Intervista allo studio Set Architects: “L’architettura non è un contenitore neutro, ma genera relazioni”

Intervista allo studio Set Architects: “L’architettura non è un contenitore neutro, ma genera relazioni”

Fondato a Roma nel 2015, Set Architects è lo studio guidato dagli architetti Onorato di Manno e Andrea Tanci, una delle realtà più riconoscibili della nuova scena architettonica italiana. Il loro lavoro attraversa architettura, spazio pubblico, interni, installazioni, ricerca e didattica, costruendo una traiettoria progettuale in cui essenzialità, responsabilità civile e precisione spaziale diventano strumenti per leggere il presente.

Dalla vittoria del concorso per il Memoriale della Shoah di Bologna ai progetti per scuole, spazi collettivi e dispositivi urbani, Set Architects ha definito nel tempo una pratica capace di muoversi tra scale diverse con una voce chiara: misurata, radicale, sensibile al contesto e alle forme di vita che attraversano i luoghi. Al centro del loro approccio c’è l’idea di una “critical synthesis”, una sintesi critica che seleziona, riduce, mette a fuoco, fino a trasformare la complessità del programma in architetture leggibili e necessarie.

Dopo aver inserito lo studio nella nostra selezione dedicata ai giovani architetti e studi italiani da seguire, abbiamo scelto di approfondirne il percorso attraverso un dialogo più ampio. In questa intervista, Set Architects racconta il proprio modo di intendere il progetto: la scuola come infrastruttura civica, la memoria come esperienza spaziale, l’abitare come campo flessibile e identitario, e l’architettura come dispositivo culturale capace di generare relazioni.

Set Architects: intervista sul progetto come spazio di relazione

Set Architects intervista sul progetto come spazio di relazione
Bologna Shoah Memorial 01 © Simone Bossi

Oggi Set Architects sembra occupare una posizione piuttosto rara: uno studio che lavora sull’essenzialità senza trasformarla in stile, e che attraversa memoriali, scuole, interni, installazioni e programmi pubblici mantenendo una voce riconoscibile. Come definireste, in questo momento, il vostro posizionamento dentro il panorama architettonico contemporaneo?

Ci riconosciamo in una posizione consapevolmente attenta alle dinamiche di trasformazione contemporanee, alle loro implicazioni sociali e politiche, e al tempo stesso aperta alla sperimentazione e alla collaborazione. Lavoriamo sull’essenzialità non come riduzione stilistica, ma come strumento critico, un modo per interrogare ogni progetto e avvicinarci a ciò che è realmente necessario.

Ci interessa costruire architetture leggibili, capaci di durare nel tempo e di adattarsi, seguendo un linguaggio coerente ma al tempo stesso capace di rispondere, di volta in volta, alle specifiche esigenze della committenza e alle condizioni culturali e sociali del luogo. Più che uno stile, ricerchiamo una coerenza di attitudine: manteniamo una linea di lavoro autonoma ma aperta, capace di accogliere stimoli esterni, anche da altre discipline, e di tradurli in progetto. In questo senso, il nostro posizionamento è trasversale e attraversa scale e ambiti diversi, dallo spazio domestico a quello pubblico, cercando ogni volta di mettere a fuoco l’essenziale in relazione al contesto, agli usi e alle forme di vita che lo abitano.

Una parte importante del vostro percorso si è formata attraverso concorsi, occasioni pubbliche e progetti in cui la qualità del disegno doveva misurarsi subito con un’idea di responsabilità civile. Che cosa vi ha insegnato quella traiettoria iniziale sul rapporto tra ambizione architettonica, realtà del contesto e costruzione di un’identità di studio?

Set Architects intervista
Bologna Shoah Memorial © Simone Bossi

I concorsi e i progetti pubblici sono stati per noi un terreno di formazione decisivo, perché ci hanno insegnato fin dall’inizio a misurare la nostra ricerca architettonica con le esigenze di una comunità reale. In quel contesto il progetto non è mai solo un esercizio di forma, ma una presa di posizione rispetto a un contesto sociale, politico e culturale, con cui è necessario confrontarsi in modo chiaro e responsabile.

Questa traiettoria iniziale ci ha portato a costruire un’identità non autoreferenziale, ma fondata su un’idea di responsabilità. Abbiamo imparato a considerare l’architettura come una forma di servizio pubblico, anche quando si confronta con scale e programmi diversi, mantenendo una tensione costante tra qualità del disegno, fattibilità e capacità di incidere concretamente sui luoghi e sulle comunità.

Nel vostro lessico torna una formula molto precisa: “critical synthesis”. È un’espressione che suggerisce selezione, rigore, ma anche presa di posizione. Nel lavoro quotidiano di progetto, che cosa significa per voi sintetizzare criticamente un programma complesso senza impoverirlo, e dove si gioca il confine tra riduzione e precisione?

