L’interior designer oltre l’arredo. Antonio De Antonis, AIPI: «Bellezza, inclusione e sicurezza non sono valori alternativi»

Antonio De Antonis, presidente di AIPI, racconta come cambia la professione dell’interior designer tra UNI 12001, Legge 4/2013, Design for All, formazione continua e sicurezza degli spazi interni.

Con la pubblicazione della norma UNI 12001:2026, il 29 gennaio 2026, il designer, e con lui l’interior designer, dispone finalmente di un riferimento condiviso che ne descrive conoscenze, abilità, autonomia e responsabilità. È da questo passaggio, insieme alla Legge 4/2013 e al codice ATECO 74.13 dedicato al progettista di interni, che parte la nostra conversazione con Antonio De Antonis, presidente di AIPI, l’Associazione Italiana Professionisti Interior Designers nata a Milano nel 1969. De Antonis è anche Executive Vice President di EIDD Design for All, la rete che riunisce organizzazioni, università e istituzioni attorno al progetto inclusivo.

La conversazione nasce dalla partnership tra AIPI e Archi&Interiors e attraversa qualificazione professionale, formazione continua, Design for All e sicurezza degli spazi interni, gli stessi temi che l’associazione ha portato alla Milano Design Week 2026 con Responsible Interiors.

Professione, norme e responsabilità: l’intervista al presidente di AIPI, Antonio De Antonis

Che cosa significa oggi guidare un’associazione nata nel 1969?

Guidare AIPI significa assumersi una duplice responsabilità: custodire una storia iniziata nel 1969 e trasformarla in una visione contemporanea della professione. In oltre cinquant’anni AIPI ha accompagnato l’evoluzione dell’interior designer, lavorando affinché fosse riconosciuto non come una figura genericamente legata all’arredo (anche se il primo atto costitutivo riporta la sigla O.N.A., Ordine Nazionale Arredatori), ma come un professionista del progetto dotato di competenze, metodo e precise responsabilità verso il committente e la collettività.

Un passaggio fondamentale è rappresentato dalla Legge n. 4 del 14 gennaio 2013, che disciplina le professioni non organizzate in ordini o collegi e nel cui ambito AIPI ha ottenuto il riconoscimento nel 2023. AIPI è inserita nella Sezione II dell’elenco del Ministero delle Imprese e del Made in Italy previsto da questa legge. Ciò ci assegna un ruolo concreto nella qualificazione dei professionisti, nella formazione permanente, nella vigilanza deontologica e nella tutela dell’utente, consentendoci di rilasciare ai soci in possesso dei requisiti l’Attestazione di qualità e di qualificazione professionale.

Siamo diventati una comunità professionale autorevole che rende riconoscibili competenza, correttezza e aggiornamento e che dal 2025 ha anche un proprio codice ATECO specifico, il 74.13 Progettista di interni. Oggi guidare AIPI significa soprattutto preparare l’interior designer alle grandi trasformazioni dell’abitare, assumendo il Design for All come principio essenziale. Sono convinto che la nostra professione sia destinata a diventare sempre più articolata, necessaria e riconosciuta per il suo valore.

Antonio De Antonis presidente di AIPI
Antonio De Antonis, presidente di AIPI ed Executive Vice President di EIDD Design for All.

Come è cambiata la figura dell’interior designer e quali aspetti della professione restano poco compresi?

L’interior designer è diventato un professionista sempre più trasversale. Deve interpretare i cambiamenti sociali, l’invecchiamento della popolazione, i nuovi modelli familiari, il lavoro ibrido, le trasformazioni tecnologiche e la crescente attenzione al benessere psicofisico. Deve inoltre coordinare aspetti funzionali, percettivi, tecnici, economici e relazionali.

Oggi esistono inevitabilmente aree di contiguità e, in alcuni casi, di sovrapposizione con altre figure professionali, a partire dall’architetto, che svolge sempre più frequentemente una parte della propria attività nel campo del design e dell’interior design. Questo deve essere letto come il segno di un mondo professionale che, in Europa e a livello internazionale, sta diventando sempre più aperto, multidisciplinare e interconnesso. Le identità professionali non vengono cancellate: si rafforzano attraverso la chiarezza delle competenze.

