Case, hotel e spazi di ricerca: la selezione 2026 di Archi&Interiors racconta Milano attraverso materiali, recuperi e nuove idee dell’abitare.
In copertina: The Intimacy — Studiopepe. Foto: © Andrea Ferrari.
Case private, hotel, ristoranti e spazi di ricerca. Una lettura della Milano contemporanea attraverso interni che danno forma a nuovi modi di abitare, lavorare e incontrarsi.
A Milano, una parte importante dell’architettura si scopre soltanto dopo aver varcato una porta. È nei salotti, negli ingressi e nelle scale dei palazzi che il progetto mostra spesso la sua precisione: una sequenza di stanze, una libreria che organizza il soggiorno, la maniglia pensata insieme alla porta. La lezione di Portaluppi, Ponti, Caccia Dominioni e Magistretti continua a essere un riferimento perché considera l’interno nella sua interezza, dall’impianto distributivo al dettaglio che si tocca ogni giorno.
I progetti raccolti nella nostra selezione 2026 affrontano questa eredità da posizioni diverse. Alcuni recuperano parquet e decorazioni, altri cambiano radicalmente una pianta o sperimentano con materiali industriali. Ci sono appartamenti di piccola superficie e residenze articolate, luoghi in cui la vita privata incontra il lavoro e alberghi che affidano la propria identità a una precisa cultura dell’abitare.
La selezione di Archi&Interiors comprende anche gli spazi temporanei che durante la Design Week trasformano l’interior in un terreno di sperimentazione e prende in esame i progetti pubblicati nell’ultimo anno, dalla fine del 2025 a oggi, nel 2026. Il periodo riguarda le pubblicazioni considerate; le date di realizzazione o di prima presentazione possono essere precedenti. Contano la qualità dello spazio, il rapporto con l’esistente, l’uso dei materiali e la capacità di rispondere a esigenze concrete. L’ordine non esprime una graduatoria: ogni interno porta nella raccolta una domanda diversa, e una risposta che vale la pena osservare da vicino.
La Casa di Marmo — Hannes Peer Architecture x Margraf
Sotto il giardino di una villa storica in via Cernaia, nel cuore di Brera, Hannes Peer costruisce una casa che non è una casa. La Casa di Marmo, realizzata con Margraf per la Milano Design Week 2026, prende la forma domestica — stanze, passaggi, soglie, un patio — e la utilizza per portare un unico materiale molto oltre il ruolo che gli viene normalmente assegnato.

Il marmo è ovunque, ma non appare mai nello stesso modo. Diventa parete, pavimento, soffitto, volume, arredo. Cambiano le lavorazioni, le venature, lo spessore, la relazione con la luce. A volte possiede la gravità che ci si aspetta dalla pietra; altrove sembra perdere peso, diventare superficie, riflesso, quasi fondale.
Peer evita così la lettura più prevedibile di un materiale inevitabilmente associato alla monumentalità, al lusso e alla storia dell’architettura italiana. Non cerca di renderlo contemporaneo attraverso un gesto estraneo alla sua natura: ne esplora piuttosto le possibilità, portando all’interno dello stesso spazio variazioni sufficienti a modificarne continuamente la percezione.


La sequenza degli ambienti è importante quanto la materia. La Casa di Marmo non nasce come una successione di campioni da osservare, ma come un interno da attraversare. Porte, aperture e prospettive costruiscono una progressione, mentre il patio centrale introduce cielo e vegetazione nella continuità minerale del progetto.
È qui che l’installazione si allontana definitivamente dall’idea di showroom. Il marmo non viene esposto: costruisce lo spazio.
La natura temporanea del progetto non ne riduce l’ambizione architettonica. Al contrario, permette a Peer di utilizzare l’interno come terreno di ricerca, libero dalle necessità di una residenza reale ma abbastanza preciso da suggerirne stanze, rituali e proporzioni.
La Casa di Marmo rimette così al centro una questione antica e ancora aperta nel progetto italiano: quanto può fare un materiale, prima che sia necessario aggiungerne un altro?


