I migliori progetti di ristrutturazione hotel: la selezione 2026

Monasteri, manifatture, palazzi sul lago e alberghi di famiglia: la selezione 2026 di Archi&Interiors racconta un anno di ristrutturazioni alberghiere firmate dagli studi italiani.

Monasteri, manifatture, palazzi sul lago e alberghi di famiglia: la selezione 2026 di Archi&Interiors racconta un anno di ristrutturazioni alberghiere firmate dagli studi italiani.

In copertina: la lounge dell’Hotel Aurora a Merano, progetto di Hannes Peer Architecture. Foto: Giulio Ghirardi.

C’è una stagione, tra la fine del 2025 e oggi, in cui gli alberghi italiani più celebri hanno cambiato pelle parlando altre lingue: il Danieli riaperto con gli interni di Pierre-Yves Rochon, l’Orient Express arrivato a Venezia con Aline Asmar d’Amman, lo Splendido di Portofino ripensato da Martin Brudnizki. Eppure, scorrendo i progetti di ristrutturazione hotel pubblicati nell’ultimo anno, emerge anche un’altra storia, meno visibile e per noi più interessante: quella degli studi italiani al lavoro su alberghi di famiglia, palazzi storici e indirizzi indipendenti che hanno scelto il progetto come identità.

I sedici interventi raccolti in questa selezione lavorano tutti su edifici esistenti: restauri, conversioni, restyling. Nessuna costruzione nuova; quando un progetto è parziale, o affianca al recupero un ampliamento, lo dichiariamo scheda per scheda. Il periodo considerato va dalla metà del 2025 a oggi e riguarda aperture e pubblicazioni: le date di realizzazione possono essere precedenti. Contano la qualità dello spazio, il rapporto con l’esistente, l’uso dei materiali e la capacità di tenere insieme la memoria di un edificio e le esigenze di una gestione contemporanea. È lo stesso sguardo con cui abbiamo raccontato i 15 hotel di design firmati da studi italiani e le nuove aperture del 2026.

L’ordine non esprime una graduatoria: segue la geografia, dalle Alpi al Salento. Perché ogni territorio pone all’ospitalità una domanda diversa, e questi sedici interni provano a rispondere ciascuno a modo proprio.

Aurora Hotel — Hannes Peer Architecture

Sul lungo Passirio di Merano, l’Aurora appartiene alla famiglia Aukenthaler da tre generazioni. Hannes Peer, milanese d’adozione e altoatesino d’origine, ne guida la ristrutturazione integrale procedendo per fasi: la prima riconsegna diciotto camere, gli spazi comuni distribuiti su quattro livelli e un Listening Bar dedicato alla musica e all’ascolto; il completamento, con le cinquantanove camere a regime, è previsto per il 2028. La nuova facciata, sviluppata con i viennesi feld72, avvolge l’edificio in un involucro di alluminio che dichiara il cambio di stagione già dalla strada.

Lounge dell’Hotel Aurora a Merano con sedute in pelle, specchi e grandi piante
La lounge dell’Hotel Aurora, tra boiserie, specchi e vegetazione. Progetto: Hannes Peer Architecture. Foto: Giulio Ghirardi.

All’interno, Peer lavora per accostamenti colti. Legni, pietra e ceramiche disegnate su misura convivono con arredi d’epoca e riferimenti alla Merano mitteleuropea dei caffè, delle cure e delle passeggiate: un lessico caldo e stratificato, che lo studio ha affinato nel residenziale e che qui incontra per la prima volta la scala di un albergo.

Il progetto convince perché non tratta l’Aurora come un contenitore da aggiornare, ma come un’istituzione cittadina che continua a raccontarsi. Le fasi di cantiere non sono un ripiego: permettono all’albergo di restare vivo mentre cambia, e agli ospiti di assistere alla trasformazione.

