gli regala una seconda vita.
Tre unità, per un massimo di dieci ospiti, si affacciano su una loggia panoramica che abbraccia i vigneti di Monforte e Novello. Il rovere posato a spina e le pareti color terracotta costruiscono interni caldi e misurati. È un esempio prezioso di riuso adattivo: il recupero architettonico restituisce una funzione a costruzioni che hanno già attraversato diverse stagioni della vita di un territorio.
6. La Ribezza, Monforte d’Alba (Piemonte): l’eleganza Art Nouveau tra le vigne

Sempre a Monforte d’Alba, La Ribezza conserva il carattere di una residenza storica in cui i dettagli decorativi richiamano il linguaggio Art Nouveau, quello che in Italia chiamiamo stile Liberty. Le diciotto camere si distribuiscono dal piano terra al sottotetto e in molte di esse i soffitti sono decorati con dipinti murali.
La sauna occupa l’antica limonaia, mentre il ristorante si trova a Palazzo Martinengo, a un paio di minuti a piedi. Un indirizzo per chi cerca un soggiorno nelle Langhe lontano dall’immaginario degli alberghi tradizionali, dentro un’atmosfera da dimora di famiglia.
7. Rosewood Castiglion del Bosco, Montalcino (Toscana): il paesaggio come progetto

Ai margini della Val d’Orcia, Castiglion del Bosco è una tenuta di circa duemila ettari lungo la Via Francigena, con un castello del XII secolo, sessantadue ettari di vigneto e un campo da golf disegnato da Tom Weiskopf. Massimo e Chiara Ferragamo l’hanno acquistata nel 2003; dal 2015 l’ospitalità è affidata a Rosewood.
Le quarantadue suite e le undici ville sono ricavate nei casali del borgo e della tenuta. Gli interni, curati da Chiara Ferragamo con Teresa Bürgisser Sancristoforo, reinterpretano l’abitare rurale con spazi generosi e materiali tradizionali. Qui la scala è quella del latifondo: vigneti, boschi e percorsi costruiscono un paesaggio che è esso stesso architettura.
8. Lupaia, Torrita di Siena (Toscana): la campagna senza decoratore

A dieci minuti da Montepulciano, Lupaia riunisce cinque casali restaurati, alcuni datati 1622, che Christopher e Heidi Mueller gestiscono dal 2016. Dodici camere in tutto, arredate con un approccio dichiaratamente lontano dalla figura dell’interior designer: lino, cotto e legno di recupero.
Proprio questa assenza di regia è la sua cifra. In un’epoca di hotel progettati fino all’ultima maniglia, Lupaia propone il fascino della casa abitata, dove pietra e travi parlano da sole. Le esperienze legate al vino, alla cucina e alla ricerca del tartufo completano un indirizzo che sembra trovare nell’autunno la sua stagione ideale.
9. Castello di Vicarello, Cinigiano (Toscana): il castello di una famiglia in Maremma

Sulle colline della Maremma grossetana, Castello di Vicarello è un castello del XII secolo affiancato da una chiesa romanica. Carlo e Aurora Baccheschi Berti lo hanno acquistato in rovina alla fine degli anni Settanta e lo hanno restaurato in dodici anni; oggi lo gestiscono i figli Neri, Brando e Corso.
Intorno, sette ettari di vigneto biologico e circa duemila ulivi. Negli interni, una decina di suite, la pietra antica convive con arredi e oggetti indonesiani raccolti dalla famiglia negli anni vissuti all’estero. Ne nasce un’ospitalità personale, lontana dall’estetica standardizzata, dove il collezionismo privato diventa interior design.
10. Vocabolo Moscatelli, Umbertide (Umbria): il monastero medievale e la sensibilità mid-century

Nella campagna di Umbertide, Vocabolo Moscatelli occupa un monastero del XII secolo che Frederik Kubierschky e Catharina Lütjens hanno acquistato all’asta nel 2019 e restaurato in circa diciotto mesi. Il progetto è di Jacopo Venerosi Pesciolini, dello studio Archiloop, già protagonista della nostra selezione dei monasteri e conventi trasformati in hotel di design.
Le dodici camere uniscono pietra e travi antiche a un linguaggio luminoso, con letti in ferro realizzati da Lispi, cotto artigianale e opere di artisti italiani contemporanei. La cappella sconsacrata ospita oggi incontri e pratiche di yoga: la memoria religiosa resta leggibile nelle geometrie, mentre gli interni appartengono senza ambiguità al presente.
11. Filodivino, San Marcello (Marche): mattoni del Cinquecento e una cantina premiata

