Prima la funzione, poi l’identità. Stefano Macchion, GEDA e Radomonte: «La crescita ha senso solo se permette di migliorare, non di cambiare ciò in cui si crede»

Stefano Macchion racconta GEDA e Radomonte: l’ottone e l’acciaio inox AISI 316L, le serie Doge e Graffiti, il dialogo con i progettisti e la rubinetteria come parte dell’architettura.

Ogni giorno apriamo e chiudiamo un rubinetto decine di volte, quasi senza pensarci. Eppure in quel gesto elementare si concentrano ergonomia, meccanica, materia e luce. È lì che la rubinetteria smette di essere un componente tecnico e comincia a partecipare all’identità di un bagno o di una cucina.

È da questa convinzione che prende forma la conversazione di Archi&Interiors con Stefano Macchion, imprenditore e designer, fondatore di GEDA e Radomonte. La storia di GEDA comincia negli anni Novanta a Porcia, in provincia di Pordenone, attorno all’ottone; nel 2016 si apre un secondo capitolo con Radomonte, dedicato esclusivamente all’acciaio inox AISI 316L.

Due marchi, due materie, una stessa cultura progettuale. Da una parte la libertà formale dell’ottone, che nella serie Doge rilegge il Neo-Decò attraverso Venezia; dall’altra il rigore dell’acciaio, che con le finiture PVD e le incisioni laser di Graffiti rivela un potenziale espressivo ancora in parte inesplorato.

Con Stefano Macchion abbiamo parlato del confine tra intuizione e fattibilità, del ritorno di oggetti più decorativi dopo la lunga stagione del minimalismo, del coordinamento delle finiture chiesto dai progettisti e del momento in cui la rubinetteria dovrebbe entrare nel progetto. Ma anche di sostenibilità intesa come durata e consumo d’acqua, e di quella parte di lavoro fatta di prototipi e correzioni che resta quasi sempre invisibile: perché raramente la prima idea è anche quella definitiva.

Intervista a Stefano Macchion, GEDA e Radomonte: ottone, acciaio e cultura del progetto

Che cosa mancava nella rubinetteria quando è nata GEDA?

Quando ho iniziato, avevo la sensazione che la rubinetteria fosse spesso considerata un elemento puramente tecnico, mentre io la vedevo già come parte integrante del progetto di interior design. Sentivo la necessità di proporre prodotti capaci di dialogare con l’architettura, con i materiali, le superfici e i volumi, senza rinunciare alla qualità e alla funzionalità.

Parallelamente, desideravo costruire un’azienda vicina ai propri clienti, capace di offrire non solo prodotti, ma anche ascolto, competenza e un servizio affidabile. Questa visione continua ancora oggi a guidare Geda: sviluppare soluzioni che uniscano design, innovazione e cura del rapporto umano.

Imprenditore e designer: quale dimensione guida le altre?

Nel mio modo di lavorare non c’è una gerarchia rigida tra questi aspetti. Ogni progetto nasce da un’intuizione, ma prende forma solo quando design, tecnica, produzione e mercato riescono a dialogare tra loro.

Penso che il compito di un imprenditore sia proprio quello di trovare questo equilibrio: avere il coraggio di innovare senza perdere di vista la qualità, la fattibilità e le esigenze dei clienti. È questo approccio che, fin dall’inizio, ha caratterizzato Geda e continua a guidare il nostro sviluppo.

Quando il rubinetto è diventato parte dell’identità dello spazio?

Non c’è stato un momento preciso in cui l’ho compreso: è stata una convinzione che mi ha accompagnato fin dall’inizio e che ha dato origine a Geda.

Ho sempre pensato che la rubinetteria non dovesse limitarsi a svolgere una funzione tecnica. È un oggetto con cui entriamo in contatto ogni giorno, capace di influenzare la percezione dello spazio e di dialogare con l’architettura, i materiali e la luce.

