The Intimacy, ALMA WATER, La Nazione delle Piante e Changing Atmosphere: quattro progetti per distinguere interno manifesto, installazione, allestimento e direzione visiva.
Interni manifesto, installazioni partecipative, allestimenti espositivi e direzione visiva: il set design comprende pratiche molto diverse, e con un progetto ciascuno Studiopepe, Sara Ricciardi Studio, Giò Forma e Specchi Studio mostrano come cambia il progetto della scena quando cambiano tempo, pubblico e responsabilità.
Una stanza può essere progettata per durare, per essere attraversata durante una mostra o per esistere dentro una fotografia. Cambiano il tempo, il pubblico e le competenze necessarie. Rimane una domanda comune: come si costruisce una relazione fra spazio, oggetti e persone?
Questa selezione riunisce Studiopepe, Sara Ricciardi Studio, Giò Forma e Specchi Studio attraverso un progetto ciascuno. L’ordine non esprime una classifica. I quattro casi sono stati scelti perché permettono di distinguere pratiche spesso raccolte sotto la parola “scenografia”: un interno manifesto, un’installazione partecipativa, un allestimento espositivo e una direzione visiva per immagini.
Non sono quattro opere dello stesso anno e non sono tutte scenografie teatrali. Il confronto riguarda il modo in cui ciascuno studio organizza l’attenzione: attraverso una sequenza domestica, il movimento del pubblico, un racconto espositivo o l’inquadratura.
Studiopepe: The Intimacy
Un interno come dichiarazione di metodo
The Intimacy è il Manifesto Project presentato da Studiopepe nel 2026, nel ventesimo anno dello studio fondato da Arianna Lelli Mami e Chiara Di Pinto. Il progetto occupa un appartamento storico in viale Abruzzi a Milano e assume l’intimità come tema di ricerca.

Lo spazio comprende arredi, opere e componenti sensoriali. La scheda ufficiale attribuisce il suono a Painé Cuadrelli e Açelya Yönaç, il progetto olfattivo a Integra Fragrances e le fotografie ad Andrea Ferrari. Questi crediti rendono leggibile una costruzione collettiva dell’ambiente, coordinata dalla visione dello studio.
Che cosa osservare
Nella veduta del salotto, la parete lignea raccoglie oggetti e opere; il camino introduce una massa chiara, mentre le sedute arrotondate definiscono un ambito di conversazione. Il carattere domestico nasce dai rapporti fra questi elementi. Nessun pezzo, isolato dal resto, può spiegare la stanza.

È questo il motivo della scelta editoriale: un interno manifesto può usare la precisione di un allestimento senza smettere di interrogare l’abitare. La sua forza non dipende dall’accumulo di oggetti riconoscibili, ma dalla costruzione di distanze, accostamenti e punti di sosta.
Il progetto mostra anche un limite della documentazione fotografica: l’immagine restituisce materia e composizione, mentre suono e profumo, parti integranti dell’ambiente, si colgono soltanto dal vivo.
Sara Ricciardi Studio: ALMA WATER, La stanza del mare
Un’installazione che viene attivata dal pubblico
ALMA WATER, presentata alla Milano Design Week 2026 per Cipnes Gallura e Regione Sardegna, nell’ambito di Sardegna Blu Design, costruisce un ambiente ispirato al mare. La scheda dello studio documenta il contributo dell’ingegnere Alberto Sanna e indica Amir Farzad e Sofia Brogi nei crediti fotografici.
Grandi elementi tessili in seta si muovono con l’aria. I visitatori possono azionare strumenti, descritti come tamburi del mare, contribuendo alla componente sonora. La mappa ufficiale del distretto 5VIE colloca il progetto alle Cavallerizze, in via Olona a Milano.
Che cosa cambia rispetto a un fondale
Il punto decisivo è l’azione richiesta a chi entra. Un fondale può rimanere compiuto senza la presenza del pubblico; un’installazione partecipativa prevede invece che il comportamento delle persone faccia parte della sua forma nel tempo.
Per leggere questo lavoro scegliamo dunque tre verbi: attraversare, muovere, ascoltare. Descrivono differenti possibilità di relazione con l’opera e aiutano a distinguere un ambiente esperienziale da una scenografia pensata soltanto per essere fotografata.
