Monasteri, manifatture, palazzi sul lago e alberghi di famiglia: la selezione 2026 di Archi&Interiors racconta un anno di ristrutturazioni alberghiere firmate dagli studi italiani.
Monasteri, manifatture, palazzi sul lago e alberghi di famiglia: la selezione 2026 di Archi&Interiors racconta un anno di ristrutturazioni alberghiere firmate dagli studi italiani.
In copertina: la lounge dell’Hotel Aurora a Merano, progetto di Hannes Peer Architecture. Foto: Giulio Ghirardi.
C’è una stagione, tra la fine del 2025 e oggi, in cui gli alberghi italiani più celebri hanno cambiato pelle parlando altre lingue: il Danieli riaperto con gli interni di Pierre-Yves Rochon, l’Orient Express arrivato a Venezia con Aline Asmar d’Amman, lo Splendido di Portofino ripensato da Martin Brudnizki. Eppure, scorrendo i progetti di ristrutturazione hotel pubblicati nell’ultimo anno, emerge anche un’altra storia, meno visibile e per noi più interessante: quella degli studi italiani al lavoro su alberghi di famiglia, palazzi storici e indirizzi indipendenti che hanno scelto il progetto come identità.
I sedici interventi raccolti in questa selezione lavorano tutti su edifici esistenti: restauri, conversioni, restyling. Nessuna costruzione nuova; quando un progetto è parziale, o affianca al recupero un ampliamento, lo dichiariamo scheda per scheda. Il periodo considerato va dalla metà del 2025 a oggi e riguarda aperture e pubblicazioni: le date di realizzazione possono essere precedenti. Contano la qualità dello spazio, il rapporto con l’esistente, l’uso dei materiali e la capacità di tenere insieme la memoria di un edificio e le esigenze di una gestione contemporanea. È lo stesso sguardo con cui abbiamo raccontato i 15 hotel di design firmati da studi italiani e le nuove aperture del 2026.
L’ordine non esprime una graduatoria: segue la geografia, dalle Alpi al Salento. Perché ogni territorio pone all’ospitalità una domanda diversa, e questi sedici interni provano a rispondere ciascuno a modo proprio.
Aurora Hotel — Hannes Peer Architecture
Sul lungo Passirio di Merano, l’Aurora appartiene alla famiglia Aukenthaler da tre generazioni. Hannes Peer, milanese d’adozione e altoatesino d’origine, ne guida la ristrutturazione integrale procedendo per fasi: la prima riconsegna diciotto camere, gli spazi comuni distribuiti su quattro livelli e un Listening Bar dedicato alla musica e all’ascolto; il completamento, con le cinquantanove camere a regime, è previsto per il 2028. La nuova facciata, sviluppata con i viennesi feld72, avvolge l’edificio in un involucro di alluminio che dichiara il cambio di stagione già dalla strada.

All’interno, Peer lavora per accostamenti colti. Legni, pietra e ceramiche disegnate su misura convivono con arredi d’epoca e riferimenti alla Merano mitteleuropea dei caffè, delle cure e delle passeggiate: un lessico caldo e stratificato, che lo studio ha affinato nel residenziale e che qui incontra per la prima volta la scala di un albergo.
Il progetto convince perché non tratta l’Aurora come un contenitore da aggiornare, ma come un’istituzione cittadina che continua a raccontarsi. Le fasi di cantiere non sono un ripiego: permettono all’albergo di restare vivo mentre cambia, e agli ospiti di assistere alla trasformazione.

C’è poi un piano meno visibile del progetto, che riguarda la città. Alberghi come l’Aurora hanno avuto a Merano un ruolo sociale prima ancora che turistico: luoghi di caffè, di cure e di conversazione, aperti alla vita urbana. Il Listening Bar dichiara la volontà di riprendere quel filo: l’albergo come salotto pubblico, non come recinto per ospiti.
Nella selezione, l’Aurora porta una domanda che riguarda tutto l’arco alpino: come si rinnova un albergo di famiglia senza trasformarlo in un prodotto. La risposta di Peer passa dalla cultura del dettaglio, una stanza alla volta.

Hotel Bella Vista — Matteo Thun & Partners
A Trafoi i tornanti dello Stelvio cominciano davanti alla porta. Qui è cresciuto Gustav Thöni, e qui la sua famiglia gestisce da sempre l’albergo che porta nel nome il proprio programma: la vista. Per la riapertura, nel maggio 2026, la proprietà ha chiamato Matteo Thun, che dell’ospitalità alpina ha una lunga consuetudine.

