Nel panorama dell’architettura contemporanea italiana, la parte più vitale non coincide sempre con i nomi già consacrati, ma con quella costellazione di progettisti e studi che sta costruendo il proprio linguaggio attraverso opere, concorsi, ricerca e visione. È qui che si leggono alcune delle traiettorie più interessanti del progetto attuale: un’attenzione più consapevole al paesaggio, una nuova sensibilità per materia e luce, un rapporto meno convenzionale con lo spazio domestico e una crescente capacità di misurarsi con contesti culturali e internazionali. Parlare di giovani architetti italiani e di giovani studi di architettura italiani significa allora osservare non una promessa generica, ma un campo già attivo e in evoluzione, in cui stanno emergendo profili capaci di interpretare il presente con rigore e di anticipare alcune forme possibili dell’architettura di domani.
Perché oggi ha senso osservare i giovani architetti e gli studi italiani
Seguire oggi i giovani architetti italiani e i giovani studi di architettura italiani non significa inseguire una categoria anagrafica o compilare una lista di nomi emergenti per semplice effetto generazionale. Significa, piuttosto, osservare quella parte del progetto in cui il linguaggio è ancora in formazione ma già abbastanza solido da restituire una visione, un metodo, una postura critica. È in questa fascia che si colgono con maggiore precisione alcune delle tensioni più attuali dell’architettura contemporanea: il rapporto tra edificio e paesaggio, la riscoperta della materia come elemento narrativo oltre che costruttivo, la ridefinizione dello spazio domestico, la capacità di lavorare sul contesto senza cadere né nell’imitazione né nell’eccezione gratuita.
C’è poi un altro elemento che rende questa osservazione particolarmente interessante. In una stagione in cui l’architettura rischia spesso di essere ridotta a immagine rapida, i profili più convincenti riportano il discorso su un terreno più concreto: quello delle opere costruite, dei concorsi vinti, della ricerca applicata al progetto, della coerenza tra pensiero e forma. Guardare a questi nomi, quindi, non è un esercizio di tendenza, ma un modo per capire come stia cambiando davvero il progetto italiano, quali sensibilità stiano emergendo e quali visioni abbiano oggi la forza di trasformarsi in architettura.
Come si riconoscono i nomi più autorevoli della nuova generazione
Non tutta la visibilità coincide con l’autorevolezza, e non tutto ciò che appare nuovo riesce davvero a lasciare un segno nel dibattito architettonico. Quando si cerca di capire quali siano i giovani architetti da conoscere o i giovani studi italiani più interessanti, il punto non è misurare la quantità di esposizione mediatica, ma la qualità di un percorso. Contano le opere, il rapporto tra progetto e contesto, la capacità di attraversare scale diverse senza perdere identità, il riconoscimento che arriva da istituzioni, concorsi, mostre, premi e pubblicazioni di settore.
È qui che si distingue un nome promettente da un nome già rilevante. I profili più autorevoli non sono necessariamente quelli più esposti, ma quelli che mostrano una direzione leggibile nel tempo. Alcuni lavorano sulla profondità dello spazio e sulla precisione della materia, altri sul paesaggio e sulla dimensione territoriale, altri ancora su una pratica collettiva che tiene insieme architettura, ricerca e costruzione. In tutti i casi, ciò che conta è la presenza di un linguaggio che non dipende dalla superficie dell’immagine, ma dalla tenuta del progetto.
Peter Pichler: paesaggio, materia e una nuova idea di architettura alpina