Per noi “critical synthesis” è prima di tutto un processo di selezione attiva. Sintetizzare non significa semplificare, ma assumersi la responsabilità di scegliere cosa è essenziale e cosa no. Il confine tra riduzione e precisione è molto sottile: lo attraversiamo cercando di non perdere mai la complessità del programma, ma di restituirla in una forma chiara, leggibile, quasi assoluta e inevitabile.

Nel 2025 avete ridefinito anche la vostra identità visiva attorno a un’idea di linguaggio “essential, archetypal, non-generic”. Quanto conta, per uno studio come il vostro, il modo in cui ci si rappresenta pubblicamente? E quanto la forma del racconto — immagini, impaginazione, allestimento, presenza editoriale — fa ormai parte del progetto stesso?

Conta molto, perché il racconto è ormai parte integrante del progetto. Non si tratta di costruire un’immagine, ma di costruire una coerenza tra ciò che si progetta e il modo in cui lo si comunica, evitando che rappresentazione e lavoro prendano direzioni divergenti.

In questo senso, lo “storytelling” diventa un’estensione del progetto stesso. Anche le collaborazioni con fotografi, grafici, editor, uffici stampa e altre figure creative contribuiscono a definire e chiarire l’identità dello studio. Lo scorso anno, ad esempio, abbiamo scelto di lavorare con Bahut, con cui sentivamo una forte affinità di visione, per ripensare la nostra identità visiva e il sito, accompagnando l’evoluzione del nostro percorso. Anche in questo caso abbiamo cercato un processo di sottrazione, eliminando elementi superflui, come le maiuscole, per arrivare a una forma più essenziale e diretta.

Allo stesso tempo, restiamo consapevoli che il racconto non sostituisce il progetto: può chiarirlo, rafforzarlo, renderlo più accessibile, ma ciò che davvero ci rappresenta, sono ovviamente i progetti stessi.

Nei vostri progetti per la scuola — da Sassa a Biassono, passando per Mazzini — l’edificio educativo non è mai pensato come contenitore chiuso, ma come centro civico, paesaggio di relazioni, infrastruttura aperta alla comunità. Che cosa vi permette di sperimentare la scuola che altri programmi, oggi, non vi permettono ancora?

Set Architects intervista sul progetto critical synthesis
Scuola Primaria nel Chianti © Set Architects

L’edificio scolastico è uno dei pochi programmi in cui è ancora possibile lavorare su un’idea ampia di spazio pubblico. È un luogo in cui architettura, pedagogia e comunità si incontrano. Questo ci consente di immaginare edifici che non siano solo contenitori funzionali, ma infrastrutture civiche, capaci di generare relazioni e senso di appartenenza.

Molti parlano di scuola come presidio sociale, ma nei vostri progetti questa idea prende corpo attraverso corti, agorà, giardini, biblioteche, palestre, spazi modulari e usi extra-scolastici reali. Quali condizioni progettuali, ma anche culturali e politiche, devono esistere perché questa apertura non resti un buon racconto e diventi davvero uso quotidiano?

Servono condizioni progettuali, ma anche culturali e politiche. L’architettura può predisporre spazi flessibili, accessibili, accoglienti, ma è fondamentale che esista una visione condivisa della scuola come bene comune. Senza questa consapevolezza, il rischio è che l’apertura resti solo potenziale.

Nel Bologna Shoah Memorial la forza del progetto nasce proprio dal rifiuto dell’enfasi: il Cor-Ten, il passaggio che si restringe, la dimensione fisica dell’attraversamento, la memoria affidata alla misura più che al gesto. Come si affronta un progetto in cui il rischio della retorica è altissimo e dove invece tutto deve reggersi sulla precisione spaziale?

Bologna Shoah Memorial © Simone Bossi
Bologna Shoah Memorial © Simone Bossi

In progetti così sensibili, ogni gesto in più rischia di diventare eccesso. Abbiamo lavorato per sottrazione, cercando di togliere tutto ciò che non fosse strettamente necessario e affidando il progetto alla costruzione dello spazio, dell’esperienza fisica e l’espressione dei materiali.

In questo caso la memoria non è affidata a un simbolo esplicito, ma a una condizione: un attraversamento, una progressiva compressione, una percezione che si attiva nel corpo prima ancora che nello sguardo. Lavorare sulle emozioni del visitatore significa costruire una sequenza spaziale capace di essere precisa, misurata, ma allo stesso tempo intensa, senza mai ricorrere a effetti retorici.

Il rischio della retorica si affronta proprio così, mantenendo una tensione costante verso l’essenzialità e lasciando che sia lo spazio, nella sua misura e nella sua materia, a sostenere il significato.