Ciò che il pubblico non sempre comprende è che l’interior design non coincide con la scelta di un arredo, di un colore o di una finitura. L’interior designer analizza le persone e i loro comportamenti, organizza flussi e funzioni, studia luce, ergonomia, acustica, materiali, accessibilità e sicurezza. Progetta, in sostanza, l’esperienza complessiva dello spazio.

La pubblicazione della UNI 12001:2026 “Designer: requisiti di conoscenza, abilità e competenza”, il 29 gennaio di quest’anno, quindi recentissima, costituisce un passaggio storico. La norma, dopo oltre otto anni di confronti con il mondo ordinistico e accademico, offre finalmente un riferimento condiviso per descrivere compiti, conoscenze, abilità, autonomia e responsabilità del designer, comprendendo anche l’ambito dell’interior design.

È un riconoscimento culturale importante: conferma che il nostro lavoro è un’elaborazione intellettuale e metodologica finalizzata a migliorare la qualità della vita e dell’ambiente.

Perché è importante distinguere l’interior designer dalle figure legate all’arredo e alla decorazione?

È fondamentale, non per stabilire gerarchie, ma per riconoscere correttamente competenze e responsabilità differenti. L’arredo e la decorazione sono componenti importanti, ma l’interior designer interviene sulla concezione e sull’organizzazione dello spazio. Analizza le esigenze, definisce layout e percorsi, studia l’interazione tra persone e ambiente e coordina, entro le proprie competenze, materiali, illuminazione, acustica, tecnologie e componenti d’arredo.

La chiarezza non limita la professione, ma ne rafforza la credibilità. Un interior designer consapevole è in grado di progettare spazi non soltanto belli, ma accessibili, comprensibili, sicuri e dignitosi per persone con esigenze diverse.

Antonio De Antonis durante un incontro AIPI
Antonio De Antonis durante un incontro AIPI.

In che modo l’interior design contribuisce alla qualità della vita delle persone?

Lo spazio è una sorta di infrastruttura silenziosa della nostra vita. Può facilitarci oppure ostacolarci, accoglierci oppure escluderci. Un ambiente ben progettato favorisce l’orientamento, le relazioni, la concentrazione, il riposo e il senso di appartenenza. Può ridurre lo stress, aumentare l’autonomia e migliorare la percezione di sicurezza.

L’interior designer è la figura più vicina all’esperienza quotidiana dello spazio. Per questo il suo ruolo è cruciale: deve comprendere bisogni fisici, sensoriali, cognitivi ed emotivi e tradurli in decisioni progettuali concrete.

Nel mio altro ruolo di Executive Vice President di EIDD Design for All, lavoro affinché il Design for All non venga considerato una nicchia destinata a poche categorie, ma diventi un metodo ordinario di progettazione. EIDD riunisce organizzazioni, università, centri di ricerca, professionisti e istituzioni mondiali con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita attraverso il progetto, valorizzando la diversità umana, l’inclusione sociale e l’uguaglianza.

Il punto centrale è coinvolgere le persone e ascoltarle fin dall’inizio. Quando ciò avviene, il progetto accessibile non appare come una correzione successiva e non produce spazi stigmatizzanti: diventa qualità diffusa. È questa, a mio avviso, oggi una delle più alte responsabilità dell’interior designer, se non la più importante.

Che cosa significa, per AIPI, progettare interni in modo responsabile?

Progettare responsabilmente significa domandarsi non soltanto se uno spazio sarà bello, ma chi potrà utilizzarlo, quali rischi potrà presentare, come invecchierà e quale impatto avrà sulle persone e sull’ambiente. La responsabilità non è una dichiarazione da aggiungere alla fine del progetto: deve guidare ogni decisione fin dall’inizio.

Abbiamo affrontato questo tema in modo molto concreto durante la Milano Design Week 2026, con Responsible Interiors, l’evento internazionale promosso da AIPI, ECIA e Fondazione Pio Manzù a Casa Lombardia con l’alto patrocinio della Regione Lombardia. Abbiamo riunito professionisti, istituzioni, enti normativi, università e industria per discutere il ruolo dell’interior design tra sicurezza, inclusività, bellezza e nuovi standard professionali. La giornata si è conclusa con l’intervento di Karim Rashid sul futuro del design e dell’interior design, insieme ai contributi di straordinarie personalità come Marco Piva e Rama Gheerawo.

