Prima la materia, poi il colore, infine la forma. Roberta Vecci, Novacolor: «La superficie non è ciò che riveste l’architettura: è ciò che la rende percepibile»

Roberta Vecci racconta la visione Novacolor: superfici, luce, ricerca e gesto dell’applicatore. Una conversazione sul modo in cui la materia costruisce la percezione degli interni.

La materia viene prima. Prima del colore, prima della forma, prima ancora che uno spazio abbia trovato la propria immagine definitiva. È sulla superficie che la luce incontra l’architettura, che una tonalità acquista profondità, che un volume cambia presenza. E che una parete smette di essere semplicemente un limite.

È da questa idea del progetto che prende forma la conversazione di Archi&Interiors con Roberta Vecci, International Marketing Director di San Marco Group. Entrare nella visione di Novacolor significa infatti interrogarsi su ciò che accade molto prima della scelta di una finitura: sul rapporto tra materia e luce, sulla costruzione del colore, sulla texture come strumento percettivo e sul gesto dell’applicatore, capace di trasformare una formulazione in una superficie ogni volta diversa.

Il colore, in questa prospettiva, non arriva a progetto concluso. Non serve semplicemente a caratterizzare uno spazio già definito. Cambia la percezione delle distanze, interviene sui volumi, assorbe o restituisce la luce, stabilisce relazioni con gli altri materiali. Diventa una decisione architettonica.

Ed è proprio qui che il pensiero di Novacolor acquista maggiore interesse: nel riportare la superficie all’origine del progetto. Non più pelle finale dell’architettura, ma elemento capace di concorrere alla sua identità fin dalle prime scelte.

Significa sostituire alla domanda «quale finitura scegliamo?» interrogativi molto più profondi: quale luce dovrà abitare questo spazio? Che rapporto dovrà esistere tra le superfici? Quanto dovrà essere presente la materia? Come cambierà il colore nelle diverse ore del giorno? È in questo passaggio che decorazione e progetto smettono di appartenere a territori separati.

Con Roberta Vecci abbiamo parlato di ricerca e cultura della materia, del rapporto tra industria e artigianalità, del ruolo di architetti e interior designer e di quello, altrettanto decisivo, degli applicatori. Di calce, argilla e superfici continue; di prestazione, sostenibilità e tempo. Ma soprattutto di una possibilità: cominciare a pensare l’architettura non dalla forma che avrà, ma dalla materia attraverso cui verrà percepita.

Intervista a Roberta Vecci, Novacolor: materia, colore e il futuro della superficie

Da dove nasce la visione della superficie come parte viva dell’architettura?

Per molti anni la superficie è stata considerata l’ultimo passaggio del progetto: qualcosa che completava un’architettura già definita. Oggi accade l’opposto. La superficie contribuisce a costruire lo spazio, ne modifica la percezione, dialoga con la luce, influenza il comfort e persino il modo in cui le persone vivono un ambiente. Credo che la contemporaneità di Novacolor risieda proprio in questo cambio di prospettiva.

Non produciamo semplicemente finiture decorative e rivestimenti tridimensionali, ma strumenti progettuali che permettono ad architetti e designer di costruire atmosfere, identità ed emozioni attraverso la materia.

Radiance della Novacolor Signature Collection 2026, superficie materica dorata
Radiance della Novacolor Signature Collection 2026. Fotografia Matteo Imbriani; direzione creativa Freedot; styling Studio Salaris.

Quanto è cambiato il ruolo della superficie nell’interior design?

È cambiato radicalmente. Oggi non esistono più elementi protagonisti e sfondo: pareti, pavimenti, soffitti, arredi e luce partecipano tutti alla costruzione dell’esperienza dello spazio. La superficie è diventata un linguaggio progettuale. Attraverso texture, riflessi, profondità e continuità si può ampliare uno spazio, renderlo più accogliente, più silenzioso, più naturale o più sofisticato. È un materiale di progetto tanto quanto il legno, la pietra o il vetro.

Come si racconta una materia che chiede prima di tutto di essere vissuta?

Ogni superficie ha una propria personalità, ma si rivela solo entrando in relazione con ciò che la circonda: la luce, il volume, i materiali vicini e persino il movimento delle persone. Per questo diffidiamo dell’idea che una fotografia possa esaurire il racconto di una finitura. Le immagini sono un invito, non una dimostrazione.

La vera comunicazione inizia quando la materia viene osservata da vicino, toccata e vissuta nello spazio per cui è stata progettata.

