Il museo progettato da Purcell a Street, nel Somerset, conquista i premi Supreme, Public e Sustainability. La sua facciata traduce cuciture, trafori e bordi dentellati in una costruzione precisa, mentre pietra recuperata e struttura ibrida legno-calcestruzzo mostrano una sostenibilità priva di gesti dimostrativi.
Il laterizio dello Shoemakers Museum non riveste semplicemente un volume: sembra cucirlo. Mattoni sporgenti, elementi inclinati, vuoti e bordi dentellati trasformano la facciata in una trama che allude ai gesti della calzatura senza ricorrere a loghi o immagini applicate. È questa sintesi fra materia, memoria industriale e precisione costruttiva ad aver portato il museo di Street, nel Somerset, al vertice dei Brick Awards 2026.
La cerimonia si è svolta il 4 novembre a Londra; il giorno successivo la Brick Development Association ha annunciato per il progetto di Purcell tre riconoscimenti: Supreme Award, Public Award e Sustainability Award. Il fatto recente è dunque il premio, non l’apertura: il museo accoglie il pubblico dal 18 settembre 2025, anno del bicentenario di Clarks, nel luogo in cui l’impresa nacque nel 1825.
Commissionato dall’Alfred Gillett Trust, l’ente indipendente che conserva l’archivio storico dell’azienda, il complesso riunisce una casa padronale tutelata, la Grange, un fienile seicentesco e un nuovo corpo di collegamento su due livelli. Il programma deve proteggere decine di migliaia di scarpe, macchine, documenti e fossili, ma anche offrire gallerie, spazi educativi, biblioteca, caffè e aree per la comunità. La difficoltà non era soltanto inserire superficie contemporanea fra edifici fragili: serviva dare al museo un’identità pubblica senza sovrastare ciò che esisteva.
Una facciata costruita come un oggetto
Purcell risponde con un portico in pietra al piano terra e una facciata superiore piegata, composta da mattoni rosa-arancio che riprendono il tono e il carattere artigianale del fienile. La muratura a Flemish bond alterna teste sporgenti, mattoni smussati, perforazioni e piccoli disallineamenti controllati. Il disegno richiama le punzonature, le cuciture visibili e i bordi “pinking” delle scarpe Clarks, ma resta pienamente architettonico: da lontano costruisce ombra e profondità; da vicino rivela il lavoro del posatore.
La scheda tecnica della Brick Development Association attribuisce la fornitura a Northcot Brick e l’esecuzione ad A. Willmott Brickwork. Molti muratori coinvolti vivono a Street e appartengono a famiglie che hanno lavorato nella produzione calzaturiera: una continuità fra manifatture diverse che rende il dettaglio qualcosa di più di una metafora. La facciata parla del luogo anche attraverso le persone che l’hanno costruita.
La complessità visiva non coincide con una proliferazione di pezzi speciali. Come ha documentato RIBA Journal, il motivo è stato risolto con sei tipologie della gamma britannica standard; perfino l’angolo delle pieghe deriva dall’adattamento di elementi di coronamento già disponibili. Il cornicione a gradoni protegge inoltre la struttura lignea e mantiene lineare il bordo del tetto. È una lezione utile per progettisti e produttori: il carattere può nascere dall’intelligenza combinatoria e dalla posa, non necessariamente da componenti unici e costosi.
Sostenibilità come compatibilità
Il premio alla sostenibilità riconosce un progetto che evita di separare prestazione e conservazione. Secondo la documentazione di Purcell, oltre il 70 per cento della pietra Blue Lias proveniente dalle demolizioni è stato recuperato e rilavorato in cantiere. La stessa geologia è parte della collezione: nelle cave locali furono rinvenuti gli ittiosauri raccolti nell’Ottocento da Alfred Gillett. La pietra conserva così insieme massa, carbonio incorporato e racconto.
Il nuovo volume impiega travi in glulam e pannelli in CLT; i solai combinano legno strutturale e un sottile strato di calcestruzzo. L’ibrido permette campate più ampie, migliora acustica e resistenza al fuoco e lascia leggibile il soffitto ligneo nelle gallerie. Involucro ad alte prestazioni, tripli vetri, pompe di calore e fotovoltaico completano la strategia, ma il punto più convincente resta la gerarchia: prima si riducono domanda energetica e sprechi materiali, poi si aggiungono gli impianti.
Per chi lavora sull’esistente, lo Shoemakers Museum suggerisce tre passaggi concreti. Il primo è usare la storia come generatrice di regole, non come repertorio decorativo: qui la scarpa determina ritmo, ombra e posa del mattone. Il secondo è trattare il recupero come progetto, prevedendo selezione, rilavorazione e nuova collocazione dei materiali. Il terzo è scegliere sistemi ibridi quando una sola tecnologia non risolve insieme struttura, fuoco, acustica e conservazione.
Resta anche una domanda critica. Un museo nato dall’archivio di un marchio rischia sempre di diventare celebrazione aziendale. L’architettura attenua questo rischio quando ricuce edifici prima separati, apre un percorso civico e rende visibile il lavoro di una comunità, non soltanto il prodotto finito. Il triplo premio conta proprio per questo: riconosce il laterizio non come superficie iconica, ma come punto d’incontro fra industria, memoria locale e prestazione contemporanea.