Tra Press Box, Skyframe e Casa Platform Roma ritorna una vostra attitudine molto specifica: immaginare l’architettura come dispositivo che attiva conversazioni, sguardi, comportamenti, perfino forme di editoria o di incontro. Quanto vi interessa progettare spazi che non si limitano a ospitare qualcosa, ma costruiscono una scena pubblica e rendono quel contenuto più leggibile, più condivisibile, più vivo?

Casa Platform Roma © Omar Golli
Casa Platform Roma © Omar Golli

Ci interessa che l’architettura non sia un contenitore neutro, ma capace di generare comportamenti, incontri, narrazioni. In questo senso, ogni progetto è anche un dispositivo culturale: costruisce una scena pubblica e rende più leggibili e condivisibili i contenuti che ospita.

In lavori come Press Box, Skyframe o Casa Platform Roma, lo spazio non si limita ad accogliere un programma, ma lo amplifica, lo mette in relazione, lo rende visibile. Ci interessa progettare condizioni che attivino sguardi e forme di partecipazione, in cui l’architettura diventa una struttura aperta, capace di ospitare usi imprevisti e di evolvere nel tempo.

Questo implica lavorare non solo sulla forma, ma sulle relazioni. È in questa dimensione che l’architettura può diventare uno strumento attivo, capace di produrre significato e di costruire nuove possibilità di condivisione.

Nei vostri interni più riusciti — penso a House for a Graphic Designer o a House with steel furniture — la qualità non deriva mai dall’accumulo, ma da poche mosse radicali: un nucleo centrale, varchi a tutta altezza, flessibilità d’uso, materia controllata, luce. Quali bisogni dell’abitare vi sembrano oggi più urgenti, e quali invece ancora sorprendentemente trascurati?

In un progetto di interni riteniamo che uno dei bisogni più urgenti sia flessibilità reale, non solo dichiarata. La capacità degli spazi di adattarsi nel tempo a usi diversi. Oggi le nostre abitazioni si stano trasformando sempre di in più dispositivi multifunzionali dove si può vivere, lavorare, incontrare persone, e questo ha portato alla perdita di significato della stanza e dell’arredo in quanto posso lavorare sul letto, mangiare sul divano e connettermi con il resto del mondo dal mio cellulare. Per quanto riguarda più strettamente temi spaziali sicuramente la qualità della luce naturale, dei materiali, dell’atmosfera generale degli ambienti. Sono aspetti spesso considerati secondari, ma che in realtà incidono profondamente sulla qualità della vita quotidiana.

Oggi chiediamo spesso agli spazi non solo di funzionare, ma anche di raccontare chi siamo, o almeno chi vorremmo essere. Questa domanda di rappresentazione vi sembra una deriva narcisistica del presente oppure una questione legittima con cui il progetto deve imparare a confrontarsi? E in che modo cambia il vostro lavoro quando l’identità di chi abita diventa parte esplicita del brief?

È una questione legittima, ma delicata. L’architettura deve saper accogliere l’identità di chi abita senza diventare pura espressione individuale. Il nostro lavoro è trovare un equilibrio tra riconoscibilità e apertura, tra specificità e possibilità.

Guardando l’architettura contemporanea, quali tendenze vi sembrano davvero fertili oggi — non solo come immagine, ma come possibilità concreta di migliorare il modo in cui viviamo gli spazi — e quali, invece, vi convincono molto meno?

Ci interessano le ricerche che lavorano sulla comprensione delle esigenze della contemporaneità per immaginare nuove soluzioni e significati, ridefinire canoni estetici e che sappiano valorizzare l’unicità e l’autorialità del pensiero. Sulla sostenibilità intesa non come tecnologia ma come comprensione delle caratteristiche di un luogo per immaginarle come risorse. Ci interessano meno le pratiche che seguono codici già definiti cavalcando la tendenza del momento senza apportare un contributo personale alla disciplina.

Il vostro lavoro tiene insieme architettura, ricerca, installazione, editoria, insegnamento. Esiste un architetto — o anche una figura che non viene strettamente dal campo dell’architettura — a cui vi ispirate perché vi aiuta ancora a leggere meglio il presente? E che cosa, precisamente, vi offre quel riferimento?

Più che a una figura unica, ci interessa un insieme di riferimenti, spesso anche esterni all’architettura, che attraversano diversi ambiti del pensiero e della produzione culturale, dalla letteratura alla musica fino alla moda. Sono sguardi che ci aiutano a mantenere una posizione aperta e a leggere il progetto come parte di un campo culturale più ampio, evitando una visione autoreferenziale della disciplina.