Interlude Novacolor Signature Collection 2026, parete decorativa tridimensionale bianca
Interlude Novacolor Signature Collection 2026. Fotografia Matteo Imbriani; direzione creativa Freedot; styling Studio Salaris.

Approfondimento redazionale. La presentazione ufficiale di The Light Between identifica Radiance, Interlude e Weave nella Signature Collection 2026 e attribuisce gli scatti a Matteo Imbriani, con direzione creativa Freedot e styling Studio Salaris.

Ricerca e dialogo con i progettisti

Quanto è importante comunicare anche la ricerca che precede il risultato estetico?

È fondamentale. L’estetica è la parte visibile di un lavoro molto più profondo. Dietro ogni superficie esistono ricerca sui materiali, studio della formulazione, sostenibilità, test applicativi, compatibilità con i cantieri, durabilità e qualità dell’aria indoor. Credo che oggi il vero lusso non sia soltanto la bellezza, ma la consapevolezza del progetto.

Come dialoga l’identità italiana con mercati così diversi?

L’italianità non è uno stile da esportare. È un modo di progettare fatto di cultura della materia, attenzione ai dettagli e sensibilità per la luce.

Questo linguaggio è sorprendentemente universale perché ogni cultura interpreta la materia in modo diverso. Noi non imponiamo un’estetica italiana: offriamo strumenti che ogni architetto può reinterpretare secondo la propria identità.

Che ruolo hanno oggi i progettisti nello sviluppo di Novacolor?

Sempre più centrale. Le innovazioni migliori nascono dall’ascolto dei progettisti. Sono loro a raccontarci come stanno cambiando gli spazi, quali sono le nuove esigenze dei cantieri e quali prestazioni servono realmente. Per questo consideriamo architetti e interior designer partner di ricerca, non semplicemente clienti.

Quali sono oggi le richieste più interessanti?

Tutte quelle che cercano libertà progettuale. Si chiede continuità tra superfici, colori personalizzati, materie naturali, bassi spessori, qualità dell’aria, resistenza e facilità di manutenzione. Ma soprattutto cresce il desiderio di avere superfici uniche, non standardizzate.

Weave Novacolor Signature Collection 2026, superficie decorativa verde
Weave Novacolor Signature Collection 2026. Fotografia Matteo Imbriani; direzione creativa Freedot; styling Studio Salaris.

Quando dovrebbe entrare la superficie nel processo progettuale?

Molto prima di quanto accada oggi. La superficie influenza la luce, le proporzioni, il colore degli arredi e persino il comfort percettivo dello spazio. Se viene scelta alla fine, diventa un rivestimento. Se entra fin dall’inizio, diventa architettura.

Il gesto dell’applicatore e la nascita di una finitura

Quanto conta il ruolo dell’applicatore?

È fondamentale. La tecnologia ci permette di sviluppare materiali sempre più performanti, ma il gesto dell’applicatore resta insostituibile. È lui che interpreta il progetto e trasforma una formulazione industriale in una superficie irripetibile.

In Novacolor, innovazione industriale e cultura artigianale non sono alternative: sono complementari.

Da dove nasce una nuova finitura?

Non esiste una regola. A volte nasce da un’esigenza tecnica, altre dall’osservazione dell’architettura contemporanea, altre ancora da un materiale naturale che ci incuriosisce. Quasi sempre, però, nasce da una domanda: «Come cambieranno gli spazi tra cinque o dieci anni?»

Cosa racconta Wall2Floor?

Racconta il desiderio di vivere spazi più fluidi. Le persone cercano continuità visiva, meno interruzioni, ambienti più essenziali e coerenti. Wall2Floor non è soltanto un sistema tecnico: rappresenta un nuovo modo di concepire lo spazio come un’unica superficie continua.

Perché Marmorino KS è diventato un classico?

Perché non segue una moda. Ha una qualità che appartiene ai materiali autentici: invecchia bene.

Le superfici che durano nel tempo non sono quelle più appariscenti, ma quelle che continuano a dialogare con la luce e con l’architettura senza stancare.

Interno contemporaneo con finitura Marmorino KS di Novacolor
Interno contemporaneo con finitura Marmorino KS di Novacolor

Come evitare che la memoria materica diventi nostalgia?

Lavorando sulla contemporaneità. Non riproduciamo il passato.

Prendiamo materiali antichi come la calce, il cocciopesto e l’argilla e li rileggiamo attraverso prestazioni, tecnologie e linguaggi contemporanei. La tradizione diventa così innovazione.