L’intervento ristruttura l’edificio esistente e lo affianca con un ampliamento nuovo, che dichiariamo volentieri: è la parte che ospita il polo del benessere. Il linguaggio è quello organico dello studio, con il legno locale come materiale guida e una misura che evita tanto il folclore quanto il minimalismo di maniera.
Ciò che rende interessante il Bella Vista non è però soltanto il progetto, ma il patto che lo sostiene. La memoria sportiva di una famiglia diventa materiale di lavoro: non cimeli in vetrina, ma un’idea di casa aperta, dove la montagna resta il vero protagonista e l’architettura si mette al servizio del paesaggio.

Il metodo di Thun si riconosce nella misura degli interni: superfici in legno che assorbono la luce di quota, ambienti che inquadrano la montagna invece di farsi guardare, un comfort che non ha bisogno di aggettivi. Il polo del benessere, ricavato nel corpo nuovo, porta il paesaggio dello Stelvio dentro il rituale della sosta.
In un anno in cui le Alpi italiane si preparano ai Giochi con investimenti di ogni scala, il piccolo albergo di Trafoi ricorda che l’ospitalità di montagna nasce da un gesto semplice: tornare al nido e trovarlo pronto ad accogliere.

Tofane Suites al Faloria Mountain Spa Resort — Flaviano Capriotti Architetti
Dieci fiori delle Dolomiti, presi in prestito da un atlante botanico del Settecento, la Florae Austriacae, salgono sulle testiere delle nuove suite del Faloria. È il dettaglio che dà il tono all’intervento di Flaviano Capriotti a Cortina d’Ampezzo: cinque suite e una penthouse, inaugurate per la stagione olimpica, dentro un resort che resta per il resto quello di prima. Un progetto puntuale, dichiaratamente parziale, e proprio per questo istruttivo.

Capriotti interpreta la tradizione alpina senza citarla alla lettera. I materiali sono caldi e tattili, le lavorazioni precise, la palette tiene insieme il legno e i toni della roccia dolomitica. L’atlante settecentesco non è una decorazione nostalgica: è un modo per radicare le stanze nel luogo attraverso la sua storia naturale, più che attraverso il suo folclore.
Intorno, Cortina ha vissuto una stagione di grandi gesti: riaperture celebri, cantieri internazionali, insegne globali arrivate per i Giochi. In questo paesaggio, la scelta della scala minuta assume quasi un valore di posizione.

La penthouse porta la stessa grammatica alla scala maggiore. Il resort, rimasto in attività attorno all’intervento, guadagna così una punta di gamma senza stravolgere la propria identità: un aggiornamento per innesti, misurato sul pubblico dei Giochi ma pensato per durare oltre la stagione olimpica.
Le Tofane Suites portano nella selezione una convinzione che condividiamo: il lusso alpino si misura nei dettagli, non nelle metrature. E un intervento di poche stanze, se pensato con questa cura, può dire sulla montagna più di una ricostruzione integrale.

Grand Hotel Villa Serbelloni — StorageMilano
Per centosettant’anni la famiglia Bucher non aveva mai affidato la villa a uno sguardo esterno. La scelta di chiamare StorageMilano per il rinnovo del Grand Hotel Villa Serbelloni, la grande dame che dal 1854 presidia la punta di Bellagio, è dunque una notizia prima ancora che un progetto.

Il lavoro procede per gradi, nelle pause invernali, ed è arrivato a toccare la spiaggia, la piscina e il beach club, le terrazze e il ristorante Mistral. Il vocabolario dello studio milanese si riconosce nelle boiserie specchiate, nelle partiture a oblò, nei parquet scuri: inserti contemporanei calibrati sull’identità ottocentesca dell’albergo, mai in competizione con essa.
È un modello di intervento che interessa molti grandi alberghi storici italiani: il restyling incrementale, che non chiude mai la casa e non consegna mai un “prima e dopo” spettacolare, ma sposta l’identità un ambiente alla volta. Richiede una regia lunga e una fiducia reciproca tra proprietà e progettisti che di solito le grandi dame riservano a se stesse.