All’interno dell’architettura i riferimenti sono molti e richiederebbero uno spazio dedicato. Sicuramente guardiamo molto i maestri del Novecento, tra gli altri, Le Corbusier, per la sua capacità di ridefinire radicalmente codici e linguaggi, e Ludwig Mies van der Rohe, per l’eleganza e la precisione delle sue soluzioni. Tra i riferimenti italiani, pur essendo numerosi, sentiamo una particolare vicinanza a Luigi Moretti, figura complessa e trasversale, capace di muoversi tra progetto e ricerca con grande libertà, producendo innovazione in più campi.

Più che modelli da seguire, questi riferimenti rappresentano per noi strumenti critici, modi diversi di guardare alla realtà e al progetto, che continuano a offrire prospettive utili per interpretare il presente.

Se poteste scegliere un’opera di architettura già esistente e dire “avremmo voluto progettarla noi”, quale sarebbe? Non tanto per affinità di linguaggio, ma per intensità, coraggio o precisione dell’idea.

Più che un’opera specifica, siamo attratti da quei progetti in cui l’idea è allo stesso tempo radicale e inevitabile, architetture in cui tutto sembra necessario e nulla potrebbe essere diverso.

Un’opera che incarna con chiarezza questa condizione è la Neue Nationalgalerie di Ludwig Mies van der Rohe, dove ogni elemento è esatto e partecipa a un equilibrio estremamente preciso tra composizione, proporzioni, soluzioni costruttive e dettaglio.

Neue Nationalgalerie di Ludwig Mies van der Rohe
Neue Nationalgalerie di Ludwig Mies van der Rohe

È un progetto in cui la riduzione non è mai impoverimento, ma coincide con una forma di precisione assoluta, in cui struttura, spazio e forma dialogano in modo armonico e assoluto tra loro.

Tra i progetti che avete realizzato, qual è quello a cui vi sentite più legati oggi? Non necessariamente il più noto, ma quello in cui pensate che il vostro modo di fare architettura si sia espresso con maggiore verità.

Skyframe © Simone Bossi
Skyframe © Simone Bossi

Tra i progetti realizzati, oggi ci sentiamo particolarmente legati a Polo Sassa, perché rappresenta un edificio per la comunità nato in un contesto fragile, segnato dal sisma del 2009. In quel caso l’architettura ha assunto un ruolo diretto nella costruzione di uno spazio pubblico, non solo come risposta funzionale, ma come occasione per restituire identità e possibilità d’uso condiviso a un luogo.

Allo stesso tempo, Skyframe rappresenta un altro momento significativo del nostro percorso, per la sua capacità di agire in modo più leggero ma altrettanto incisivo. Si tratta di un dispositivo urbano che trasforma uno spazio pubblico residuo in uno spazio aperto alla collettività, attivando nuove relazioni e nuovi modi di abitare un contesto esistente.

Sono due progetti molto diversi per scala e natura, ma che riflettono in modo complementare il nostro modo di lavorare, inteso come costruzione di condizioni capaci di attivare lo spazio pubblico e le forme di vita che lo attraversano.

Nei lavori più recenti si avverte un allargamento del campo: housing sociale, hub di ricerca, nuove scuole, programmi complessi dove flessibilità, inclusione e uso collettivo sembrano diventare ancora più centrali. Che cosa conta davvero, per voi, nel progetto di oggi? E verso quali territori sentite che Set Architects debba spingersi nel prossimo futuro?

Oggi sentiamo l’urgenza di lavorare su contesti in cui l’architettura possa contribuire in modo concreto alla costruzione di valore condiviso. Ci interessa immaginare spazi per la comunità in cui il progetto non si esaurisca nella forma, ma attivi relazioni, usi e possibilità, indipendentemente dalla scala dell’intervento.

Più che definire un linguaggio, vogliamo concentrarci sul significato delle opere, sulla loro capacità di incidere nei contesti e di restituire qualità ai luoghi e alle vite che li attraversano. In questo senso, crediamo che l’architettura debba tornare a essere uno strumento di trasformazione sociale e culturale, capace di migliorare in modo tangibile la vita delle persone. È su questo terreno che intendiamo continuare a lavorare.

Scorri la gallery completa dei progetti di Set Architects e approfondisci il lavoro di una delle realtà italiane che stanno contribuendo a ridefinire il linguaggio dell’architettura contemporanea.

House for a Couple © Simone Bossi
House of Traces © Simone Bossi
House with Steel Furniture © Daniele Criscenzo
Mediterranean House © Simone Bossi
Studio Set © Set Atchitects
Teatro Didattico © Set Architects
Via Latina Apt © Lorenzo Zandri
Casa Platform Venezia 01 © Marco Cappelletti
Casa Platform Venezia 02 © Marco Cappelletti
Florim ALBUM Installazione Design Week ©Simone Bossi
LICAM Liceo Artistico e Musicale © Set Architects
mediterranean House 02 © Simone Bossi
PRESS BOX © Marco Cappelletti

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