Il confronto è partito dalla tragedia di Crans-Montana del 1° gennaio 2026. Lo abbiamo fatto con profondo rispetto per le vittime e per le loro famiglie, senza volerci sostituire alle autorità incaricate di accertare fatti e responsabilità. Quella tragedia ci ha però ricordato, nella maniera più dolorosa, che la progettazione degli interni non può essere separata dalla sicurezza delle persone.

Materiali, vie di esodo, flussi, affollamento, segnaletica, illuminazione di emergenza, accessibilità e leggibilità dei percorsi non sono elementi secondari. Molti di questi aspetti richiedono competenze specialistiche e il coinvolgimento di architetti, ingegneri, tecnici antincendio, gestori e autorità competenti. L’interior designer responsabile deve conoscere i limiti del proprio ruolo, collaborare con le professionalità necessarie e non permettere mai che la ricerca estetica prevalga sulla sicurezza.

Il nostro compito non è soltanto rispettare formalmente una norma, ma saper riconoscere un rischio, segnalarlo e contribuire a prevenirlo. La responsabilità professionale consiste anche nel porre domande scomode, verificare la coerenza delle scelte e rifiutare soluzioni che possano compromettere la tutela dell’utente.

Per AIPI, bellezza, inclusione e sicurezza non sono valori alternativi: sono parti inseparabili della qualità. È proprio questa consapevolezza che renderà l’interior designer una figura sempre più cruciale, autorevole e riconosciuta nel mondo.

Antonio De Antonis a Tallinn durante il talk sugli spazi inclusivi
A Tallinn, durante il talk «Inclusive Spaces for HoReCa. A new necessary paradigm».

Quali competenze deve avere oggi un interior designer preparato?

Un interior designer preparato deve possedere cultura progettuale, capacità di ascolto e solide competenze su materiali, illuminazione, colore, ergonomia, acustica, sostenibilità, accessibilità e tecnologie. Deve saper gestire tempi, costi, fornitori e relazioni con gli altri professionisti, comunicando con chiarezza il valore e i limiti del proprio intervento.

A queste capacità si devono aggiungere autonomia, responsabilità, etica e aggiornamento continuo. Proprio su questi aspetti interviene la norma UNI sul designer recentemente pubblicata, alla cui elaborazione AIPI ha contribuito come soggetto proponente, partecipando a un lungo lavoro condiviso con università, enti di formazione e rappresentanze del settore.

Dopo aver contribuito alla scrittura della norma, AIPI sta orientando la propria formazione continua ai requisiti da essa definiti e sta promuovendo strumenti di accompagnamento e percorsi di preparazione per i professionisti che intendono affrontare la certificazione.

In questa prospettiva abbiamo appena approvato il nuovo Programma AIPI dei Crediti di Formazione Continua, i CFC. Il programma prevede almeno 20 CFC annuali e 60 nel triennio e, dal 1° gennaio 2027, il loro conseguimento diventerà obbligatorio, nell’ambito associativo, ai fini del riconoscimento e del mantenimento del percorso professionale AIPI e dell’Attestazione di qualità e di qualificazione professionale prevista dalla Legge.

Non considero questo impegno un adempimento burocratico. È una garanzia nei confronti del committente e, allo stesso tempo, una forma di tutela per il professionista. In un settore che cambia con estrema rapidità, non può esserci qualificazione senza un aggiornamento costante, verificabile e trasparente.

Un ruolo strategico sarà svolto da AroundDesign, piattaforma partner di AIPI dedicata alla formazione online e on demand. Attraverso AroundDesign possiamo offrire contenuti selezionati, corsi specialistici e percorsi validi per il conseguimento dei CFC, rendendo la formazione accessibile ai nostri associati in tutte le regioni e anche oltre i confini nazionali. È uno strumento fondamentale per trasformare il principio del Lifelong Learning, l’apprendimento permanente, in una pratica concreta e continuativa.

AIPI è inoltre tra le prime associazioni professionali del design ad aver adottato, già dal 2022, strumenti digitali avanzati per rendere riconoscibile e verificabile il percorso di Lifelong Learning. I corsi e i crediti acquisiti possono essere documentati attraverso Open Badge digitali, protetti mediante tecnologia blockchain, che garantisce integrità, tracciabilità e non alterabilità delle informazioni registrate.