Quando un prodotto riesce a coniugare estetica, ergonomia e qualità costruttiva, smette di essere un semplice accessorio e diventa parte integrante del progetto. È questa visione che continua ancora oggi a guidare il nostro lavoro.

Quali passaggi hanno trasformato GEDA senza allontanarla dalla cultura del prodotto?

Più che un singolo momento, è stato un percorso fatto di tante conferme. Ogni volta che un cliente tornava a sceglierci o che un nuovo mercato riconosceva il valore del nostro lavoro, trovavamo la conferma che le decisioni prese erano corrette.

Questa fiducia ci ha permesso di crescere senza inseguire le mode o perdere la nostra identità. Abbiamo ampliato la gamma, investito in ricerca e consolidato la presenza internazionale, ma senza mai dimenticare ciò che ci ha fatto nascere: l’attenzione al prodotto, la qualità e la cura di ogni dettaglio.

Per me la crescita ha senso solo se permette di migliorare, non di cambiare ciò in cui si crede.

Sede produttiva di Geda e Radomonte a Pordenone, dove nascono collezioni di rubinetteria di design in ottone e acciaio inox.

Due marchi, due materie

Perché fondare Radomonte invece di ampliare le collezioni GEDA?

Ho ritenuto che l’acciaio meritasse qualcosa di più di una semplice estensione della gamma Geda. È un materiale con caratteristiche tecniche ed estetiche proprie, che richiede un approccio progettuale dedicato.

Per questo è nata Radomonte, non come un secondo marchio nel senso tradizionale, ma come un universo ben definito all’interno dell’azienda, con una propria identità, una propria ricerca e una propria visione.

Credo che questa scelta ci abbia consentito di esprimere al meglio le potenzialità dell’acciaio, offrendo ad architetti e progettisti una proposta coerente, riconoscibile e specializzata.

Dove passa oggi il confine tra GEDA e Radomonte?

Geda e Radomonte condividono la stessa filosofia progettuale, la stessa cultura della qualità e lo stesso know-how produttivo. Ciò che le distingue è innanzitutto il materiale. Geda nasce attorno all’ottone, mentre Radomonte sviluppa il proprio linguaggio attraverso l’acciaio inox AISI 316L, un materiale dalle caratteristiche tecniche ed estetiche molto specifiche.

Da questa scelta derivano anche approcci progettuali differenti. Ogni marchio interpreta il design con una propria identità, valorizzando le peculiarità del materiale con cui viene realizzato.

Ciò che continua a unirli è il modo di concepire il prodotto: la ricerca del dettaglio, la qualità costruttiva, l’attenzione al design e la volontà di offrire soluzioni che dialoghino con l’architettura contemporanea. Pur esprimendosi con linguaggi diversi, entrambi i marchi nascono dalla stessa cultura progettuale e dalla stessa idea di eccellenza manifatturiera.

Quanto il materiale determina la nascita di un prodotto?

Ogni materiale ha un proprio linguaggio e pone vincoli differenti. L’acciaio inox AISI 316L, ad esempio, offre grandi vantaggi in termini di resistenza e qualità, ma impone limiti maggiori nella libertà formale rispetto all’ottone.

Proprio per questo rappresenta una sfida progettuale che ci stimola continuamente. Ci piace metterne alla prova le potenzialità, cercando di sviluppare soluzioni che vadano oltre ciò che normalmente ci si aspetta da questo materiale.

Nella maggior parte dei casi il punto di partenza è un’idea, una visione estetica. Successivamente, il lavoro di progettazione consiste nel trovare la soluzione tecnica che permetta di trasformarla in un prodotto concreto, affidabile e realizzabile. È proprio nel dialogo tra creatività e tecnica che prendono forma i progetti più interessanti.

Doge, Graffiti e il ritorno del carattere

Come è nata la serie Doge?