La componente sonora apre inoltre un campo di collaborazione specifico. Nel nostro approfondimento sul sound design come progetto dello spazio affrontiamo proprio il passaggio dal suono di accompagnamento al suono che partecipa alla costruzione di un luogo.
Giò Forma: La Nazione delle Piante
L’allestimento come struttura del racconto
Per La Nazione delle Piante, mostra alla Triennale di Milano nel 2019, Giò Forma firma l’exhibit design. La curatela è di Stefano Mancuso; la scheda dello studio distingue inoltre la supervisione artistica di Marco Balich, la produzione esecutiva di FeelRouge Worldwide Shows, la collaborazione di Blue Joint Film e il content design di Mauro Belloni.
Questa distinzione delle responsabilità è parte della lettura del progetto. L’allestimento organizza la dimensione spaziale di un racconto espositivo, mentre curatela, contenuti e produzione conservano ruoli propri. Attribuire l’intera mostra a un solo autore cancellerebbe il processo che la rende possibile.
Dare forma a una sequenza di attenzione
La documentazione presenta un percorso immersivo con contenuti multimediali dedicato al mondo vegetale. Per la nostra selezione conta il passaggio dal tema alla sua esperienza nello spazio: come si introduce un argomento, dove si concentra l’attenzione, come si accompagna una successione di contenuti.
È un campo differente dall’interno domestico. La mostra deve sostenere una visita e un ordine di lettura, pur lasciando al pubblico tempi e interessi diversi. Il progetto espositivo rende percepibile questa struttura, senza coincidere con il lavoro scientifico della curatela.
Il caso del 2019 rimane utile proprio perché sposta la selezione oltre una raccolta di novità. Permette di discutere un metodo: costruire una scena significa anche decidere come una conoscenza diventa accessibile a chi la attraversa.
Specchi Studio: Changing Atmosphere
Art direction e styling per un’identità visiva
Nel portfolio di Specchi Studio, Changing Atmosphere è presentato come un lavoro di art direction e styling per una nuova identità. La committenza è Changing Atmosphere; le fotografie sono attribuite ad Alberto Rizzieri. La pagina non indica l’anno del progetto.
La precisione dei ruoli evita un equivoco frequente. Curare direzione visiva e styling di un servizio non significa necessariamente aver progettato l’architettura o gli arredi che compaiono nelle immagini. La scheda pubblica consente di attribuire il lavoro documentato, senza estendere arbitrariamente il credito.
Lo spazio letto attraverso l’immagine
Qui il punto d’arrivo è una rappresentazione coordinata. La scelta di un’inquadratura, la presenza o l’assenza di un oggetto e il rapporto fra superfici possono cambiare il modo in cui viene percepita un’identità. Il progetto dell’immagine richiede quindi una lettura dello spazio, anche quando non comporta la costruzione di un nuovo ambiente.
Questo caso completa il confronto perché porta l’attenzione sul confine fra ciò che esiste e ciò che viene mostrato. È una distinzione da mantenere anche nel racconto editoriale: una fotografia non dimostra da sola chi abbia progettato ogni elemento visibile.
Il rapporto con i fotografi di architettura e interni diventa così parte del processo, con responsabilità e autorialità da rendere esplicite nei crediti.
Set design e interni: quattro pratiche, quattro tempi dello spazio
The Intimacy permette di leggere una composizione domestica; ALMA WATER chiama in causa il gesto del visitatore; La Nazione delle Piante organizza un percorso di conoscenza; Changing Atmosphere lavora sulla coerenza dell’immagine. Riunirli serve a osservare le differenze, senza appiattirle sotto una definizione professionale unica.
Per chi commissiona un progetto, questa chiarezza ha conseguenze pratiche. Prima di scegliere uno studio, conviene definire che cosa deve esistere alla fine del lavoro: uno spazio da vivere, un evento da attraversare, una mostra da leggere o una serie di immagini da pubblicare.
La scena acquista precisione quando il risultato, il pubblico e i ruoli sono riconoscibili. Dietro un ambiente convincente c’è una sequenza di decisioni; raccontarle permette di guardare oltre l’effetto immediato e di riconoscere le competenze che lo hanno costruito.