La formazione permanente e la responsabilità devono procedere insieme. Solo così l’interior designer potrà assumere pienamente il proprio ruolo: non un semplice interprete di prodotti o tendenze, ma un professionista cruciale per la qualità, la sicurezza e il benessere degli spazi vissuti dalle persone.

Quanto conta costruire una rete tra professionisti, istituzioni, aziende e scuole?

Costruire una rete è indispensabile. Le istituzioni devono comprendere il valore pubblico dell’interior design; le aziende producono ricerca, materiali e innovazione; le scuole formano le nuove generazioni; i professionisti traducono tutto questo in spazi reali. Nessuno di questi soggetti può affrontare da solo la complessità contemporanea.

Un passaggio particolarmente importante è avvenuto nel 2022, quando la riforma dello Statuto AIPI ha consentito alle aziende, alle università, alle scuole e alle realtà editoriali di entrare nell’Associazione come soci aderenti. Abbiamo così superato la logica della sponsorizzazione occasionale per costruire un rapporto più stabile, responsabile e partecipativo.

Il Programma Aziende di AIPI nasce proprio con questo obiettivo: coinvolgere realtà selezionate che condividano i valori dell’Associazione e intendano sostenere concretamente il mondo dell’interior design. Essere socio aderente non significa acquistare visibilità o ricevere un bollino commerciale, ma aderire a un progetto culturale e professionale, accettandone principi etici, responsabilità e finalità.

Il rapporto con le aziende deve fondarsi su uno scambio reale di informazioni. I professionisti hanno bisogno di conoscere ricerca, prestazioni, limiti e modalità di applicazione dei prodotti; le imprese, a loro volta, devono poter ascoltare chi progetta e comprendere i bisogni emergenti delle persone. Da questo dialogo possono nascere materiali, componenti, servizi e spazi sempre più sostenibili, sicuri, accessibili e inclusivi.

In questa direzione si colloca anche il recente accordo con DFA Italia, Design for All Italia, partner esclusivo di AIPI per lo sviluppo di specifiche iniziative dedicate all’inclusività. Insieme stiamo lavorando a un programma premiale capace di riconoscere progetti, prodotti, servizi e comportamenti aziendali che traducano concretamente i valori del Design for All.

Il rapporto con le aziende si collega inoltre al Programma AIPI dei Crediti di Formazione Continua. Attraverso incontri tecnici, visite, workshop e corsi approvati nell’ambito del programma CFC, possiamo approfondire tecnologie e prodotti specifici che un interior designer deve conoscere per progettare in modo realmente consapevole.

Penso soprattutto a quella che definisco l’architettura invisibile: la luce, l’acustica e il suono, la qualità dell’aria, il comfort termico, la sicurezza, i sistemi di controllo e tutte quelle componenti che spesso non si vedono immediatamente, ma determinano in maniera profonda la salute, il benessere e la qualità percettiva di un ambiente.

La capacità di fare sistema appartiene alla storia stessa di AIPI. Siamo tra i soci fondatori di POLI.design, nato nel 1999 nell’ambito del Politecnico di Milano come punto d’incontro tra alta formazione, professione e impresa. Oggi ho l’onore di rappresentare AIPI nell’Assemblea dei Soci, confermando quanto consideriamo strategico il dialogo tra cultura accademica e pratica professionale.

Il MID, Master in Interior Design, attivo da oltre vent’anni, e i master specialistici dedicati all’Exhibition Design, alle atmosfere, alle superfici sensoriali, alla luce e alle nuove esperienze dell’abitare stanno plasmando l’interior designer di domani. Formano professionisti capaci di coniugare ricerca, metodo, tecnologia, sostenibilità e inclusione.

Sul piano europeo e internazionale, AIPI vanta relazioni consolidate e una presenza autorevole. È socio fondatore e membro effettivo di ECIA, European Council of Interior Architects, attraverso cui contribuiamo al confronto sugli standard professionali, sulla qualità della formazione, sulla mobilità delle competenze e sul riconoscimento internazionale dell’interior designer.