Il programma, del resto, non è concluso: gli interventi proseguono di chiusura in chiusura, secondo un calendario che asseconda le stagioni dell’albergo. È la differenza tra un restyling e una manutenzione evolutiva: la seconda non fa notizia a ogni tappa, ma tiene la barra dritta su un’identità che a Bellagio è essa stessa un monumento.
Il Serbelloni porta così nella selezione la domanda più delicata di tutte: quanto può cambiare un’istituzione senza cambiare voce. La risposta, per ora, è un equilibrio riuscito.

Palazzo Genazzini — Francesco Pastorelli Architetti e Studio Reveria
Quando il Grand Tour faceva tappa sul lago di Como, il palazzo del 1721 era già un indirizzo dell’ospitalità di Bellagio. Il restauro guidato da Francesco Pastorelli, con gli interni di Studio Reveria e il paesaggio di Roberto Benatti, riporta Palazzo Genazzini a quel primo mestiere: trentacinque camere aperte dal primo giugno 2026, in un edificio che conserva gli affreschi e la scala in pietra originari.

La linea del progetto è la continuità tra architettura e arredo. I pezzi su misura, realizzati da artigiani italiani in legno, marmo e pietra di Moltrasio, prolungano la materia dell’edificio dentro le stanze; il contemporaneo entra per affinità, non per contrasto. In una ristrutturazione di palazzo storico è spesso il grado di coerenza tra queste scale a decidere la qualità dell’esito.
Colpisce anche la postura imprenditoriale: un cinque stelle indipendente e familiare, in un tratto di lago dove i grandi gruppi internazionali stanno moltiplicando le insegne.

Le trentacinque camere mantengono gerarchie e differenze, come impone un organismo del Settecento, e gli ambienti comuni recuperano la vocazione di rappresentanza del piano nobile. La gestione familiare e indipendente completa il quadro: sul lago più internazionale d’Italia, il palazzo sceglie di restare un indirizzo con un nome proprio anziché un’insegna.
Palazzo Genazzini entra nella selezione perché dimostra che il restauro filologico non è un vincolo alla contemporaneità, ma il suo terreno più fertile: il palazzo torna a ospitare, e lo fa con la propria voce.

Casa Laveni — Delogu Architecture
Il nome è già il programma. Il palazzo milanese che Giuseppe Laveni disegnò per sé nell’Ottocento conserva la firma del suo primo abitante anche ora che è diventato un boutique hotel di trenta camere, aperto nella primavera 2026. Il progetto degli interni è di Delogu Architecture, con Alessandra Sacchi per l’architettura e gli aspetti autorizzativi; ne abbiamo scritto nella nostra selezione dei migliori interni milanesi del 2026, e torniamo a includerlo qui perché è il capitolo alberghiero a interessarci.

L’impianto neoclassico resta il telaio dell’esperienza: proporzioni, sequenze di ambienti, misure. Sopra questo telaio il progetto innesta una decorazione più libera, fatta di azzurri, superfici materiche e cieli dipinti sui soffitti delle camere, che alleggeriscono la compostezza dell’edificio senza contraddirla.

La questione che Casa Laveni mette a fuoco è la più milanese di tutte: che cosa succede quando una biografia domestica diventa ospitalità. Qui l’albergo non simula una casa, come vuole una certa retorica dell’hôtellerie: discende davvero da una casa, e il progetto ha il buon senso di non interrompere la discendenza.

Le trenta camere tengono la scala giusta perché il racconto regga: abbastanza poche da mantenere un rapporto personale con gli spazi comuni, abbastanza da sostenere i servizi di un albergo vero. È l’equilibrio più difficile della piccola ospitalità urbana, quello su cui molti progetti scivolano verso l’una o l’altra sponda.

Nella selezione, il palazzo di Laveni rappresenta la via milanese alla piccola scala: un’ospitalità urbana che non ha bisogno di lobby monumentali, perché il suo capitale è la vita già depositata nelle stanze.

Hotel Gabrielli — Andrea Auletta Interior
Oltre settecento tra lampadari e appliques di Murano, firmati Archimede Seguso e Pauly & C., recuperati e rimessi in funzione. Basterebbe questo inventario a raccontare il senso del restauro che Andrea Auletta ha condotto per Starhotels sul palazzo trecentesco della Riva degli Schiavoni, riaperto nell’estate 2025: il progetto che apre la finestra temporale della nostra selezione.