Composizione floreale e arredi su misura negli interni dell’Hotel Aurora a Merano
Un dettaglio degli interni mette in scena materiali, riflessi e oggetti. Foto: Giulio Ghirardi.

C’è poi un piano meno visibile del progetto, che riguarda la città. Alberghi come l’Aurora hanno avuto a Merano un ruolo sociale prima ancora che turistico: luoghi di caffè, di cure e di conversazione, aperti alla vita urbana. Il Listening Bar dichiara la volontà di riprendere quel filo: l’albergo come salotto pubblico, non come recinto per ospiti.

Nella selezione, l’Aurora porta una domanda che riguarda tutto l’arco alpino: come si rinnova un albergo di famiglia senza trasformarlo in un prodotto. La risposta di Peer passa dalla cultura del dettaglio, una stanza alla volta.

Sala ristorante dell’Hotel Aurora a Merano con sedute arancioni e parete geometrica
La sala ristorante prosegue il racconto materico dell’Hotel Aurora. Foto: Giulio Ghirardi.

Hotel Bella Vista — Matteo Thun & Partners

A Trafoi i tornanti dello Stelvio cominciano davanti alla porta. Qui è cresciuto Gustav Thöni, e qui la sua famiglia gestisce da sempre l’albergo che porta nel nome il proprio programma: la vista. Per la riapertura, nel maggio 2026, la proprietà ha chiamato Matteo Thun, che dell’ospitalità alpina ha una lunga consuetudine.

Nuova area wellness dell'Hotel Bella Vista a Trafoi con piscine esterne e struttura in legno
La nuova area wellness del Bella Vista di Trafoi, progettata da Matteo Thun & Partners. Foto: Luca Visciani e Daniel Merler.

L’intervento ristruttura l’edificio esistente e lo affianca con un ampliamento nuovo, che dichiariamo volentieri: è la parte che ospita il polo del benessere. Il linguaggio è quello organico dello studio, con il legno locale come materiale guida e una misura che evita tanto il folclore quanto il minimalismo di maniera.

Ciò che rende interessante il Bella Vista non è però soltanto il progetto, ma il patto che lo sostiene. La memoria sportiva di una famiglia diventa materiale di lavoro: non cimeli in vetrina, ma un’idea di casa aperta, dove la montagna resta il vero protagonista e l’architettura si mette al servizio del paesaggio.

Hotel Bella Vista a Trafoi con il nuovo ampliamento in legno nel paesaggio alpino
Il Bella Vista nel paesaggio di Trafoi, con il nuovo volume in legno. Foto: Luca Visciani e Daniel Merler.

Il metodo di Thun si riconosce nella misura degli interni: superfici in legno che assorbono la luce di quota, ambienti che inquadrano la montagna invece di farsi guardare, un comfort che non ha bisogno di aggettivi. Il polo del benessere, ricavato nel corpo nuovo, porta il paesaggio dello Stelvio dentro il rituale della sosta.

In un anno in cui le Alpi italiane si preparano ai Giochi con investimenti di ogni scala, il piccolo albergo di Trafoi ricorda che l’ospitalità di montagna nasce da un gesto semplice: tornare al nido e trovarlo pronto ad accogliere.

Dettaglio della facciata lignea dell’Hotel Bella Vista tra gli alberi
La trama lignea dell’ampliamento dialoga con il bosco. Foto: Luca Visciani e Daniel Merler.

Tofane Suites al Faloria Mountain Spa Resort — Flaviano Capriotti Architetti

Dieci fiori delle Dolomiti, presi in prestito da un atlante botanico del Settecento, la Florae Austriacae, salgono sulle testiere delle nuove suite del Faloria. È il dettaglio che dà il tono all’intervento di Flaviano Capriotti a Cortina d’Ampezzo: cinque suite e una penthouse, inaugurate per la stagione olimpica, dentro un resort che resta per il resto quello di prima. Un progetto puntuale, dichiaratamente parziale, e proprio per questo istruttivo.