Sentivo che nella collezione Geda mancava una proposta ispirata al linguaggio del Neo-Decò. Non mi interessava riprodurre uno stile storico, ma reinterpretarne i codici con uno sguardo contemporaneo e con un’identità chiaramente riconducibile a Geda.

Venezia, con il suo rapporto unico tra architettura e acqua, rappresentava il contesto ideale da cui partire. Le sue geometrie, i suoi dettagli e la sua eleganza senza tempo hanno ispirato una collezione che guarda al passato per creare qualcosa di attuale.

Doge nasce proprio da questo equilibrio: conservare il fascino di un’estetica iconica, traducendola in un prodotto contemporaneo, essenziale e coerente con il nostro modo di intendere il design.

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Sta tornando il desiderio di oggetti decorativi e riconoscibili?

Credo di sì. Oggi vedo un crescente interesse per prodotti che abbiano una maggiore identità e che sappiano raccontare qualcosa, senza limitarsi a essere semplicemente essenziali.

Il minimalismo ha rappresentato un passaggio importante e continua a influenzare il progetto contemporaneo, ma oggi convivono linguaggi diversi. C’è spazio anche per oggetti che esprimano carattere, matericità e una maggiore ricchezza formale, purché tutto sia sempre governato dall’equilibrio e dalla qualità del progetto.

Doge nasce proprio da questa convinzione, ovvero recuperare il valore di un’estetica riconoscibile, reinterpretandola in modo contemporaneo, senza cadere nella nostalgia o nella semplice riproposizione del passato.

Come si trasforma un acciaio tecnico in una materia per l’interior design?

L’aspetto più stimolante è stato dimostrare che un materiale considerato per natura rigoroso e tecnico potesse diventare anche caldo, espressivo e ricco di personalità.

Attraverso la ricerca sulle finiture e sui trattamenti superficiali PVD abbiamo cercato di ampliare il linguaggio dell’acciaio, introducendo colori e superfici capaci di modificarne profondamente la percezione.

Oggi l’acciaio AISI 316L mantiene tutte le proprie qualità funzionali, ma può anche contribuire all’atmosfera di uno spazio, dialogando con materiali, luci e architetture in modo molto più ricco rispetto a quanto tradizionalmente ci si aspetta.

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Come nasce l’idea di incidere al laser l’acciaio con Graffiti?

Ho sempre pensato che l’acciaio avesse un potenziale espressivo ancora in parte inesplorato. Tradizionalmente viene percepito come un materiale essenziale, uniforme e rigoroso, ma volevo dimostrare che poteva offrire molto di più.

Da questa idea è nata Graffiti, che, più che definire un’estetica precisa, ha l’intento di ampliare il linguaggio dell’acciaio, rendendolo un materiale ancora più versatile e capace di adattarsi a visioni progettuali diverse. Per me il materiale non deve imporre uno stile, ma offrire al progettista nuove possibilità espressive.

Perché offrire ai progettisti un linguaggio coordinato?

È un aspetto essenziale. L’architetto progetta un ambiente nella sua totalità e, per questo, è importante che ogni elemento possa dialogare con gli altri attraverso un linguaggio comune.

Con Graffiti non volevamo creare una texture destinata a un solo prodotto, ma sviluppare un sistema coerente, capace di estendersi a tutte le principali tipologie della collezione. Questo permette di mantenere continuità materica e visiva, offrendo ai progettisti uno strumento in più per esprimere la propria idea di spazio.

Credo che oggi il design debba mettere a disposizione possibilità, non imporre soluzioni. Un linguaggio coordinato offre coerenza, ma lascia sempre al progettista la libertà di interpretarlo secondo la propria visione.

Il dialogo con i progettisti

Che ruolo hanno i professionisti nello sviluppo di GEDA e Radomonte?

Per me il dialogo con i progettisti è essenziale. Architetti e interior designer non sono semplicemente utilizzatori dei nostri prodotti, ma interlocutori con cui condividere idee, esigenze e nuove prospettive.