Dal 1974 AIPI fa inoltre parte di IFI, International Federation of Interior Architects/Designers, e oggi siede nel Board di EIDD Design for All. Parallelamente, abbiamo costruito relazioni continuative attraverso MIA, Mediterranean Interior Architects/Designers, il dialogo con ACIAD, African Council of Interior Designers, e le collaborazioni con le organizzazioni e i partner dell’area asiatica e del Pacifico.

Antonio De Antonis durante un intervento per il progetto MIA
Antonio De Antonis durante un intervento per MIA, Mediterranean Interior Architects/Designers.

Fare rete, dunque, non è per AIPI un’attività complementare. È una scelta strategica che unisce professionisti, imprese, formazione, istituzioni e cultura intorno a un principio comune: costruire il futuro dell’interior design mettendo sempre la persona, e mai il prodotto fine a se stesso, al centro del progetto.

Quali sono oggi le sfide più importanti per chi progetta gli spazi interni?

Dobbiamo progettare spazi più flessibili, capaci di accogliere funzioni differenti e di accompagnare le persone nelle diverse fasi della vita. Le abitazioni sono diventate anche luoghi di lavoro, studio, cura e relazione; gli uffici stanno cambiando; l’hospitality deve rispondere a nuove sensibilità; gli spazi pubblici richiedono maggiore accessibilità e sicurezza.

A tutto questo si aggiungono la longevità, la riduzione delle superfici, il costo dell’abitare, il cambiamento climatico, la trasformazione digitale e la necessità di tutelare il benessere psicologico. La vera sfida sarà integrare queste esigenze senza produrre ambienti freddi, standardizzati o eccessivamente tecnologici.

AIPI offre una direzione molto chiara: progettare spazi intuitivi, adattabili e accoglienti, capaci di funzionare per persone di età, culture e capacità differenti. La tecnologia deve aiutare le persone, non obbligarle ad adattarsi. È una trasformazione che sta avvenendo su scala mondiale.

Che cosa direbbe a chi desidera intraprendere oggi un percorso nell’interior design?

Direi innanzitutto di non inseguire soltanto le immagini o le tendenze. Un progetto non nasce da una fotografia, ma dalla comprensione delle persone, del contesto e dei problemi da risolvere. Servono curiosità, disciplina, cultura, capacità di ascolto e disponibilità al confronto.

La preparazione nasce anche dal contatto diretto con il cantiere, dalla conoscenza dei materiali e dei prodotti, dal dialogo con le imprese e le maestranze e dalla capacità di comprendere tempi, costi e responsabilità. Ma soprattutto nasce dalla conoscenza della persona: dei suoi bisogni, delle sue fragilità, delle sue abitudini e delle sue aspirazioni. Il prodotto e lo spazio sono strumenti; l’essere umano rimane il centro e il fine del progetto.

Consiglierei di scegliere percorsi nei quali la teoria incontri il progetto reale. L’esperienza di POLI.design, di cui AIPI è socio fondatore, dimostra quanto master specifici come il MID possano accompagnare il talento verso competenze concrete, responsabilità professionale e una visione internazionale.

Inviterei inoltre gli studenti a entrare gratuitamente nella comunità AIPI. L’adesione come socio studente permette di conoscere da vicino la professione, partecipare a incontri e attività formative, confrontarsi con professionisti e aziende e comprendere tutto ciò che un progetto implica: ascolto del committente, metodo, cantiere, coordinamento, sicurezza, etica e responsabilità.

La formazione accademica è indispensabile, ma non è sufficiente. Non bisogna mai trascurare l’apprendimento non formale, acquisito attraverso corsi, workshop, visite tecniche e attività associative, né quello informale, che nasce dall’esperienza quotidiana, dall’osservazione, dagli errori, dal confronto con i colleghi e dal lavoro sul campo. È dall’integrazione tra formazione formale, non formale e informale che nasce un professionista realmente completo.

Ai giovani dico di avere fiducia. È un momento straordinario per entrare nell’interior design: la professione richiederà sempre maggiore preparazione, ma offrirà opportunità prima impensabili e un riconoscimento crescente a livello internazionale. Il mondo ha bisogno di spazi più umani, inclusivi e intelligenti e, proprio per questo, avrà sempre più bisogno di interior designer qualificati.