La scelta più radicale sta nei numeri: le camere scendono da centocinque a sessantasei. È una sottrazione che restituisce respiro alla pianta, riporta le proporzioni degli ambienti vicino a quelle originarie e lascia parlare lo scalone, le travi, i pavimenti recuperati. Sul retro, il giardino privato, tra i più grandi della città, aggiunge all’albergo un lusso che a Venezia non si compra: lo spazio aperto.
In una città dove il restauro è una disciplina quotidiana, esercitata da una comunità di progettisti che abbiamo mappato tra gli studi di architettura a Venezia, il Gabrielli si distingue per il metodo: prima l’inventario amoroso di ciò che c’è, poi il progetto.

L’indirizzo, intanto, continua a crescere: all’inizio del 2026 Starhotels ha affiancato all’albergo i Gabrielli Luxury Apartments, estendendo alla formula residenziale la stessa cura filologica. Il segnale è chiaro: il restauro non è stato un costo da ammortizzare, ma la piattaforma su cui costruire lo sviluppo dell’intera proprietà.
Il risultato interessa perché rovescia la logica corrente dell’hôtellerie, che tende ad aggiungere. Qui si toglie, si conta, si restaura: e l’albergo ci guadagna in verità.

Baglioni Hotel Luna — Spagnulo & Partners
A pochi passi da piazza San Marco, il Luna si racconta come l’albergo più antico di Venezia. Il rinnovo firmato da Spagnulo & Partners ha attraversato cinque anni, dal 2021 al 2026, procedendo per fasi: prima il Canova Bar e la reception, poi le camere e le suite, quindi il ristorante Santo Mare, fino al traguardo simbolico di quest’anno, il restauro del salone affrescato dedicato a Marco Polo.

Il progetto parla la lingua dei mestieri veneziani. I tessuti di Rubelli, le lavorazioni artigianali, i restauri delle superfici decorate costruiscono una continuità tra l’albergo e la città che lo circonda: non una scenografia veneziana, ma Venezia come filiera.
Il salone settecentesco, riconsegnato al termine del percorso, funziona da manifesto. In un mercato che chiede riposizionamenti rapidi, il Luna ha scelto il tempo lungo: un cantiere che accompagna la vita dell’albergo invece di sospenderla, e che arriva al proprio culmine con un gesto di conservazione, non di novità.

Il Canova Bar, prima tappa del percorso, aveva dato la misura dell’operazione: un ambiente che non insegue l’effetto ma la permanenza, pensato per i veneziani almeno quanto per gli ospiti. Camere e suite hanno seguito la stessa rotta, con l’artigianato della laguna chiamato a lavorare accanto ai restauratori.
Il Luna consegna così alla selezione il metodo veneziano applicato all’ospitalità: la pazienza come forma di lusso, e il patrimonio come strategia, non come vincolo.

Locanda Cipriani — Fabrizio Cocchi Studio
Da Torcello, Venezia è un profilo all’orizzonte. La distanza è da sempre il primo lusso della Locanda Cipriani, l’indirizzo del 1935 dove Hemingway lavorò a un romanzo e dove la laguna mostra il suo volto più silenzioso. La riapertura del giugno 2026, guidata dalla famiglia Cipriani con la Soprintendenza e sviluppata con Fabrizio Cocchi Studio, trasforma il ristorante con poche stanze in un piccolo albergo di dieci camere.

Il progetto tratta la misura come un punto d’onore. Le camere si dividono per famiglie cromatiche, accordate a ciò che si vede dalle finestre: toni caldi e marmi scelti di conseguenza, verdi che rispondono al giardino, blu per le stanze rivolte all’acqua. Le porcellane di Ginori 1735 nelle camere e le porte verniciate a mano dicono la stessa cosa: la qualità sta negli oggetti d’uso, non negli effetti.
Non c’è spa, non c’è rooftop, non c’è programma di intrattenimento: c’è un’isola quasi vuota, una cucina celebre e il tempo. È un modello di ospitalità che sembrava consegnato alla memoria e che invece torna praticabile proprio perché raro.

Le dieci camere si articolano in quattro tipologie, e la famiglia ha seguito il cantiere in prima persona, con Giuseppe Cipriani nel ruolo di regista della riapertura. È un modello di committenza che si riflette nell’esito: nessuna decisione sembra presa per il mercato, tutte sembrano prese per la casa.
La Locanda porta nella selezione la scala minima, e una domanda controcorrente: quanto poco serve, quando il luogo è tutto.

