La terza edizione newyorkese della fiera dedicata al collectible design riunisce oltre cento espositori in un cinema dismesso dell’Upper East Side e ripensa il rapporto fra oggetti, lavoro e spazi.
Il collectible design entra in un ex cinema e, per tre giorni, ne cambia il copione. Dal 6 all’8 novembre, COLLECTIBLE New York occupa il numero 210 di East 86th Street, nell’Upper East Side: un edificio dalle altezze generose e dai grandi volumi che sostituisce il padiglione fieristico con una sequenza più teatrale. È la terza edizione newyorkese della manifestazione, fondata a Bruxelles nel 2018, e la prima in questo indirizzo. La novità non sta soltanto nel trasloco: il programma prova a interrogare il modo in cui mobili, oggetti e allestimenti producono valore, rappresentano il lavoro e passano dall’esemplare unico alla commissione per un interno reale.
La pagina ufficiale di COLLECTIBLE indica oltre cento gallerie, studi e designer indipendenti provenienti da più di venticinque Paesi, distribuiti in sei sezioni. L’apertura al pubblico del 6 novembre segue le anteprime del 4 e 5; la chiusura è prevista domenica 8. La ricostruzione pubblicata da CULTURED il 4 novembre colloca il passaggio nell’Upper East Side dentro una strategia precisa: portare il progetto contemporaneo vicino al sistema di musei, gallerie e collezionisti che già definisce il quartiere.
Un cinema come dispositivo, non come fondale
Per una fiera, la sede determina il modo di guardare. Il classico susseguirsi di stand tende a isolare ogni autore e a rendere equivalenti i percorsi; l’ex sala cinematografica introduce invece profondità, altezze e punti di vista non neutri. COLLECTIBLE dichiara di voler mantenere identità distinte fra le gallerie, ma costruendo affinità fra pratiche decorative e sperimentali. Il contenitore diventa così parte della curatela: non un’architettura da cancellare, bensì una misura con cui oggetti spesso pensati come presenze autonome devono confrontarsi.
La struttura in sezioni chiarisce anche che “collezionabile” non significa soltanto raro. Main raccoglie le gallerie; New Garde dà spazio a collettivi e strutture non profit nate negli ultimi tre anni; Bespoke è riservata a lavori su commissione presentati da studi indipendenti. Quest’ultima è forse la soglia più interessante per architetti e interior designer, perché avvicina il pezzo d’autore al progetto su misura. L’oggetto non arriva necessariamente alla fine, come firma decorativa: può nascere dal dialogo con un committente, una stanza e un programma.
L’ufficio come paesaggio di potere
Il nucleo critico dell’edizione è Human Resources, la sezione Curated affidata ad Alex Tieghi-Walker, fondatore di TIWA Select. Il tema riprende l’immaginario dell’ufficio di fine Novecento e lo descrive come una “fantasia aziendale”: scrivanie, sedute, sistemi di separazione e oggetti di status non sono soltanto strumenti, ma dispositivi che mettono in scena ambizione, gerarchia, produttività e appartenenza.
È un rovesciamento utile. Negli ultimi anni il progetto del workplace ha cercato soprattutto flessibilità, benessere e atmosfere domestiche; la collezione Session di Doshi Levien per Brunner ne è un esempio recente. Human Resources sposta la domanda un passo indietro: prima di rendere l’ufficio più accogliente, occorre capire quali comportamenti e quali valori ogni scelta spaziale renda visibili. Anche un mobile eccentrico o apparentemente improduttivo può aprire una zona di individualità, riposo o conversazione; al contrario, un interno molto confortevole può continuare a organizzare il controllo in modo sottile.
Il programma di incontri della fiera rende esplicita questa tensione. Il 6 novembre si discute se tutto debba davvero diventare “collectible”, chi decida che cosa merita di durare e come si costruisca il valore; il 7 novembre Office as Fantasy affronta l’ufficio come sistema progettato per ottimizzare il comportamento, ma anche come spazio da ripensare intorno a creatività, pausa e carattere personale. Sono questioni che impediscono alla rarità di diventare automaticamente sinonimo di qualità.
Dalla firma alla specifica di progetto
La sezione Fashion, curata da Lynette Nylander, estende lo stesso ragionamento a negozi e sfilate. Qui l’arredo entra nella costruzione di un mondo di marca: una sovrapposizione sempre più evidente anche nel recente flagship londinese di Palace, dove mobili, archivio e materiali partecipano alla narrazione quanto i prodotti in vendita. COLLECTIBLE prova a trasformare questa contiguità in occasioni di incontro e commissione fra studi, gallerie e industria della moda.
Per chi progetta, il passaggio importante è dalla fascinazione alla specifica. Inserire un pezzo unico o una piccola serie in un ufficio, in un hotel o in uno spazio commerciale richiede di discutere fin dall’inizio dimensioni, manutenzione, riparabilità, tempi di produzione, sicurezza e possibilità di replica. L’autorialità non elimina i vincoli del contract; li rende più visibili. Allo stesso tempo, la relazione diretta con chi produce può offrire ciò che il catalogo standard spesso non consente: adattamenti materiali, proporzioni calibrate e un’identità che non dipenda da un’immagine replicata ovunque.
COLLECTIBLE New York conta adesso perché mette in scena un mercato in crescita senza fingere che il valore sia un dato naturale. La scelta di un ex cinema è coerente: ogni oggetto vi appare come un personaggio, ma il programma ricorda che dietro la scena restano lavoro, filiere, committenze e criteri di selezione. Per progettisti e aziende, la lezione più fertile non è collezionare più cose. È capire quando un oggetto speciale riesca davvero a cambiare le relazioni nello spazio — e quando, invece, sia soltanto un’immagine costosa.