Antonio De Antonis durante una premiazione a Bari
Antonio De Antonis durante una premiazione a Bari.

Che valore ha una narrazione editoriale attenta al ruolo dell’interior designer?

Una narrazione editoriale competente può cambiare la percezione della professione. Può mostrare che dietro uno spazio ben riuscito non esiste soltanto un’immagine suggestiva, ma un processo fatto di ascolto, ricerca, responsabilità, verifiche e coordinamento.

Archi&Interiors può contribuire a raccontare le ragioni del progetto: perché è stato scelto un determinato layout, come sono state considerate l’accessibilità e la sicurezza, in quale modo luce, acustica e materiali incidono sul benessere. Può inoltre spiegare al pubblico il significato della Legge 4/2013, della UNI 12001 e della qualificazione professionale.

Il patrimonio più prezioso che possiamo portare nel mondo non è soltanto il prodotto italiano, ma il pensiero progettuale che gli dà senso. Una narrazione editoriale autorevole può rendere visibile questo valore e restituire all’interior designer il ruolo che effettivamente svolge.

Quale ruolo immagina per AIPI nel dibattito italiano e internazionale?

Immagino AIPI come la casa italiana dell’interior designer e, nello stesso tempo, come un ponte internazionale tra professionisti, istituzioni, formazione e cultura del progetto. Dobbiamo continuare a presidiare i temi della qualificazione, della UNI 12001, della formazione continua, dell’inclusività e della sostenibilità, portandoli con autorevolezza ai tavoli nazionali e internazionali.

La nostra presenza internazionale ci consente di contribuire alla costruzione di standard e riferimenti condivisi per la professione. Il mio ruolo di Executive Vice President di EIDD Design for All rafforza questo impegno, permettendoci di promuovere l’inclusione non come settore specialistico, ma come metodo ordinario del progetto.

Un valore fondante della nostra visione internazionale è rappresentato da MIA, Mediterranean Interior Architects/Designers. MIA vuole costruire una federazione capace di mettere in relazione le culture progettuali del Mediterraneo, favorendo formazione, ricerca, scambi professionali e standard condivisi. Non deve essere una semplice vetrina commerciale, ma uno spazio di dialogo tra Europa, Mediterraneo e Africa. Stiamo portando avanti un’interlocuzione anche con il MAECI, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, affinché questo progetto possa consolidarsi in Italia e Roma possa diventare la sede stabile di MIA. Roma possiede il valore storico, culturale e geografico per rappresentare naturalmente questo ponte.

Antonio De Antonis a Hammamet per il progetto MIA
Hammamet, Antonio De Antonis al tavolo del progetto MIA, Mediterranean Interior Architects/Designers.

Parallelamente guardiamo con grande attenzione alla Cina e all’area asiatica per i nostri professionisti e le nostre aziende. Le organizzazioni cinesi con cui collaboriamo riconoscono in AIPI un interlocutore autorevole per lo sviluppo di una cultura progettuale inclusiva. Vogliamo che questo rapporto non sia subordinato alla sola logica commerciale, ma produca formazione, confronto tra professionisti e progetti fondati sul benessere, sulla dignità e sulla partecipazione delle persone.

Sono profondamente ottimista. L’interior designer sarà sempre più centrale perché dovrà interpretare una società complessa, multiculturale, longeva e tecnologica. La professione diventerà più articolata, più responsabile e sempre più riconosciuta a livello planetario.

AIPI oggi è vista come una delle associazioni leader internazionali e ha tutte le condizioni per essere protagonista di questo futuro.

Il progetto come responsabilità

Nelle risposte di De Antonis abbiamo ritrovato un filo costante: la qualificazione non è un adempimento formale, ma una garanzia per chi abita e attraversa gli spazi. Una norma tecnica, un codice ATECO, un obbligo di aggiornamento verificabile e una rete internazionale descrivono una professione che chiede di essere riconosciuta per ciò che effettivamente fa.

Abbiamo raccontato la presenza di AIPI alla Milano Design Week 2026, a Interzum Forum Bergamo e al Life Design Festival di Potenza in un approfondimento dedicato. Sul ruolo delle associazioni professionali, la conversazione prosegue idealmente con l’intervista ad Anna Vella, presidente di AIDIA.

Pubblicità e collaborazioni con Archi&Interiors

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