Ogni progetto rappresenta un’occasione per comprendere meglio come evolvono gli spazi, i materiali e il modo di abitare. Questo confronto ci aiuta a migliorare continuamente le nostre collezioni, sviluppando prodotti che non rispondano solo a requisiti tecnici, ma che siano realmente utili a chi progetta.

È un rapporto di reciproco arricchimento: noi mettiamo a disposizione la nostra esperienza nella progettazione e nella produzione, mentre i professionisti ci offrono una visione concreta delle esigenze del mercato e dell’architettura contemporanea.

Quali sono le richieste più interessanti di architetti e interior designer?

Negli ultimi anni abbiamo visto crescere soprattutto l’attenzione verso il coordinamento delle finiture. Sempre più spesso il progettista non sceglie un rubinetto isolatamente, ma lo inserisce in una visione complessiva dello spazio, dove ogni materiale e ogni dettaglio contribuiscono a costruire un’identità coerente.

La possibilità di disporre di finiture coordinate tra rubinetteria, accessori e altri elementi del bagno rappresenta quindi un valore importante. È ciò che consente di dare continuità al progetto e di creare ambienti armonici, senza rinunciare alla qualità tecnica e alla libertà compositiva.

È una richiesta che riflette l’evoluzione dell’interior design: oggi il dettaglio non è più un elemento accessorio, ma parte integrante del linguaggio architettonico.

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In quale fase del progetto va scelta la rubinetteria?

La prima scelta deve sempre essere quella funzionale. La rubinetteria non è soltanto un elemento visibile: comprende componenti tecniche, come le parti a incasso, che influenzano l’intero progetto e che devono essere definite già nelle primissime fasi, spesso prima ancora della posa dei rivestimenti.

Successivamente, il progetto prende forma attraverso la scelta dei materiali, degli arredi, delle finiture e della luce. È in questa fase che la rubinetteria esprime il proprio valore estetico, integrandosi con il linguaggio complessivo dello spazio.

Per questo ritengo che debba essere pensata fin dall’inizio del percorso progettuale. La tecnica e l’estetica non sono due momenti separati, ma due aspetti dello stesso progetto: prima si definisce la funzione, poi si costruisce l’identità visiva, affinché ogni elemento contribuisca a creare un ambiente coerente e armonioso.

Quando la personalizzazione diventa autentico progetto?

Credo che oggi il termine “personalizzazione” venga utilizzato con significati molto diversi. Nella maggior parte dei casi significa poter scegliere tra più finiture, colori o dettagli di catalogo, e questa è già una possibilità importante per il progettista.

Un vero progetto personalizzato, però, nasce quando il prodotto viene sviluppato in funzione dell’architettura e delle esigenze specifiche di un intervento. Succede soprattutto nei grandi progetti, come hotel o complessi residenziali di pregio, dove le quantità e il livello di coinvolgimento consentono di studiare soluzioni dedicate.

In questi casi non si personalizza semplicemente un prodotto, ma si costruisce un dialogo tra progettista e azienda, con l’obiettivo di dare forma a qualcosa che non potrebbe esistere come semplice variante di catalogo.

Icone, sostenibilità e prospettive

Quali collezioni raccontano meglio GEDA e Radomonte?

Se dovessi scegliere un prodotto per raccontare Geda, sceglierei Tibò. È una collezione che sintetizza molti dei valori in cui credo, come la capacità di trasformare un elemento tecnico, come l’ingranaggio, in un dettaglio di design, dando vita a un prodotto dalla forte personalità ma perfettamente funzionale. I molteplici riconoscimenti ottenuti, come l’Archiproducts Design Awards 2017, gli International Design Awards, il German Design Awards e il BigSee Product Design Award, sono stati un’importante conferma di questo percorso.

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Per Radomonte sceglierei Graffiti, perché rappresenta la nostra continua volontà di sperimentare. Con questo progetto non ci siamo limitati a utilizzare l’acciaio inox AISI 316L per le sue qualità tecniche, ma abbiamo cercato di esplorarne anche il potenziale espressivo, introducendo texture incise al laser che ne trasformano la percezione.