The Intimacy — Studiopepe
Per i suoi vent’anni, Studiopepe ripensa gli spazi che hanno accompagnato la crescita dello studio. L’appartamento di viale Abruzzi 20, con gli alti soffitti a stucco, i pavimenti a spina di pesce e le grandi finestre, diventa un project apartment dedicato alla sperimentazione. Qui Arianna Lelli Mami e Chiara Di Pinto presentano, in occasione della Milano Design Week 2026, The Intimacy: un progetto che apre al pubblico anche il tempo meno visibile del lavoro creativo.

Nelle stanze entrano opere, prove sui materiali, pezzi storici e arredi disegnati da Studiopepe, alcuni realizzati in versioni speciali con i partner. Le nicchie in acciaio e le boiserie con piastrelle di rame smaltato introducono superfici nuove dentro l’involucro domestico. Il lavoro fotografico di Andrea Ferrari e le ceramiche di Arianna Lelli Mami allargano il dialogo fra oggetto, immagine e spazio.


L’esperienza coinvolge anche ciò che una fotografia non restituisce: frammenti di voce e musica, sviluppati da Painé Cuadrelli e Açelya Yönaç, e una fragranza creata da Integra Fragrances. L’intimità prende forma attraverso la vicinanza alle cose e l’attenzione necessaria per riconoscerle.
Il project apartment è pensato per proseguire durante l’anno con incontri, workshop e progetti speciali. La sua qualità sta in questa continuità: un luogo dove il progetto può essere mostrato mentre cambia, senza dover apparire ogni volta concluso.


Casa Laveni — Delogu Architecture
Trenta camere in un edificio che nacque come abitazione privata. Casa Laveni porta già nel nome il principio del progetto: il palazzo milanese fu disegnato da Giuseppe Laveni per sé, e la trasformazione in boutique hotel conserva questa origine come riferimento per la nuova ospitalità.

Delogu Architecture firma gli interni, in collaborazione con Alessandra Sacchi per l’architettura e gli aspetti autorizzativi. Il rigore neoclassico dell’edificio resta leggibile nelle proporzioni e nella successione degli ambienti. Su questa struttura si innesta una decorazione più libera: azzurri, texture e soffitti dipinti a nuvole modificano l’atmosfera delle stanze senza cancellarne il carattere.


Il cielo entra così in un’architettura molto milanese. È un dettaglio che rende riconoscibile l’albergo e introduce una leggerezza inattesa, soprattutto nel confronto con la misura dell’involucro storico.
La dimensione domestica emerge dal rapporto fra le parti: stanze raccolte, passaggi e decorazioni costruiscono un luogo che conserva memoria dell’abitare anche quando accoglie ospiti. Casa Laveni interessa proprio per questa trasformazione, nella quale il passato della casa diventa una risorsa del progetto alberghiero.


Duro Club — Velvet Studio
Nel distretto Certosa, Duro Club occupa uno spazio industriale riconvertito e ne mantiene evidente la consistenza. Il progetto di Velvet Studio, fondato da Gianluca Bocchetta, lavora con cemento, struttura esposta e geometrie nette. Il parquet introduce una superficie più calda sotto i piedi, mentre la luce cambia profondità e gerarchie durante la notte.

Gli ambienti sono distinti ma collegati: la pista organizza il centro dell’esperienza, il bar diventa un punto di orientamento, lounge e spazi di pausa accompagnano ritmi diversi. L’illuminazione di ILTI Luce disegna i volumi e rende leggibile il passaggio dall’uno all’altro.


È un interno che si comprende anche attraverso il movimento. La stessa parete, osservata entrando o attraversata da una luce diversa, acquista un altro peso; il suono lega questi cambiamenti all’uso dello spazio.
Nella selezione, Duro introduce una scala urbana: mostra come il recupero di un involucro produttivo possa dare forma a un nuovo luogo della socialità milanese, conservando una relazione concreta con ciò che l’edificio era.


