La Sharjah Architecture Triennial apre il 14 novembre: l’architettura è una rete civica

Dal 14 novembre, la terza Sharjah Architecture Triennial riunisce 35 partecipanti in una scuola dismessa, un mercato, un villaggio sepolto e altri luoghi dell’emirato. Il programma appena annunciato sposta l’attenzione dall’edificio isolato alle relazioni, ai rituali e alle strutture quotidiane che rendono possibile la vita collettiva.

Che cosa resta dell’architettura se, per un momento, si toglie dal centro l’edificio? La terza Sharjah Architecture Triennial parte da questa domanda e risponde con una geografia di scuole, mercati, paesaggi, film, performance e strutture temporanee. Intitolata Architecture Otherwise: Building Civic Infrastructure for Collective Futures, aprirà il 14 novembre negli Emirati Arabi Uniti e resterà visitabile fino al 14 aprile 2027. Il programma inaugurale, annunciato il 5 novembre, si svolgerà dal 14 al 19 novembre e riunirà 35 partecipanti.

La distinzione fra le date è importante: i nomi e il tema generale erano noti da luglio; la notizia recente è la definizione della settimana d’apertura, con incontri, visite, proiezioni e interventi dal vivo, seguiti il 18 e 19 novembre da una conferenza internazionale. Curata dalla scrittrice e antropologa Vyjayanthi Rao con l’associate curator Tau Tavengwa, la Triennale prova a leggere l’infrastruttura civica non soltanto come rete di trasporti, attrezzature o opere pubbliche, ma come insieme di pratiche, conoscenze e scambi che permettono a una comunità di funzionare.

Veduta panoramica della Al Qasimiyah School, sede principale della Sharjah Architecture Triennial 2026
Al Qasimiyah School, sede principale della Sharjah Architecture Triennial: una scuola degli anni Ottanta trasformata in spazio culturale. Foto Ahmed Osama, courtesy Sharjah Architecture Triennial, via Universes in Universe.

Una mostra distribuita nei luoghi che usa la città

Il programma non occupa un unico contenitore. Si distribuisce fra la Al Qasimiyah School, l’Al Jubail Vegetable Market, l’Al Madam Buried Village, lo Sharjah Museum of Islamic Civilization e altri luoghi dell’emirato; la conferenza finale sarà ospitata ad Africa Hall. La scelta non è una semplice scenografia urbana. Ogni sede porta nel progetto un uso, una memoria e una comunità già esistenti, obbligando le installazioni a confrontarsi con tempi e pubblici differenti.

La Al Qasimiyah School è il caso più chiaro. Costruita nel 1981 secondo un prototipo di Khatib & Alami diffuso in numerosi complessi scolastici degli Emirati, è organizzata attorno a corti interconnesse, percorsi coperti e aule modulari. Ventilazione trasversale, luce settentrionale e logge aperte rispondevano al clima prima che questi temi diventassero un lessico obbligato della sostenibilità. Dismessa dal Ministero dell’Istruzione, dal 2018 è la sede della Triennale, con gallerie, biblioteca, sala conferenze e uffici.

Qui il riuso non cancella la precedente identità civica dell’edificio: la prolunga. Una scuola costruita per organizzare apprendimento, ombra e incontro diventa un’istituzione culturale che continua a farlo con altri strumenti. Per chi lavora sulla trasformazione dell’esistente, il punto è concreto: la compatibilità fra vecchio e nuovo uso non dipende soltanto dalla superficie disponibile. Conta la capacità della struttura originaria di accogliere orientamento, sosta, accessibilità, ventilazione e forme diverse di presenza pubblica.

L’infrastruttura può essere un gesto, un suono, una regola condivisa

Molti progetti annunciati evitano deliberatamente la scala monumentale. Tumblespace (or What Binds Us?) di Aslıhan Demirtaş, Ali Cindoruk e Dilşad Aladağ è una struttura nomade pensata per produrre incontri temporanei; non definisce una funzione una volta per tutte, ma segue persone e movimenti. Lalla Alwyia, Khalwa, di Ziad Jamaleddine e Makram el Kadi con Iheb Guermazi e Beya Othmani, rilegge la khalwa, luogo appartato legato alla contemplazione sufi, e durante l’apertura dialogherà con la coreografia Origami Bodies di Omar Rajeh.

Anche il programma cinematografico tratta l’infrastruttura come questione sociale. The Tower: A Concrete Utopia di Filip De Boeck e Sammy Baloji osserva forme autonome di costruzione dello spazio a Kinshasa; Housing Agency: Incremental Mumbai di Cassim Shepard guarda alle pratiche incrementali nate negli insediamenti informali indiani. Sono casi diversi, ma condividono una tesi: la città non è prodotta esclusivamente da piani e professionisti. È continuamente modificata da adattamenti, economie, rituali, manutenzioni e negoziazioni quotidiane.

Per architetti e amministrazioni, questa lettura amplia il brief. Prima di disegnare un nuovo dispositivo civico occorre capire quali reti già sostengono il luogo, chi le mantiene e chi ne resta escluso. È un approccio vicino all’idea che l’architettura non sia un contenitore neutro, ma generi relazioni: la forma conta, ma conta insieme alle condizioni d’uso che rende possibili.

Che cosa implica per il progetto

La Triennale non offre un manuale e non dimostra, da sola, che un’installazione o una settimana di eventi producano effetti civici duraturi. È il limite da tenere presente. Il vero banco di prova sarà ciò che accadrà dopo l’inaugurazione: se gli spazi resteranno accessibili, se le comunità coinvolte avranno un ruolo reale e se le ricerche riusciranno a entrare nelle pratiche di progetto, gestione e decisione pubblica.

Il programma, però, mette a fuoco tre questioni professionali. La prima riguarda il sito: un mercato o una scuola non sono fondali vuoti, ma infrastrutture con regole, flussi e memorie da comprendere. La seconda riguarda il tempo: una struttura temporanea può essere civica se attiva legami replicabili, mentre un edificio permanente può fallire se non possiede risorse per funzionare. La terza riguarda l’autorialità: lavorare con conoscenze locali significa riconoscere chi produce quelle conoscenze e come viene coinvolto, non limitarsi a usarne l’immagine.

È qui che Architecture Otherwise trova la sua attualità. In una fase in cui la parola “infrastruttura” viene spesso associata alla scala e alla spesa, Sharjah la riporta alla capacità di sostenere la vita collettiva. Un percorso ombreggiato, una cucina, una radio, una forma di accoglienza o una regola condivisa possono essere piccoli elementi, ma sono ciò che trasforma lo spazio in istituzione. Per chi progetta, la domanda non è soltanto che cosa costruire. È quale relazione rendere possibile, per chi e per quanto tempo.

Fonti consultate

Pubblicità e collaborazioni con Archi&Interiors

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