Se Tibò racconta l’identità storica di Geda, Graffiti esprime la direzione verso cui vogliamo continuare a evolvere, ovvero innovare senza perdere di vista il design, la qualità e la cultura del progetto.

Che cosa tendono a sottovalutare progettisti e pubblico?

Credo che l’aspetto più sottovalutato sia proprio il percorso che porta alla nascita di un prodotto. Quando si osserva un rubinetto finito, è naturale soffermarsi sul design, ma dietro quell’oggetto c’è un lavoro lungo e complesso fatto di ricerca, prototipi, verifiche tecniche, modifiche, test e continui affinamenti.

Raramente la prima idea è anche quella definitiva. Ogni progetto evolve attraverso un processo di confronto tra estetica, ergonomia, funzionalità, produzione e qualità, che spesso richiede di rivedere soluzioni già considerate valide per raggiungere un risultato migliore.

È un lavoro che rimane quasi invisibile, ma è proprio lì che si costruisce la qualità di un prodotto. Credo che il valore del design non risieda soltanto nell’idea iniziale, ma nella capacità di svilupparla con rigore fino a renderla affidabile, funzionale e duratura nel tempo.

Come si traduce concretamente la sostenibilità nel vostro lavoro?

La sostenibilità è il risultato di molte scelte, non di un singolo elemento. Per questo il nostro lavoro parte dalla progettazione: sviluppare meccaniche sempre più evolute, ottimizzare le portate e utilizzare la tecnologia per ridurre il consumo d’acqua senza rinunciare a comfort e prestazioni.

Ma c’è un altro aspetto che considero altrettanto importante: la durata. Progettare un prodotto affidabile, facilmente manutenibile e destinato a rimanere efficiente nel tempo significa ridurne l’impatto complessivo e valorizzare le risorse impiegate per realizzarlo.

Credo che la sostenibilità più concreta sia proprio questa: creare prodotti pensati per essere utilizzati a lungo, consumando meno acqua e mantenendo nel tempo la qualità che li contraddistingue.

Siamo nel 2036. Come immagina GEDA e Radomonte?

Dieci anni fa probabilmente avrei risposto con molta più sicurezza. Oggi, invece, il contesto evolve con una velocità tale che immaginare il 2036 significa confrontarsi con uno scenario ricco di incognite. Le tecnologie, i materiali, le esigenze del mercato e persino il modo di abitare stanno cambiando molto più rapidamente di quanto accadesse in passato.

Più che immaginare prodotti specifici, mi piace pensare che Geda e Radomonte continueranno a essere aziende capaci di adattarsi, innovare e interpretare questi cambiamenti senza perdere la propria identità. Credo che questa sia la vera sfida dei prossimi dieci anni. Se tra dieci anni Geda e Radomonte saranno ancora riconosciute per la qualità dei loro prodotti, per la capacità di innovare e per il dialogo con il mondo dell’architettura e del progetto, vorrà dire che avremo continuato a percorrere la strada giusta.

Quando l’acqua diventa progetto

La conversazione con Stefano Macchion restituisce l’idea di un’impresa cresciuta per conferme, non per mode. E un’idea di design che non si esaurisce nella forma: prima la funzione, poi l’identità visiva, con la rubinetteria pensata fin dalle prime fasi del cantiere e non scelta a rivestimenti già posati.

È una prospettiva utile a chiunque progetti un bagno o una cucina. Per approfondire, la nostra guida ai migliori marchi di rubinetti bagno italiani racconta il panorama della rubinetteria di design, mentre l’approfondimento sull’acciaio inox nell’interior design spiega perché questo materiale stia uscendo dai confini del tecnico. Sul bagno contemporaneo, infine, le nostre tendenze bagno 2026.

Pubblicità e collaborazioni con Archi&Interiors

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