Casa REdDUO — REdDUO
Fra casa e studio, Fabiola Di Virgilio e Andrea Rosso hanno inserito un passaggio nascosto con un bar. È una piccola architettura di collegamento che permette alle due dimensioni di incontrarsi mantenendo la propria autonomia. Casa REdDUO, presentata alla Milano Design Week 2025, occupa un appartamento in un palazzo degli anni Trenta fra Porta Venezia e Città Studi; lo spazio di lavoro trova posto nell’antica area di servizio.

Il progetto comincia da una trasformazione del materiale esistente. Nell’ingresso, il marmo rimosso per consentire il passaggio degli impianti viene frantumato e mescolato al cemento per comporre nuove porzioni di seminato. Una necessità del cantiere diventa così parte visibile dell’identità della casa.


Le stanze hanno caratteri cromatici differenti: verde cetriolo nella biblioteca e sala video, giallo burro acido nella camera degli ospiti, tabacco nella cabina armadio. Una linea metallica cromata accompagna l’incontro fra pareti e soffitti e costruisce una continuità sottile dentro questa varietà. Arredi su misura, pezzi vintage e presenze originali, fra cui il camino, danno spessore agli ambienti.
La casa-studio di REdDUO convince quando rende leggibili le proprie scelte: ciò che viene recuperato, ciò che cambia uso, la soglia che collega due parti della giornata. Il lavoro entra nel paesaggio domestico attraverso un rapporto disegnato con precisione, senza occupare indistintamente ogni stanza.


WAO Kitchen — studio wok
Al Bassi Business Park, WAO Kitchen apre il ristorante del sistema WAO alla città. Il progetto di studio wok, parte del polo di coworking WAO Bassi, usa la trasparenza dell’involucro per mettere in relazione tavoli, bancone e strada.

Nei 285 metri quadrati, una struttura metallica rivestita di policarbonato ondulato corre parallela alla facciata. Al bar, una grande apertura a bilico rende diretto il contatto con l’esterno. Le tende in tessuto opalino articolano gli ambiti interni lasciando filtrare la luce; tavoli e sedute differenti suggeriscono usi e durate diverse della sosta.


Il pavimento continuo in cemento rosato tiene insieme l’ambiente. Metallo zincato, policarbonato e pannelli di lana di legno al soffitto compongono una materia volutamente essenziale, alla quale l’okoumé aggiunge calore.
L’interesse sta nella precisione di questi pochi elementi. La pianta rimane aperta, ma le zone si distinguono; il ristorante ha un carattere riconoscibile e può accogliere configurazioni diverse. Una risposta concreta alla vita quotidiana di un luogo dove pranzo, lavoro e incontro si susseguono.


Appartamento con vista sul Castello Sforzesco — LC Atelier
Dalle finestre, il Castello Sforzesco. All’interno, la cultura del design milanese entra nella vita quotidiana attraverso arredi di Vico Magistretti e Angelo Mangiarotti, opere d’arte contemporanea e interventi su misura. Nell’appartamento progettato da Lucrezia Calvi con LC Atelier, il rapporto fra queste presenze dà sostanza al progetto.

Un pavimento in seminato bianco dà continuità al living e offre una base chiara alla collezione d’arte. Cucina, camere e bagni sviluppano identità distinte attraverso vetri retroverniciati, superfici riflettenti e variazioni cromatiche. Il disegno dell’interno tiene insieme una raccolta personale e le esigenze di una casa.


A Milano, dove il Novecento del design è ancora così presente, questa è una questione particolarmente interessante. Un pezzo storico può diventare una citazione prevedibile oppure trovare una relazione nuova con ciò che gli viene accostato. Calvi lavora sulla seconda possibilità, costruendo una continuità fra memoria e presente.
L’appartamento restituisce l’immagine di un abitare stratificato: la vista sulla città, gli oggetti scelti dai proprietari e le parti disegnate appositamente concorrono a un insieme che rimane personale. Il patrimonio del design continua a essere usato, e proprio nell’uso ritrova la propria attualità.