Tra i giovani architetti italiani da conoscere, Peter Pichler è uno dei nomi che meglio interpretano il rapporto tra identità territoriale e linguaggio contemporaneo. Nato a Bolzano nel 1982, si è formato alla University of Applied Arts di Vienna nella masterclass di Zaha Hadid, collaborando nei primi anni anche con Zaha Hadid Architects e OMA / Rem Koolhaas, prima di fondare nel 2015 il proprio studio, Peter Pichler Architecture, con sede a Milano.
La sua architettura si distingue per un tratto preciso: il paesaggio non resta sullo sfondo, ma entra nella struttura stessa del progetto. Topografia, luce, tradizione costruttiva e materiali locali vengono rielaborati in un linguaggio netto, essenziale, mai folklorico. È questo equilibrio tra radicamento e chiarezza formale a rendere Pichler uno dei profili più interessanti della nuova scena italiana.
Il progetto che più di ogni altro ne ha consolidato il profilo internazionale è Oberholz Mountain Hut a Obereggen, nelle Dolomiti, realizzato dopo la vittoria di un concorso e sviluppato in collaborazione con Pavol Mikolajcak Architects. Completato nel 2017, il rifugio si colloca a circa 2.000 metri di altitudine e costruisce un dialogo molto preciso con il paesaggio montano attraverso una struttura in legno che si apre verso le cime circostanti.


In Oberholz si ritrovano i temi centrali del suo lavoro: il legno come materiale strutturale e atmosferico, la forma come risposta al luogo, l’apertura del volume verso il panorama, la capacità di produrre un edificio fortemente riconoscibile senza separarlo dalla cultura del territorio in cui nasce. Attorno a questo percorso si sono consolidati anche riconoscimenti importanti, tra cui il Europe 40under40 2020 e il Premi In/Architettura 2020 – Young Designer.
Grazzini Tonazzini Colombo: una pratica collettiva che rimette al centro luogo e spazio civico

Tra i giovani studi italiani da conoscere, Grazzini Tonazzini Colombo è uno dei nomi emersi con maggiore chiarezza negli ultimi anni. Lo studio nasce dal lavoro di Michele Grazzini e Andrea Tonazzini, con la collaborazione di Giorgia Colombo, e si muove tra una sensibilità radicata nel paesaggio delle Alpi Apuane e un’attività oggi sviluppata anche a Roma. Più che sulla firma individuale, il loro percorso si fonda su una pratica condivisa, costruita attorno all’interpretazione dei luoghi e alla dimensione pubblica del progetto.
Il loro lavoro si distingue per l’attenzione allo spazio civico, alla relazione tra architettura e comunità, all’uso di forme essenziali e materiali capaci di generare presenza senza ricorrere all’enfasi. È un approccio che legge il progetto non come esercizio di stile, ma come pratica di ascolto, sintesi e costruzione di significato.
Il progetto che li ha portati con più forza al centro del dibattito italiano è Quintessenza, vincitore di MAXXI NXT 2024, il programma del MAXXI dedicato alla promozione di una nuova generazione di architetti e alla valorizzazione dello spazio pubblico. Installato nella piazza del museo nell’estate del 2024, il progetto intreccia il tema della quinta scenica con quello del quinto elemento aristotelico, costruendo uno spazio al tempo stesso percorribile, teatrale e atmosferico.

A rafforzarne ulteriormente il profilo è arrivato il Premio Italiano di Architettura 2024 – Under 35, che ha confermato il rilievo dello studio oltre il contesto installativo del MAXXI. Accanto a Quintessenza, lavori come Sant’Anna Monument e Piobbico Tower mostrano una ricerca coerente sul rapporto tra architettura, memoria, paesaggio e piccoli dispositivi pubblici. In questo senso, Grazzini Tonazzini Colombo rappresenta una delle espressioni più nitide di una generazione che guarda meno all’icona e più al valore relazionale dello spazio.
SET Architects: essenzialità, proporzione e intensità dello spazio

Tra i giovani studi di architettura italiani, SET Architects ha costruito una propria identità con particolare chiarezza. Lo studio, con sede a Roma, è fondato e diretto da Onorato di Manno e Andrea Tanci ed è attivo tra architettura, urbanistica e design. La loro ricerca si orienta verso un’idea di architettura essenziale, basata su sintesi, proporzione e qualità dell’esperienza spaziale.
Quello che distingue SET non è la ricerca dell’effetto, ma il controllo della composizione. Nei loro progetti ricorrono la chiarezza del gesto architettonico, il rapporto calibrato tra pieni e vuoti, la volontà di costruire spazi leggibili e intensi anche attraverso forme ridotte all’essenziale. È una postura che restituisce un linguaggio coerente, misurato e facilmente riconoscibile.
L’opera che ha dato allo studio una visibilità più ampia è il Bologna Shoah Memorial, realizzato a Bologna nel 2016 dopo la vittoria del concorso internazionale dedicato al nuovo monumento cittadino. Due volumi in acciaio Corten, alti circa dieci metri, generano un passaggio che si restringe progressivamente, trasformando un segno semplice in un’esperienza spaziale di forte intensità simbolica.