Sulle colline alle spalle di Jesi, Filodivino nasce dalla ricostruzione di un casale in rovina che Alberto e Alida Gandolfi hanno acquistato nel 2013 insieme a diciassette ettari di vigneto. Il progetto dell’architetta Cristiana Dell’Acqua ha riutilizzato mattoni del Cinquecento recuperati da casali della zona, e gran parte degli arredi è stata realizzata a mano, su misura.
Alla stessa progettista si deve la cantina interrata del 2018, in acciaio corten, legno e vetro, premiata con l’InArchitettura Award 2023. Vino, natura e design convivono in uno dei wine resort italiani più coerenti dal punto di vista architettonico.
12. Sextantio, Santo Stefano di Sessanio (Abruzzo): il borgo che ha inventato un modello

A circa 1.250 metri di quota, nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Sextantio è il riferimento italiano dell’albergo diffuso. Daniele Kihlgren lo ha aperto nel 2005, dopo circa sei anni di lavori, distribuendo una trentina di stanze tra le case medievali del borgo.
Il restauro è quasi invisibile: letti su cavalletti di ferro, tessuti al telaio, pavimenti radianti scelti per non intaccare le murature. Qui il design coincide con la conservazione, e si abita temporaneamente un luogo che porta ancora le tracce della propria storia. Lo abbiamo inserito anche tra gli hotel di design immersi nella natura, perché pochi progetti raccontano meglio il rapporto tra architettura e paesaggio montano.
13. Il Cannito, Capaccio Paestum (Campania): la pietra del Cilento sopra i templi

Sulle colline di Capaccio, a pochi chilometri dai templi di Paestum e dentro il paesaggio del Cilento, patrimonio Unesco, Il Cannito occupa due antichi edifici in pietra immersi in circa quindici ettari di macchia mediterranea e querce secolari. Secondo gli archeologi, in questo punto sorgeva un insediamento di monaci basiliani, attivi nella zona tra il VII e il XII secolo.
Il recupero è il sogno realizzato della famiglia Gorga, che ha seguito i principi della bioarchitettura usando la pietra locale di Capaccio, travi a vista e cotto fatto a mano. Dentro, le quattro camere dedicate a sole, mare, terra e luna giocano sul contrasto tra muri antichi, pareti bianche, arredi di design e arte contemporanea. La piscina a sfioro guarda verso il golfo di Salerno: è la dimostrazione che anche il Sud sa interpretare la campagna con un linguaggio essenziale.
14. Casina Cinquepozzi, Putignano (Puglia): una masseria settecentesca dal gusto eclettico

Nella campagna di Putignano, Casina Cinquepozzi è una masseria fortificata del Settecento aperta nell’aprile 2025, dopo due anni di restauro, da Thelma West, designer di gioielli di origine nigeriana, e Stefano Liotta. Dieci camere su tre livelli, con il piano nobile segnato da soffitti decorati e carte da parati floccate.
Gli interni sono il manifesto di un eclettismo consapevole: icone del design contemporaneo, specchi realizzati da un artigiano locale, arte nigeriana. Un recupero che va oltre la semplice conservazione e diventa racconto personale, in una regione dove le masserie di design sono ormai un laboratorio dell’ospitalità.
15. Masseria Calderisi, Savelletri di Fasano (Puglia): il linguaggio essenziale della pietra

A Savelletri di Fasano, Masseria Calderisi è una masseria del XVII secolo aperta nella primavera del 2021 su circa dieci ettari di campagna. Le ventiquattro camere sono distribuite tra la torre, le antiche stalle e il fortino, mentre un vecchio frantoio è diventato lo spazio delle degustazioni.
Murature in pietra, intonaci a calce, ceramiche locali e arredi artigianali restituiscono la semplicità dell’architettura mediterranea, quella stessa grammatica che ispira lo stile mediterraneo moderno. Sono la luce e le proporzioni a definire l’atmosfera.
16. Masseria Torre Fiore, Pisticci (Basilicata): il ritorno alle origini lucane

Nella campagna di Pisticci, Masseria Torre Fiore nasce dal recupero di un avamposto fortificato del Cinquecento. Il progetto è di Ralph Giannone e Pina Petricone, fondatori dello studio torontino Giannone Petricone Associates e legati alla Basilicata dalle proprie origini familiari.
Le stalle sono state scavate per riportare alla luce le volte, e il legno anticato dialoga con la pietra locale nelle tredici suite. La geometria severa dell’edificio racconta una Basilicata rurale in cui l’architettura conserva una relazione profonda con il paesaggio.
17. Tenute Maestrale, Donori (Sardegna): la cantina che scompare nel terreno

Nel paesaggio agricolo della Sardegna meridionale, Tenute Maestrale propone l’interpretazione più contemporanea della selezione. La cantina, firmata nel 2024 da Spaziozero Atelier (Lorenzo Ciccu, Simone Langiu, Nicola Melis) con X Architekten, è un volume parzialmente interrato che lascia emergere soltanto la facciata sud in acciaio corten forato.
La copertura diventa una terrazza panoramica con pergola e lucernari, e l’architettura sceglie di sottrarsi al paesaggio invece di dominarlo. L’ospitalità, un wine lodge di cinque bungalow, completa un indirizzo che appartiene di diritto alla nuova stagione delle cantine di design italiane.
18. Monaci delle Terre Nere, Zafferana Etnea (Sicilia): la pietra lavica e il design