Apartment VR — studioutte
Acciaio e superfici riflettenti danno ad Apartment VR un carattere deliberatamente freddo, calibrato dalla presenza di pochi arredi classici. L’appartamento occupa un edificio milanese del primo Novecento, con doppia esposizione e balconi. studioutte interviene sull’intero progetto domestico, dalla distribuzione agli arredi su misura e alla decorazione, reinterpretando il linguaggio della casa storica attraverso una diversa sensibilità materica.

La scala compatta richiede chiarezza nei percorsi e nelle funzioni. Campiture cromatiche definite e un senso di raccoglimento governano la percezione delle stanze. Gli arredi integrati, le altezze inferiori allo standard e l’enfasi sulla verticalità diventano strumenti per dare profondità allo spazio.


Il rapporto fra superfici tecniche e pezzi classici introduce una tensione misurata. I riflessi rendono più mutevole la lettura degli ambienti, mentre gli oggetti scelti aggiungono riferimenti familiari. La qualità domestica nasce dalla precisione con cui questi elementi vengono accostati e dal loro ruolo nell’uso quotidiano.
Apartment VR porta nella selezione una ricerca sul carattere dello spazio piccolo. Ogni elemento partecipa alla costruzione dell’insieme: una quota, una superficie, un arredo possono modificare il modo in cui si percepisce una stanza. Il progetto trova così la propria intensità nel controllo delle relazioni.


Progetto: studioutte. Foto: Giulio Ghirardi.
Un appartamento nel palazzo di Giovanni Muzio — Moitié Studio
Un pilastro all’ingresso e una trave davanti alle vetrate erano fra i vincoli di questo appartamento di 150 metri quadrati, al quinto piano di un palazzo degli anni Trenta di Giovanni Muzio, in zona Repubblica. Moitié Studio, fondato da Francesco Gennaro e Giorgia Rossi, li assume come punti di partenza per ridisegnare il rapporto fra ingresso e soggiorno.

Tre volumi organizzano il nuovo spazio. Un corpo curvo contiene armadi e televisore; il pilastro viene incorporato in un’armadiatura; una parete a specchio nasconde un bar in noce e il passaggio verso la zona notte. La distribuzione acquista continuità e i contenitori diventano parte dell’architettura.


Il volume curvo, rivestito in seta, è attraversato da librerie in noce e ante bordate in ottone. Le porte d’epoca vengono restaurate, mentre il parquet superstite viene recuperato e integrato. Il bianco crema unifica gli ambienti e lascia risaltare gli accenti più intensi, dal velluto muschio dei divani alle superfici della camera principale.
La famiglia ha vissuto a lungo a Londra: questa esperienza trova un riferimento preciso nella cucina su misura, incorniciata da un portale in Calacatta viola. La casa accoglie così una storia personale dentro quella dell’edificio. Il risultato si misura soprattutto nella naturalezza con cui elementi tecnici, contenitori e tracce d’epoca partecipano allo stesso disegno.


Casa Cosimo del Fante — SOPRU Studio
Boiserie, parquet e porte conservano la misura di un interno del primo Novecento. Per Casa Cosimo del Fante, SOPRU Studio parte da queste presenze per aggiornare l’abitazione senza renderne irriconoscibile l’identità.

Nel racconto di Rebecca Prunali ad AD Italia, il cambio di distribuzione è decisivo: la vecchia cucina lascia posto alla terza camera, mentre quella nuova entra nel soggiorno, schermata da una quinta decorata da Picta Lab. Il progetto, sviluppato con l’architetto Fabio Greco, conserva porte, finestre, boiserie e parquet del living. L’ingresso assume una forma ovale; dietro la quinta, specchi anticati accompagnano le armadiature rivestite in tessuto.


Il recupero interessa così sia ciò che resta visibile sia il modo in cui la casa viene abitata. La cucina cambia posizione, ma mantiene una soglia; gli elementi conservati continuano a dare misura alle stanze. La forza del progetto sta nel rendere compatibili queste due esigenze, senza chiedere alla vita quotidiana di adattarsi interamente a una pianta ereditata.