Il memoriale ha avuto il merito di tradurre il tema della memoria in una forma architettonica asciutta, immediata, priva di retorica monumentale. Attorno a questo progetto si è consolidato il profilo pubblico dello studio, rafforzato anche dal Dedalo Minosse International Prize. Accanto a Bologna, lavori come House for a Couple e il New School Complex in Sassa confermano una ricerca coerente, fondata sull’idea di architettura come costruzione di ordine, misura e presenza.
AMAA: materia, tipologia e una ricerca che ripensa l’abitare contemporaneo

Tra i giovani studi italiani da conoscere, AMAA occupa una posizione sempre più rilevante. Fondato a Venezia nel 2012 da Marcello Galiotto e Alessandra Rampazzo, dopo una formazione comune allo IUAV e un percorso professionale che incrocia figure come Massimo Carmassi e Sou Fujimoto, lo studio ha costruito una pratica in cui progetto e riflessione critica procedono insieme.
Il loro lavoro non cerca l’effetto immediato, ma si muove su un terreno più complesso, dove tipologia, materia, atmosfera e abitare diventano strumenti per rimettere in discussione forme consolidate dello spazio contemporaneo. In AMAA c’è una tensione costante tra controllo e sperimentazione: ogni progetto sembra nascere da una domanda sul modo in cui si vive, si attraversa e si percepisce uno spazio.
Uno dei progetti più efficaci per leggere questa ricerca è Golden Box, completato ad Arzignano, in provincia di Vicenza, e molto pubblicato nel 2024. Il progetto inserisce un volume quasi cubico, rivestito in ottone e marmo verde imperiale, all’interno di un piccolo appartamento del primo Novecento liberato dalle partizioni originarie. Più che una semplice ristrutturazione, Golden Box si presenta come un’architettura dentro l’architettura, capace di ridefinire radicalmente l’idea di interiorità domestica.

A consolidare il profilo dello studio ha contribuito anche la presenza nella Biennale Architettura di Venezia 2023, all’interno di Dangerous Liaisons, con un lavoro dedicato al riuso dell’ex base NATO di Monte Calvarina. È un passaggio importante, perché conferma come il lavoro di Galiotto e Rampazzo venga ormai letto non solo sul piano del progetto costruito, ma anche come contributo al dibattito contemporaneo sulla trasformazione dei territori e sul senso dell’abitare. In questo equilibrio tra ricerca, costruzione e sensibilità materica, AMAA rappresenta una delle linee più convincenti della nuova architettura italiana.
ellevuelle architetti: recupero, misura e continuità critica nel progetto contemporaneo

Tra i giovani studi italiani da conoscere, ellevuelle architetti è un nome che merita attenzione per la coerenza con cui ha costruito il proprio percorso. Lo studio ha base a Modigliana, in Emilia-Romagna, ed è formato da Giorgio Liverani, Luca Landi, Michele Vasumini e Matteo Cavina, con una pratica che si concentra in particolare sul recupero dell’esistente, sugli spazi residenziali e su interventi capaci di lavorare con precisione dentro contesti stratificati. La loro presenza nel programma Europe 40under40 e la menzione su Casabella nella selezione dei giovani designer under 30 hanno contribuito a consolidarne il profilo nel circuito professionale.
Il progetto che oggi li rende particolarmente interessanti è Effevu House, pubblicato da ArchDaily nel 2026.