Porta Rossa Hotel Firenze — THDP
C’è ospitalità documentata in queste stanze dal 1386: nessun albergo italiano può retrodatare così la propria storia. Per il debutto mondiale di Colbert Collection, il nuovo marchio di Minor Hotels, il Porta Rossa è stato riconsegnato nel maggio 2026 con un progetto di THDP, studio londinese co-fondato dall’italiana Manuela Mannino: una firma italo-britannica che segnaliamo volentieri, perché conferma quanto il progetto italiano viaggi anche attraverso studi con sede all’estero.

L’edificio è una stratificazione: la torre Monalda del Duecento, gli affreschi, le volte, la suite Bartolini con le sue decorazioni. THDP sceglie di trattare questa eredità da protagonista e non da fondale: i banchi della reception rivestiti in pelle, le boiserie reinterpretate con intrecci di cuoio, le testiere drappeggiate che riprendono il rosso del nome lavorano tutti dentro la storia dell’edificio, aggiornandone i materiali senza travestirla.
Le sessantanove camere mantengono differenze e irregolarità, come è giusto in un organismo medievale. È la scelta che distingue un restauro colto da una standardizzazione alberghiera.

Dal giugno 2026 la proposta gastronomica porta la firma di Paulo Airaudo, mentre la suite ricavata nella torre offre l’esperienza più radicale della casa: dormire dentro il Duecento fiorentino. Sono i due poli tra cui il progetto si muove, l’attualità internazionale e la profondità locale, senza sacrificare l’una all’altra.
Resta la questione dell’eredità estrema: che cosa significa firmare l’albergo più antico d’Italia. La risposta di THDP è la più onesta: farsi custodi, e lasciare che sia la casa a parlare.

Palazzo Firenze — Studio Marco Piva
Il marchese Baldinucci, tesoriere papale, volle il palazzo nella prima metà del Settecento, a due passi da Santa Croce. Tre secoli dopo, l’ex Relais Santa Croce cambia nome in Palazzo Firenze e riapre nella primavera 2026 con un ridisegno integrale di Studio Marco Piva per The Palace Company, che del marchio Baglioni ha raccolto la gestione.

Piva lavora su un edificio vincolato, e la partita si gioca nel dialogo tra la monumentalità tardobarocca e un linguaggio contemporaneo asciutto. Le ventiquattro camere assumono il registro della residenza privata: l’albergo è piccolo per gli standard del lusso internazionale, e proprio in questa misura trova il proprio carattere.

Il cambio di nome non è cosmesi: segnala un riposizionamento, da relais discreto a palazzo che si offre alla città. È un’operazione che racconta bene il momento di Firenze, dove la pressione dell’ospitalità internazionale spinge anche gli indirizzi storici a ridefinirsi, dentro una scena progettuale vivace che abbiamo raccontato tra gli studi di architettura a Firenze.
L’edificio, il settecentesco palazzo Jacometti Ciofi, impone i suoi caratteri: saloni decorati, altezze importanti, una scala di rappresentanza. Piva li assume come dati di progetto, riservando il disegno contemporaneo agli arredi, all’illuminazione e ai servizi, dove l’aggiornamento è sostanza e non stile.

Palazzo Firenze racconta così il rinnovo come cambio di postura: stesso edificio, stessa storia, un’altra ambizione.

Villa San Michele — Luigi Fragola Architects
La facciata attribuita alla scuola di Michelangelo è rimasta al suo posto. Tutto intorno, diciotto mesi di cantiere hanno ripensato Villa San Michele, l’ex monastero francescano del Quattrocento che domina Firenze dalla collina di Fiesole: trentanove camere ridisegnate, tre signature suite, la prima spa nella storia della casa, affidata a Guerlain, e i giardini terrazzati curati da Luca Ghezzi. La riapertura, il 28 aprile 2026, porta la firma di Luigi Fragola Architects.

È un dettaglio che vale una tesi: in una stagione in cui i grandi gruppi affidano le proprie icone italiane a firme internazionali, Belmond sceglie per la sua villa fiorentina uno studio di Firenze. Il progetto ripaga la fiducia con un registro di ispirazione rinascimentale mai letterale, che asseconda celle, loggiati e assi prospettici invece di forzarli.
Le suite raccontano il metodo. La Limonaia trasforma l’antica serra in una stanza con piscina privata; la Grand Tour e la Botanica dichiarano già nel nome i due immaginari della casa: il viaggio colto e il giardino. La conversione monastica, del resto, è una delle radici più profonde dell’ospitalità italiana, come abbiamo raccontato esplorando i monasteri e conventi trasformati in hotel di design.