Progettazione e Interior Design: SOPRU Studio. Foto: Giulio Ghirardi.
THAT Z SHOW — Atelierzero
In THAT Z SHOW il corridoio diventa un porticato domestico. Colore e pavimentazione grafica gli danno una presenza riconoscibile: da un lato si apre verso gli ambienti principali, dall’altro un lungo mobile su misura integra gli accessi a lavanderia, bagno, deposito e monolocale adiacente.

L’intervento di Atelierzero, completato nel 2025, trasforma un appartamento di 155 metri quadrati in una residenza articolata in due unità. La casa principale supera la precedente frammentazione attraverso una successione di ambiti aperti. La cucina è un volume autonomo fra studio e pranzo; il soggiorno rialzato costruisce una zona più raccolta dalla quale osservare il resto dell’interno.


Colore, quote e materiali svolgono parte del lavoro che normalmente si affida alle pareti. Le transizioni sono leggibili, ma lo sguardo continua a muoversi nello spazio. Legno e pietra, insieme alla varietà delle finiture, danno consistenza a questa organizzazione.
Il monolocale, pensato per ospitare parenti e amici, riprende la stessa grammatica. Il nucleo che raccoglie cucina, bagno e cabina armadio usa il colore del corridoio della casa principale: le due unità mantengono una relazione visiva anche quando vengono vissute separatamente.


Un passaggio, una cucina, una quota diversa diventano strumenti per dare forma all’abitare.
Appartamento in viale Papiniano — Studio Tenca & Associati
Gli arredi dividono, contengono e costruiscono i percorsi. Nell’appartamento di Studio Tenca & Associati, sviluppato con Mo.1950 agli ultimi due piani di un condominio in viale Papiniano, il disegno su misura accompagna l’organizzazione della vita familiare.

Al livello inferiore, la libreria si intreccia con la scala e struttura il grande soggiorno. Il sistema contenitivo bifacciale separa gli ambienti e forma una boiserie all’ingresso; la disposizione diagonale della pianta sfrutta la luce naturale. Un proiettore con telo a scomparsa e l’angolo bar aggiungono usi diversi alla zona comune, mentre le camere trovano il proprio ambito più riservato.


Cipria, blu e bianco si accostano a rovere chiaro e ceppo di Gré. Al piano superiore, la precedente zona studio diventa il luogo del pranzo e della cucina, realizzata con quercia naturale, alluminio tinta brina e piano in gres. La convivialità prosegue verso il pergolato esterno con pareti vetrate mobili.
Il progetto rende interessante anche ciò che deve scomparire: contenitori, lavanderia e attrezzature vengono integrati in pannelli e volumi. Questa precisione libera gli ambienti senza svuotarli. La scala e la libreria restano il riferimento di una casa in cui collegamenti, funzioni e arredi sono pensati come parti dello stesso insieme.


Casa Liberty — Alessia Giacobino
Durante il cantiere, sotto le stratificazioni delle superfici, riemergono affreschi e decorazioni. La scoperta orienta il progetto di Alessia Giacobino per questo appartamento in un edificio Liberty nei dintorni di Porta Venezia: le tracce ritrovate entrano nella nuova vita della casa.

Conservarle significa anche accettare che le stanze non abbiano tutte la stessa uniformità. Una superficie porta il segno del tempo, un’altra riceve un intervento contemporaneo; l’accostamento rende leggibili epoche e lavorazioni differenti.


Arredi attuali, pezzi vintage e memorie familiari trovano posto dentro questa architettura. Il lavoro riguarda le relazioni fra le presenze: quanto lasciare visibile, come accostare un oggetto a una parete decorata, quale distanza mantenere perché ciascun elemento continui ad avere voce.
Casa Liberty introduce nella selezione il valore della scoperta. L’interno esistente può offrire informazioni capaci di cambiare il progetto, e la qualità dell’intervento dipende anche dalla disponibilità a riconoscerle. Il passato rimane parte dell’esperienza quotidiana della casa, attraverso superfici che conservano la propria storia.