Soggiorno di una Tofane Suite al Faloria Mountain Spa Resort
Zona giorno di una Tofane Suite, tra legno scuro, tessuti e luce naturale. Foto: Andrés Otero.

Capriotti interpreta la tradizione alpina senza citarla alla lettera. I materiali sono caldi e tattili, le lavorazioni precise, la palette tiene insieme il legno e i toni della roccia dolomitica. L’atlante settecentesco non è una decorazione nostalgica: è un modo per radicare le stanze nel luogo attraverso la sua storia naturale, più che attraverso il suo folclore.

Intorno, Cortina ha vissuto una stagione di grandi gesti: riaperture celebri, cantieri internazionali, insegne globali arrivate per i Giochi. In questo paesaggio, la scelta della scala minuta assume quasi un valore di posizione.

Bagno in marmo verde e pietra di una Tofane Suite al Faloria
Il bagno accosta marmo verde, pietra e metalli caldi. Foto: Andrés Otero.

La penthouse porta la stessa grammatica alla scala maggiore. Il resort, rimasto in attività attorno all’intervento, guadagna così una punta di gamma senza stravolgere la propria identità: un aggiornamento per innesti, misurato sul pubblico dei Giochi ma pensato per durare oltre la stagione olimpica.

Le Tofane Suites portano nella selezione una convinzione che condividiamo: il lusso alpino si misura nei dettagli, non nelle metrature. E un intervento di poche stanze, se pensato con questa cura, può dire sulla montagna più di una ricostruzione integrale.

Camera da letto di una Tofane Suite con testiera botanica
La testiera botanica richiama la flora dolomitica. Foto: Andrés Otero.

Grand Hotel Villa Serbelloni — StorageMilano

Per centosettant’anni la famiglia Bucher non aveva mai affidato la villa a uno sguardo esterno. La scelta di chiamare StorageMilano per il rinnovo del Grand Hotel Villa Serbelloni, la grande dame che dal 1854 presidia la punta di Bellagio, è dunque una notizia prima ancora che un progetto.

Sala del ristorante Mistral al Grand Hotel Villa Serbelloni con vista lago
La sala del Mistral si apre sul lago attraverso serramenti disegnati come quinte. Foto courtesy StorageMilano.

Il lavoro procede per gradi, nelle pause invernali, ed è arrivato a toccare la spiaggia, la piscina e il beach club, le terrazze e il ristorante Mistral. Il vocabolario dello studio milanese si riconosce nelle boiserie specchiate, nelle partiture a oblò, nei parquet scuri: inserti contemporanei calibrati sull’identità ottocentesca dell’albergo, mai in competizione con essa.

È un modello di intervento che interessa molti grandi alberghi storici italiani: il restyling incrementale, che non chiude mai la casa e non consegna mai un “prima e dopo” spettacolare, ma sposta l’identità un ambiente alla volta. Richiede una regia lunga e una fiducia reciproca tra proprietà e progettisti che di solito le grandi dame riservano a se stesse.

Vista sul lago di Como incorniciata dagli interni del ristorante Mistral
Le partiture a oblò incorniciano il paesaggio del lago. Foto courtesy StorageMilano.

Il programma, del resto, non è concluso: gli interventi proseguono di chiusura in chiusura, secondo un calendario che asseconda le stagioni dell’albergo. È la differenza tra un restyling e una manutenzione evolutiva: la seconda non fa notizia a ogni tappa, ma tiene la barra dritta su un’identità che a Bellagio è essa stessa un monumento.

Il Serbelloni porta così nella selezione la domanda più delicata di tutte: quanto può cambiare un’istituzione senza cambiare voce. La risposta, per ora, è un equilibrio riuscito.

Dettaglio degli interni del ristorante Mistral con vista sulle montagne
Materia, geometria e paesaggio nel rinnovo del Mistral. Foto courtesy StorageMilano.