Il cantiere ha lavorato per sottigliezze anche dove non si vede: la cappella e la loggia restano intatte, le antiche celle continuano a dettare il ritmo delle camere, e la spa trova posto senza forzare l’impianto originario. È la prova che un’icona da grande gruppo può essere aggiornata con gli strumenti del restauro, non con quelli del resort.
Villa San Michele è, in questa raccolta, l’eccezione che dà il tono: l’icona internazionale che torna a parlare fiorentino.

Casa J.K. Place Roma — Michele Bönan
Dodici residenze, da una a tre camere, con i servizi di un albergo e nessuna delle sue liturgie. Casa J.K. Place Roma, aperta nel maggio 2026 in un palazzo del Settecento di via dei Prefetti, a pochi passi dal J.K. Place di via Monte d’Oro, porta a Roma un modello che l’ospitalità internazionale sta osservando con attenzione: la residenza d’albergo.

Michele Bönan, che di J.K. è la matita storica, declina il suo linguaggio sartoriale su appartamenti veri: boiserie, ottoni, tessuti scelti come in una casa privata, misure domestiche al posto della teatralità alberghiera. L’ospite non attraversa una hall: entra in un indirizzo.

Il fenomeno è speculare a quello che abbiamo descritto parlando della casa effetto hotel: mentre le abitazioni private inseguono i comfort dell’ospitalità, gli alberghi migliori inseguono la naturalezza della casa. Qui il cerchio si chiude, perché l’edificio è nato residenza e torna a esserlo, con una regia alberghiera alle spalle.
Per il gruppo è il debutto di un modello destinato a fare scuola: l’estensione residenziale di un albergo esistente, che permette di crescere nel quartiere senza duplicare le strutture. La scommessa è che l’ospite contemporaneo cerchi esattamente questo: la naturalezza di una casa con la sicurezza di un servizio.

Casa J.K. Place mette agli atti la domanda dell’ibrido: quanto albergo serve perché una casa funzioni da albergo. La risposta di Bönan è: pochissimo, se il progetto è preciso.

Grand Hotel Flora — Giuliano Andrea dell’Uva
Sulle superfici del Flora tornano i nuotatori, un immaginario balneare che l’Italia del dopoguerra conosceva bene. È il motivo che accompagna la ristrutturazione completa del grande albergo sorrentino della famiglia Ruggiero, un edificio degli anni Sessanta affacciato sul golfo, riaperto nell’estate 2026 con il progetto di Giuliano Andrea dell’Uva.

L’architetto napoletano lavora sul moderno mediterraneo come su un patrimonio, non come su un pretesto vintage. La facciata viene ridisegnata con piastrelle verdi e balconi dal profilo plastico; nella lobby la scala elicoidale, restaurata, riprende il ruolo di fulcro; gli arredi d’epoca originali convivono con pezzi di B&B Italia, Cassina e Flos. Il ristorante Silva Bistrot e il rooftop Oliva completano il nuovo assetto delle centoventuno camere e quattordici suite.

La qualità del progetto sta nell’equilibrio del tono: colore e leggerezza senza caricatura, memoria senza nostalgia. Dell’Uva tratta la villeggiatura come una cultura di progetto, con le sue ceramiche, i suoi ottimismi e la sua precisione dimenticata.

Il nuovo assetto ridistribuisce anche i riti dell’albergo: il Silva Bistrot per la tavola, il rooftop Oliva per il golfo all’ora del tramonto, le piscine per la giornata lenta. Ogni funzione ha un carattere proprio, ma i nuotatori, le ceramiche e la palette tengono insieme il racconto da cima a fondo.

Il Flora indica una via che il sud conosce bene e frequenta poco: rinnovare gli alberghi del boom senza rinnegarli, riconoscendo in quegli anni una modernità ancora utilizzabile.

Vista Ostuni — RMA Roberto Murgia Architetto
Seimila metri quadrati di manifattura nella Città Bianca. L’ex Manifattura Tabacchi di Ostuni, un complesso che stratifica secoli di storia edilizia, è diventata Vista Ostuni dopo due anni di restauro condotto da RMA Roberto Murgia Architetto con artigiani e materiali del territorio: ventotto tra camere e suite, il ristorante di Andrea Berton, tre ettari di giardini disegnati da Erik Dhont, aperti nell’estate 2025.

