Il 16 e 17 ottobre Utopian Hours torna a Torino. Una guida a sedi, cinque incontri e domande progettuali per leggere il festival oltre i nomi del programma.
Una città si capisce anche da dove ci si può fermare senza dover comprare qualcosa. Una panchina, un cortile attraversabile, un edificio che smette di essere una barriera: sono dettagli piccoli soltanto sulla carta.
Utopian Hours 2026 si svolge a Torino il 16 e 17 ottobre, negli spazi della Centrale di Nuvola Lavazza e di Dorado. La seconda parte della Ten Years Edition riunisce incontri, confronti professionali e mostre intorno al city making: il lavoro, spesso collettivo, con cui si trasformano i luoghi della vita urbana.
Per architetti e interior designer l’interesse è concreto. Fuori dalla singola commissione, il progetto incontra chi amministra, chi abita, chi gestisce e chi paga la manutenzione. Il festival offre l’occasione di guardare queste relazioni insieme, senza ridurre la città a una collezione di edifici riusciti.

Utopian Hours 2026: date, sedi e formato
L’appuntamento torinese è previsto per venerdì 16 e sabato 17 ottobre 2026. L’organizzazione è di Stratosferica, impresa sociale che lavora sui temi urbani. Non si tratta di una fiera dell’arredo: il centro della discussione è il rapporto tra spazio, comunità e trasformazione della città.
La Centrale ospita il palco principale, mentre Dorado accoglie altre attività. La distinzione conta quando si costruisce il proprio itinerario: non tutti gli appuntamenti si svolgono nello stesso luogo e non ogni pass dà accesso a ogni momento professionale.
La scelta utile è partire da una domanda, non dal desiderio di assistere a tutto. Come si rende un piano terra realmente accogliente? Che cosa succede a uno spazio temporaneo dopo il primo mese? Come si restituisce potere decisionale a chi vive in un quartiere? Avere una questione precisa rende più produttivo anche un solo pomeriggio.
Cinque incontri per leggere il programma
L’agenda generale consultata il 5 ottobre indica questi appuntamenti alla Centrale. Gli orari possono cambiare: prima della partenza va verificato il programma aggiornato dell’organizzatore.
| Giorno | Orario indicato | Intervento | Ospite |
|---|---|---|---|
| 16 ottobre | 14:00–14:30 | A Museum Above the Rails | Wim Walschap |
| 16 ottobre | 14:45–15:15 | Public Space as a Prototype | Rocío Pina |
| 17 ottobre | 14:45–15:15 | The Hunger that Shaped Our Cities | Carolyn Steel |
| 17 ottobre | 15:45–16:15 | Space as a Form of Care | Christine Murray |
| 17 ottobre | 18:30–19:00 | Citizens Who Own Their Block | Imandeep Kaur |
Il museo come parte della città: Wim Walschap
La presentazione ufficiale dell’intervento di Walschap, dello studio Herzog & de Meuron, prende come riferimento M+ a Hong Kong e la relazione tra museo e infrastruttura ferroviaria. È un punto di osservazione interessante: il contesto non è soltanto una facciata da rispettare, ma comprende ciò che si muove sotto, accanto e attraverso un edificio.
La domanda da portare all’incontro è questa: dove finisce il percorso urbano e dove comincia quello museale? Una soglia può invitare a entrare, ma anche rendere evidente chi è ammesso e chi si sente fuori posto. Il disegno del primo accesso merita quanto quello della sala più spettacolare.

Lo spazio pubblico si può provare: Rocío Pina
Pina, cofondatrice di ENORME Studio, presenta un lavoro che comprende interventi temporanei, installazioni partecipative e arredi mobili. Il prototipo urbano permette di trattare lo spazio come una domanda aperta, prima di fissarlo in una soluzione permanente.
In termini progettuali, una prova è interessante se consente di imparare qualcosa. Osservare chi si siede, chi attraversa e chi resta lontano può far emergere esigenze non contenute in un disegno. Il colore o la forma riconoscibile non bastano: occorrono anche criteri per decidere che cosa tenere, cambiare o rimuovere.
Il cibo come infrastruttura: Carolyn Steel
Steel, autrice di Hungry City e Sitopia, propone di leggere lo sviluppo urbano attraverso il cibo. Approvvigionamento, consumo e rapporto con il territorio rendono visibili connessioni che un’immagine della skyline tende a nascondere.
Per un progettista di interni, questo tema arriva molto vicino al lavoro quotidiano. Un mercato, una mensa o una cucina condivisa non sono soltanto contenitori con funzioni: possono organizzare occasioni d’incontro, tempi di permanenza e accesso alle risorse. La qualità va cercata anche nel funzionamento ordinario, quando non c’è un evento.
Progettare per sentirsi al sicuro: Christine Murray
L’intervento di Murray introduce il trauma-informed design, con attenzione ad ascolto, sicurezza psicologica e inclusione. Non autorizza a trasformare il progetto in una terapia, ma invita a considerare che uno stesso ambiente può essere vissuto in modi molto diversi.
La traduzione operativa è chiedersi dove una persona possa scegliere: entrare o uscire, fermarsi o continuare, stare in un luogo esposto oppure più raccolto. Non tutte queste esigenze si risolvono con un materiale piacevole o una luce morbida. Servono percorsi leggibili, alternative e ascolto di chi utilizzerà lo spazio.
Dalla partecipazione alla gestione: Imandeep Kaur
Kaur presenta l’esperienza di CIVIC SQUARE a Birmingham, che lavora su infrastrutture civiche, risorse condivise e trasformazioni a scala di quartiere. Il tema sposta l’attenzione dalla semplice consultazione a chi può curare e governare i luoghi nel tempo.
Un processo partecipativo diventa fragile se termina con una fotografia dei partecipanti. È più interessante capire quali decisioni restano alla comunità, come vengono risolti i conflitti e chi può intervenire quando qualcosa non funziona. Sono domande utili anche per un piccolo spazio comune condominiale.
Tre criteri per distinguere un bel progetto da una buona trasformazione
Accesso: chi può entrare senza acquistare, prenotare o conoscere qualcuno? Durata: chi pulisce, ripara e aggiorna il luogo? Responsabilità: chi può cambiare una decisione dopo l’apertura? Usare gli stessi criteri per casi molto diversi aiuta a confrontarli senza appiattirli.
Non significa rinunciare alla qualità formale. Significa aggiungere alla fotografia una lettura dell’uso. Una pavimentazione bellissima che rende difficile fermarsi, una seduta impossibile da riparare o un cortile aperto soltanto durante un evento pongono problemi progettuali altrettanto reali.

Il ragionamento continua nel nostro approfondimento sulle logiche architettoniche delle città del futuro: il cambiamento urbano va letto attraverso le condizioni dell’abitare, oltre che attraverso l’immagine degli edifici.
Come organizzare la partecipazione
Prima di scegliere il pass, confrontare gli incontri desiderati con le relative condizioni di accesso. Tavoli di lavoro e momenti professionali possono avere requisiti differenti rispetto al palco principale. Verificare inoltre sedi, accessibilità, disponibilità e tempi per spostarsi tra i luoghi.
Durante il festival, annotare per ogni caso una soluzione spaziale, una condizione di gestione e una domanda rimasta aperta. Dopo, scegliere una sola intuizione da sottoporre al proprio progetto: un ingresso più leggibile, una prova d’uso, una decisione condivisa. È un modo concreto per evitare che due giorni di incontri restino soltanto una collezione di nomi.
Guida aggiornata al 5 ottobre 2026. Non è un resoconto dell’evento, che alla data di verifica deve ancora svolgersi.