Sulle pendici dell’Etna, Monaci delle Terre Nere è una tenuta settecentesca che Guido Coffa ha scoperto nel 2007 e trasformato in un boutique hotel. Camere, suite e ville sono distribuite tra la casa padronale e gli edifici rurali in pietra lavica, il più antico dei quali risale al 1730. Il rinnovamento è associato a Pekstudio e Giuseppe Merendino, come abbiamo raccontato tra i 15 hotel di design firmati da studi italiani.
Gli interni accostano la materia del vulcano a nomi del design italiano come Flos, Gervasoni e B&B Italia, insieme agli interventi dell’artista Olivier Mourão. Il rapporto con la terra resta centrale, in una Sicilia diversa da quella delle coste e delle spiagge.
19. Susafa, Polizzi Generosa (Sicilia): il silenzio delle Madonie

Nel cuore del Parco delle Madonie, Susafa è la masseria ottocentesca che la famiglia Saeli Rizzuto possiede da circa due secoli e ha trasformato nel 2008 in un rifugio rurale. Le diciassette camere sono ricavate nelle stalle e negli annessi agricoli, il ristorante occupa il vecchio granaio e il bar l’antico palmento.
Le pareti sono rifinite a calce e cera d’api, mentre la tenuta si estende per centinaia di ettari, una parte dei quali rimboschita. È la chiusura ideale di questo viaggio: una dimora in cui l’architettura accompagna il desiderio di ritmi più lenti, lontano dalle destinazioni turistiche più frequentate.
Perché la campagna è il nuovo laboratorio dell’ospitalità
Le dimore di campagna raccontano qualcosa che va oltre il turismo. Parlano della possibilità di recuperare edifici dismessi, custodire la memoria dei territori e immaginare nuovi modi di vivere il paesaggio. È la stessa tendenza che abbiamo osservato nei migliori progetti di ristrutturazione hotel del 2026: il valore si sposta dalla costruzione ex novo alla trasformazione di ciò che esiste.
In alcuni casi il progetto si fa riconoscere con un gesto contemporaneo, come a Donori o sul Renon. In altri sceglie la discrezione e lascia spazio alla materia, alla luce e alla storia, come a Santo Stefano di Sessanio o a Lupaia. L’autunno rende questo rapporto ancora più evidente: invita a osservare gli interni, a ritrovare il piacere degli spazi domestici e a considerare il viaggio come un modo per scoprire nuove forme dell’abitare.
Domande frequenti sulle dimore di campagna in Italia
Quali sono le dimore di campagna più belle d’Italia da scoprire in autunno?
La selezione di Archi&Interiors per l’autunno 2026 riunisce 19 indirizzi in dodici regioni: tra questi AEON sul Renon, Dai Grésy e Villa Irene nelle Langhe, Castello di Vicarello e Rosewood Castiglion del Bosco in Toscana, Vocabolo Moscatelli in Umbria, Il Cannito in Campania, Sextantio in Abruzzo, Masseria Calderisi in Puglia e Susafa in Sicilia.
Dove dormire in una dimora di campagna nelle Langhe?
La selezione ne indica quattro: Dai Grésy a Treiso, in una cascina seicentesca; Vigne di Fagnano a Santo Stefano Belbo, in una villa settecentesca legata a Cesare Pavese; Villa Irene Langhe a Monforte d’Alba, in un’ex scuola elementare; La Ribezza, sempre a Monforte, con decorazioni Art Nouveau.
Quali masserie storiche si possono visitare tra Puglia e Basilicata?
In Puglia, Casina Cinquepozzi a Putignano e Masseria Calderisi a Savelletri di Fasano, rispettivamente del Settecento e del Seicento. In Basilicata, Masseria Torre Fiore a Pisticci recupera un avamposto fortificato del Cinquecento su progetto di Giannone Petricone Associates.
Che cos’è un albergo diffuso?
È un modello di ospitalità in cui camere e servizi sono distribuiti in più edifici di un borgo storico, invece che concentrati in un’unica struttura. L’esempio più noto in Italia è Sextantio a Santo Stefano di Sessanio, aperto nel 2005 da Daniele Kihlgren all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.
Quali dimore di campagna hanno un progetto di architettura contemporanea?
Tra le più interessanti ci sono AEON sul Renon, progettato da noa*; Villa Irene Langhe, firmata da Lara Spano dello studio LATO51; la cantina di Tenute Maestrale in Sardegna, di Spaziozero Atelier con X Architekten; Filodivino nelle Marche, dell’architetta Cristiana Dell’Acqua.
E voi, avete una dimora di campagna del cuore? Un casale, una masseria, una tenuta o un piccolo rifugio che meriterebbe di essere conosciuto? Raccontatecelo: la prossima selezione di Archi&Interiors potrebbe nascere proprio dai vostri suggerimenti.