Il progetto tiene insieme due scale che raramente convivono: quella industriale dell’involucro, con le sue campate e i suoi spessori, e quella domestica delle stanze, dove la pietra e le lavorazioni locali riportano tutto alla misura pugliese. Gli spazi aperti fanno da mediatori: corti, terrazze e giardini restituiscono al complesso la relazione con il paesaggio di ulivi che arriva fino al mare.

Vista Ostuni è anche una storia di imprenditoria familiare: è il terzo indirizzo del gruppo fondato dalla famiglia Passera dopo Como e Verona, e il primo fuori dal nord.

L’ingresso nel circuito Leading Hotels of the World dice l’ambizione dell’operazione, ma è la committenza a raccontare la storia più interessante: una famiglia di albergatori del nord che sceglie la Puglia non per aprire un resort, ma per restaurare un pezzo di città insieme alle maestranze locali.

Il progetto di Murgia introduce nella raccolta il tema del recupero produttivo applicato all’ospitalità del sud: quando l’involucro del lavoro diventa luogo del riposo, la memoria industriale smette di essere un’estetica e torna a essere una risorsa.

Palazzo Daniele — Palomba Serafini Associati
Le presse idrauliche del frantoio sono rimaste dove stavano. Ora fanno parte degli spazi comuni di Palazzo Daniele, l’art hotel di Gagliano del Capo che con l’ampliamento presentato nell’estate 2025 aggiunge undici suite e nuovi ambienti collettivi al palazzo neoclassico del 1861, recuperando l’ex frantoio e le scuderie ottocentesche.

Il progetto di Palomba Serafini Associati, sviluppato con il patron Gabriele Salini, conferma l’estetica radicale che ha reso celebre l’indirizzo: stanze quasi vuote, affreschi lasciati alla loro patina, arte contemporanea al posto dell’arredo superfluo. Le nuove Royal Suite portano questa grammatica alla scala maggiore senza cedere alla tentazione di riempire.

Crescere per sottrazione è un ossimoro che qui diventa metodo. L’ampliamento non normalizza l’albergo: ne estende il manifesto, dimostrando che il modello funziona anche oltre la dimensione di avamposto per iniziati con cui era nato nel 2019.

Le tre Royal Suite e la Executive occupano l’ala sinistra del palazzo, dove i nuovi ambienti collettivi prolungano la sequenza delle sale affrescate. Il frantoio recuperato lavora sul registro opposto: la materia grezza delle macchine e della pietra, lasciata in dialogo con l’arte contemporanea che da sempre abita la casa.

Al capo estremo del Salento, dove la selezione chiude il suo viaggio, Palazzo Daniele lascia la domanda più netta: quanta assenza può reggere l’ospitalità contemporanea. La risposta, a giudicare dal seguito che il modello ha generato, è: più di quanta i grandi gruppi immaginino.

Un’Italia da leggere attraverso i suoi alberghi
I lampadari di Murano rimessi in funzione uno a uno, i dieci fiori di un atlante del Settecento saliti sulle testiere di Cortina, le presse di un frantoio rimaste in scena nel Salento: i dettagli più interessanti di questa selezione raccontano alberghi che tornano ad abitare i propri edifici, invece di occuparli.
Raccontano anche una geografia del progetto. Mentre le grandi insegne internazionali affidano le icone italiane a firme globali, e le classifiche mondiali continuano a premiarle, come abbiamo visto con gli hotel italiani nella top 50 mondiale, gli studi italiani presidiano il patrimonio diffuso: gli alberghi di famiglia, gli indipendenti, i palazzi e le manifatture dei territori. È un lavoro meno visibile e più strutturale, di cui questa selezione vuole essere una prima mappa. Se ne discuterà anche dal vivo a InOut | The Hospitality Community, a Rimini dal 14 al 16 ottobre, un appuntamento che seguiremo da vicino.
Se sei un architetto, un interior designer o fai parte di uno studio che lavora nell’ospitalità e vuoi collaborare con Archi&Interiors, puoi contattarci dalla pagina Pubblicità e collaborazioni per raccontarci il tuo lavoro e valutare insieme le possibilità di collaborazione.

