Chun’an Distillery: la fabbrica del whisky nasce dalla terra di scavo

Completata nel 2026, la distilleria di PRA sul lago Qiandao unisce produzione e visita sotto quattro tetti e trasforma 3.000 metri cubi di terreno estratto in pareti di terra battuta.

Completata nel 2026 su una penisola del lago Qiandao, nella provincia cinese dello Zhejiang, la Chun’an Distillery non prova a nascondere la propria natura industriale. La dispone, piuttosto, lungo una sequenza di corti, passaggi e volumi produttivi che rende leggibile il tempo del whisky senza trasformare la fabbrica in una scenografia. Il progetto di PRA – Project for Research and Architecture, pubblicato il 6 novembre da ArchDaily e presentato anche dallo studio, occupa 23.433 metri quadrati e riunisce la prima sede produttiva con esperienza di visita realizzata da Angus Dundee Distillers fuori dalla Scozia.

La data va precisata: l’incarico risale all’inizio del 2022, l’opera è indicata come completata nel 2026 e la notizia di questi giorni riguarda la diffusione della documentazione finale. È proprio questa lettura ravvicinata a rendere il progetto attuale. Dopo anni in cui cantine, torrefazioni e manifatture sono diventate destinazioni, Chun’an mostra che la relazione fra produzione e pubblico non si risolve con una vetrata sulla linea di lavoro. Richiede un’architettura capace di separare flussi, sicurezza e impianti, ma anche di costruire pause e orientamento.

Vista aerea della Chun’an Distillery di PRA sul lago Qiandao, con quattro grandi coperture ramate e muri in terra battuta
La Chun’an Distillery sulla penisola del lago Qiandao. Le quattro coperture seguono la linea della montagna e tengono insieme produzione e visita. Foto Fangfang Tian, courtesy PRA, via ArchDaily.

La produzione si legge camminando

Quattro coperture inclinate, rivestite in una tonalità ramata, salgono e scendono come una sola figura. Sotto, gli ambienti di produzione e quelli destinati ai visitatori non sono raccolti in due mondi autonomi: vengono collegati da corridoi esterni che si comprimono, si aprono su corti e tornano a restringersi. PRA dichiara di avere guardato alla logica spaziale dell’architettura Hui — muri chiari, falde scure, passaggi tortuosi e vuoti che contano quanto le masse — evitando però di riprodurne letteralmente il repertorio.

Il risultato più interessante non è l’immagine dei tetti, per quanto riconoscibile, ma il modo in cui il percorso impone un ritmo. La maturazione del whisky diventa qui una chiave narrativa: attesa, intervallo e trasformazione sono tradotti in distanze, soglie e scorci sul lago. È un’interpretazione dello studio, non una necessità tecnica del processo; funziona perché non cancella la complessità dell’impianto. Il progetto di processo è stato affidato a Forsyths Ltd, mentre PRA ha seguito architettura, paesaggio, interni, branding e orientamento.

Per chi progetta luoghi produttivi aperti al pubblico, il punto è concreto. L’esperienza non comincia nella tasting room, ma nel modo in cui il visitatore comprende dove si trova, quanto può avvicinarsi al lavoro e quando il paesaggio torna a prendere il sopravvento. È un tema già evidente nelle cantine italiane in cui vino e design costruiscono una destinazione; a Chun’an assume la scala di un vero complesso industriale.

Tremila metri cubi di terreno restano sul posto

Il dato materiale più rilevante è il riuso di 3.000 metri cubi di suolo proveniente dagli scavi, compattato per formare le pareti in terra battuta. La cifra è fornita dai progettisti e viene ripresa dalla documentazione pubblicata; non è accompagnata, nelle fonti consultate, da un’analisi del ciclo di vita. Non sarebbe quindi corretto trasformarla automaticamente in una certificazione di “basso impatto”. Indica però una decisione progettuale misurabile: una parte consistente della materia estratta non viene trattata come rifiuto da allontanare, ma come risorsa da qualificare in cantiere.

La consulenza per la terra battuta è di On earth studio. Le stratificazioni rimangono visibili e danno alle superfici una profondità che cambia con la luce. Accanto alla terra compaiono pietra, acciaio, calcestruzzo e coperture metalliche color rame: non un manifesto monomaterico, dunque, ma un sistema ibrido nel quale ogni materiale risponde a prestazioni e scale differenti.

Per le imprese, questa scelta porta con sé una lezione meno fotogenica e più utile. Riutilizzare il terreno di scavo richiede caratterizzazione, prove, controllo dell’umidità, formulazione dell’impasto, casseforme, protezione dall’acqua e maestranze competenti. Il valore non sta nella sola disponibilità della terra, ma nella capacità di trasformare una variabile locale in un componente affidabile. È lo stesso passaggio che separa il racconto circolare dalla pratica di capitolato.

Quando la fabbrica diventa una destinazione

Chun’an sorge in un paesaggio delicato: il lago Qiandao è un grande bacino d’acqua dolce protetto e il volume si allinea alla cresta che scende verso la riva. Le ampie falde cercano una continuità con il rilievo; corti, giardini e specchi d’acqua inseriscono il visitatore in una sequenza più lenta rispetto alla normale percorrenza di uno stabilimento. La lettura indipendente pubblicata da ONUP insiste proprio sugli spazi intermedi come idea forte del progetto.

Resta una tensione da non occultare. Rendere visitabile un impianto significa anche trasformare la produzione in comunicazione di marca. L’architettura è convincente quando questo racconto nasce da operazioni reali — i flussi, la materia, il rapporto con la topografia — e non da un rivestimento applicato a posteriori. In questo senso la Chun’an Distillery offre un caso utile a progettisti e aziende: integra l’identità nella struttura dell’esperienza, ma lascia che la fabbrica continui a dichiararsi come tale.

La sua attualità sta qui. In un momento in cui molte aziende chiedono agli edifici di produrre insieme beni, reputazione e ospitalità, PRA mostra che queste funzioni possono convivere senza essere confuse. La terra di scavo diventa muro, il tetto orienta il complesso e il percorso rende visibile il lavoro. Non basta a dimostrare da solo la sostenibilità dell’intera opera; basta, però, a spostare la discussione dalla forma iconica alla qualità delle decisioni che la sostengono.

Fonti

Pubblicità e collaborazioni con Archi&Interiors

Comments

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may also like