Luce, colore e continuità dello spazio

Perché il rame nel progetto Copper Motion?

Perché il rame è vivo. È un materiale che cambia continuamente, reagisce all’ambiente, alla luce, al tempo. Ci interessa proprio questa capacità di trasformazione perché rende la superficie dinamica, mai identica a sé stessa.

Scala curva con finiture metalliche Ironic e Archi+ Concrete di Novacolor
Scala curva con finiture metalliche Ironic e Archi+ Concrete di Novacolor

Prestazione e percezione possono convivere?

Devono convivere. Per anni il mercato ha separato il mondo tecnico da quello estetico. Oggi il progetto richiede entrambe le cose. La superficie contemporanea deve essere bella, resistente, sostenibile e semplice da utilizzare. Non sono qualità alternative, ma parti dello stesso progetto.

Per distinguere visione e prestazioni. I riferimenti al comfort e alla sostenibilità nelle risposte non equivalgono a una certificazione generale dei prodotti. Resistenza, pulizia, qualità dell’aria e risultati acustici vanno riferiti a documenti, supporti e cicli specifici. La nostra guida alle pitture per interni spiega come leggere alcuni di questi parametri.

Come cambia il rapporto tra interno ed esterno?

Sta quasi scomparendo. L’architettura contemporanea cerca continuità tra edificio e paesaggio. Anche le superfici seguono questa evoluzione, diventando strumenti capaci di accompagnare il progetto oltre il limite della facciata.

Architettura con superfici Concrete by Novacolor e continuità tra interno ed esterno
Architettura con superfici Concrete by Novacolor e continuità tra interno ed esterno

Come si progetta il colore?

Il colore non è mai indipendente dalla materia. La stessa tinta cambia completamente su una superficie liscia, minerale, opaca o metallizzata. Per questo progettiamo sempre materia, texture, luce e colore insieme. Sono quattro elementi inseparabili.

Sostenibilità e prospettive

Come rendere utile la sostenibilità?

Attraverso dati verificabili. Certificazioni ambientali, qualità dell’aria indoor, biomasse, LCA, EPD e trasparenza diventano strumenti concreti che aiutano progettisti e committenza a prendere decisioni consapevoli. La sostenibilità è credibile solo quando può essere misurata.

Quale prodotto rappresenta meglio Novacolor?

Probabilmente CalceCruda. Perché sintetizza molti dei valori che ci rappresentano: materia naturale, ricerca contemporanea, qualità dell’aria indoor, estetica sofisticata e capacità di dialogare con l’architettura.

Se dovessi citare un prodotto forse meno celebrato, direi Archi+ Argilla. Credo rappresenti perfettamente il ritorno dell’argilla come materiale del futuro e non del passato.

Cosa viene sottovalutato del vostro lavoro?

Il tempo. Dietro una nuova superficie esistono mesi, spesso anni, di ricerca, prove applicative, confronti con gli artigiani, errori, modifiche e test. La semplicità che si vede alla fine è quasi sempre il risultato di una complessità invisibile.

Siamo nel 2036. Come immagina Novacolor?

Mi piacerebbe che Novacolor fosse riconosciuta non semplicemente come un produttore di superfici, ma come un punto di riferimento della cultura della superficie.

Vorrei che architetti e interior designer iniziassero i loro progetti pensando prima alla materia, poi al colore e infine alla forma, perché la superficie non è ciò che riveste l’architettura: è ciò che la rende percepibile.

E mi piacerebbe che tutti noi imparassimo a vedere le pareti non come fondali neutri, ma come elementi vivi, capaci di influenzare il benessere, la luce, le emozioni e il modo stesso di abitare gli spazi.

Quando il colore viene prima

Forse il punto non è più chiedersi quale colore scegliere per uno spazio. Ma quanto spazio possa nascere da un colore.

È una distinzione sottile, eppure cambia tutto. Significa smettere di pensare alla superficie come alla pelle finale dell’architettura e cominciare a considerarla tra le sue condizioni originarie: qualcosa che precede l’atmosfera, orienta la luce, altera le distanze, suggerisce una temperatura e determina il modo in cui un volume verrà percepito.

La conversazione con Roberta Vecci conduce precisamente qui. A un progetto in cui materia, texture e colore non arrivano quando tutto è già stato deciso, ma partecipano alla decisione. E forse la provocazione più interessante lasciata da Novacolor è proprio questa: il colore più importante di un progetto potrebbe essere quello scelto prima ancora di sapere come sarà lo spazio.

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