Via Santo Spirito, 55 metri quadrati — Andrea Derudi
La trasformazione di questo pied-à-terre nel Quadrilatero comincia da ciò che c’è già. Nei 55 metri quadrati di via Santo Spirito, l’intervento conserva la dimensione dei locali e la distribuzione, senza opere murarie. Porte, armadiature e parquet in rovere naturale vengono recuperati e inseriti in un nuovo disegno di colori, materiali e arredi.

Il lungo ingresso acquista carattere attraverso il bordeaux degli armadi, gli inserti in paglia intrecciata e le maniglie artigianali. Una consolle con piano in Calacatta viola introduce la ricchezza materica che prosegue nel soggiorno-pranzo. Qui librerie in nicchia, sedute e tavolo su misura dialogano con carte da parati geometriche e rivestimenti dall’effetto tessile.


Anche i passaggi vengono ridisegnati. La carta continua sulla porta della camera, mentre la porta scorrevole della cucina riceve riquadrature in rovere termotrattato e un maniglione in ottone. Nella cucina di tre metri quadrati, noce canaletto, lamiera color bronzo e marmo arabescato danno precisione a una superficie minima.
La densità dell’interno nasce dalla cura degli accostamenti. Il progetto rinnova il carattere dell’appartamento facendo lavorare ancora i suoi elementi esistenti: un modo concreto di intervenire sul piccolo che trova nella conservazione un’occasione creativa.


The Carlton Milano — Paolo Moschino e Philip Vergeylen, con Olga Polizzi
Riaperto il 18 novembre 2025, The Carlton Milano porta nel Quadrilatero una lettura ricca e cosmopolita dell’ospitalità. Gli interni di Paolo Moschino e Philip Vergeylen, sviluppati con Olga Polizzi per Rocco Forte Hotels, intrecciano arredi su misura, antiquariato, pezzi vintage restaurati e riferimenti alla cultura progettuale milanese.

L’albergo conta complessivamente 71 camere e suite. Al piano terra, il passaggio dalla pietra della lobby al legno del bar e alla moquette di Spiga cambia il registro degli ambienti. Sotto la cupola, Cafe Floretta introduce un immaginario botanico; altrove opere e lavorazioni artigianali danno alle stanze una densità più raccolta.


Nel bar convivono le plafoniere in vetro di Murano conservate dalla precedente gestione e un nuovo bancone ispirato a Fausto Melotti. Nelle camere, le carte dipinte a mano dalla Comunità di San Patrignano guardano alla ricerca di Anni Albers, mentre gli arredi su disegno richiamano Gio Ponti. Sono riferimenti rielaborati, che entrano nel progetto attraverso materiali, proporzioni e decorazioni.
Il Carlton interessa per il modo in cui costruisce questa stratificazione. La coerenza dell’albergo nasce da una regia capace di tenere insieme stanze differenti, senza appiattirle in un unico registro. Milano affiora nei dettagli e nelle lavorazioni, dentro un interno che accoglie anche suggestioni più lontane.


Una città da leggere attraverso i suoi interni
Una porta nascosta fra casa e studio, il marmo recuperato in un nuovo seminato, un corridoio trasformato in porticato: i dettagli più interessanti di questa selezione rendono visibile un’idea di spazio. Mostrano come una necessità possa diventare architettura e come un interno possa cambiare conservando un rapporto con ciò che lo precede.
È una lettura della città che continua oltre i singoli progetti. Per conoscere meglio chi ne disegna gli spazi, il percorso prosegue con la nostra selezione di studi di architettura a Milano.
Se sei un architetto, un interior designer o fai parte di uno studio e vuoi collaborare con Archi&Interiors, puoi contattarci dalla pagina Pubblicità e collaborazioni per raccontarci il tuo lavoro e valutare insieme le possibilità di collaborazione.