L’intervento si inserisce in un sistema rurale composto da una casa in pietra e da un ex fienile, e lavora non per imitazione ma per continuità critica, introducendo un nuovo volume abitato che mette in relazione i corpi esistenti senza annullarli. È un approccio che dice molto della loro architettura: attenzione alla memoria costruttiva, misura, capacità di intervenire sull’esistente senza retorica. In un articolo sulla nuova generazione italiana, ellevuelle ha senso proprio per questo: perché rappresenta una linea del progetto meno esibita, ma molto solida.
false mirror office: ricerca, progetto e una pratica collettiva che attraversa l’architettura contemporanea

Tra i profili più interessanti della nuova scena italiana, false mirror office occupa una posizione particolare. Il collettivo, con base a Genova, nasce dall’incontro di progettisti formati alla Scuola Politecnica genovese e accomunati da esperienze maturate anche in studi internazionali. Il team riunisce Giovanni Glorialanza, Andrea Anselmo, Gloria Castellini, Guya Di Bella, Filippo Fanciotti e Boris Hamzeian e costruisce il proprio terreno comune attorno a una riflessione condivisa su morfologia, forma e rappresentazione alle diverse scale del progetto.
Più che attorno a un singolo edificio-manifesto, il loro percorso si sviluppa come una traiettoria collettiva che attraversa architettura, ricerca, workshop e progetto pubblico. È una pratica che guarda con particolare attenzione ai paradigmi della città contemporanea, mettendo in discussione letture troppo generiche di concetti come adattabilità, tradizione e sostenibilità. In questo senso, il concorso diventa per il collettivo un vero campo di verifica critica, uno spazio in cui misurare la possibilità di risposte specifiche, contestuali e mai standardizzate.
Un passaggio importante del loro percorso è rappresentato da The False Mirror, progetto vincitore a Trondheim, in Norvegia, nell’ambito di Europan. Il lavoro affronta il tema dell’adattabilità urbana non come semplice somma di dispositivi flessibili, ma come occasione per ridefinire il rapporto tra forme del passato e necessità future. Intervenendo sul distretto di Strandveikaia, il progetto rilegge alcuni archetipi profondamente legati alla storia di Trondheim — i magazzini sul fiume, il rapporto tra terra e acqua, le infrastrutture portuali — e costruisce una visione urbana in cui memoria e trasformazione entrano in dialogo senza annullarsi.

È proprio questa capacità di tenere insieme pensiero teorico, progetto urbano e attenzione alla permanenza delle forme a rendere false mirror office un nome interessante da inserire in una selezione dedicata alla nuova generazione. Dentro una mappa dei nuovi protagonisti italiani, il collettivo introduce una sensibilità diversa, meno centrata sull’opera iconica e più attenta alla costruzione di un pensiero progettuale capace di muoversi tra disciplina, ricerca e cultura architettonica contemporanea.
Francesca Perani: interni, identità visiva e una pratica che unisce architettura e cultura

Tra le architette italiane contemporanee più interessanti da osservare per comprendere l’architettura di domani, Francesca Perani rappresenta una voce riconoscibile per il modo in cui tiene insieme progetto, interni, linguaggio visivo e intervento culturale. Laureata al Politecnico di Milano, con esperienze formative e professionali tra Belgio, Australia e Regno Unito, ha fondato nel 2007 il suo studio, Francesca Perani Enterprise, con sede a Bergamo. Le fonti ufficiali la descrivono come una figura che si muove tra architettura, design, branding, grafica e allestimento, con un approccio che unisce sperimentazione materica, ironia e forte carica espressiva.
A rendere il suo profilo particolarmente interessante è anche il lavoro svolto sul piano culturale con RebelArchitette, associazione no profit di cui è indicata come president e co-fondatrice, nata per dare maggiore visibilità al lavoro delle donne in architettura e promuovere un’idea più equa e plurale della professione.

Questa dimensione non sostituisce il progetto, ma ne amplia il significato: nel caso di Francesca Perani, l’architettura non è soltanto costruzione di spazio, ma anche costruzione di immaginari, rappresentazioni e strumenti culturali. È proprio questa doppia natura — progettuale e critica — a renderla un nome coerente con un articolo che vuole raccontare i profili più vivi e meno scontati della nuova scena italiana.