Palazzo Genazzini — Francesco Pastorelli Architetti e Studio Reveria

Quando il Grand Tour faceva tappa sul lago di Como, il palazzo del 1721 era già un indirizzo dell’ospitalità di Bellagio. Il restauro guidato da Francesco Pastorelli, con gli interni di Studio Reveria e il paesaggio di Roberto Benatti, riporta Palazzo Genazzini a quel primo mestiere: trentacinque camere aperte dal primo giugno 2026, in un edificio che conserva gli affreschi e la scala in pietra originari.

Palazzo Genazzini a Bellagio affacciato sul lago di Como
Palazzo Genazzini a Bellagio, restaurato e riportato alla sua vocazione alberghiera. Fonte: Palazzo Genazzini.

La linea del progetto è la continuità tra architettura e arredo. I pezzi su misura, realizzati da artigiani italiani in legno, marmo e pietra di Moltrasio, prolungano la materia dell’edificio dentro le stanze; il contemporaneo entra per affinità, non per contrasto. In una ristrutturazione di palazzo storico è spesso il grado di coerenza tra queste scale a decidere la qualità dell’esito.

Colpisce anche la postura imprenditoriale: un cinque stelle indipendente e familiare, in un tratto di lago dove i grandi gruppi internazionali stanno moltiplicando le insegne.

Suite di Palazzo Genazzini a Bellagio aperta verso una terrazza sul lago
Una suite di Palazzo Genazzini affacciata sul lago di Como. Fonte: Palazzo Genazzini.

Le trentacinque camere mantengono gerarchie e differenze, come impone un organismo del Settecento, e gli ambienti comuni recuperano la vocazione di rappresentanza del piano nobile. La gestione familiare e indipendente completa il quadro: sul lago più internazionale d’Italia, il palazzo sceglie di restare un indirizzo con un nome proprio anziché un’insegna.

Palazzo Genazzini entra nella selezione perché dimostra che il restauro filologico non è un vincolo alla contemporaneità, ma il suo terreno più fertile: il palazzo torna a ospitare, e lo fa con la propria voce.

Camera luminosa di Palazzo Genazzini con arredi su misura e parete traforata
Nelle camere, gli arredi su misura accompagnano la luce del lago. Fonte: Palazzo Genazzini.

Casa Laveni — Delogu Architecture

Il nome è già il programma. Il palazzo milanese che Giuseppe Laveni disegnò per sé nell’Ottocento conserva la firma del suo primo abitante anche ora che è diventato un boutique hotel di trenta camere, aperto nella primavera 2026. Il progetto degli interni è di Delogu Architecture, con Alessandra Sacchi per l’architettura e gli aspetti autorizzativi; ne abbiamo scritto nella nostra selezione dei migliori interni milanesi del 2026, e torniamo a includerlo qui perché è il capitolo alberghiero a interessarci.

Lobby con divano blu curvo, poltrone chiare, tavolini e lampadario bianco, aperta verso il bar
La lobby di Casa Laveni riunisce divani blu, sedute chiare e tavolini sotto un soffitto decorato. Fonte: Delogu Architecture.

L’impianto neoclassico resta il telaio dell’esperienza: proporzioni, sequenze di ambienti, misure. Sopra questo telaio il progetto innesta una decorazione più libera, fatta di azzurri, superfici materiche e cieli dipinti sui soffitti delle camere, che alleggeriscono la compostezza dell’edificio senza contraddirla.

Sala con librerie blu, panche scure, tavoli rotondi, sedie rossastre e piccole lampade
Nella sala comune, librerie blu e tavoli rotondi costruiscono un ambiente raccolto. Fonte: Delogu Architecture.

La questione che Casa Laveni mette a fuoco è la più milanese di tutte: che cosa succede quando una biografia domestica diventa ospitalità. Qui l’albergo non simula una casa, come vuole una certa retorica dell’hôtellerie: discende davvero da una casa, e il progetto ha il buon senso di non interrompere la discendenza.

Letto con biancheria bianca tra due lampade rosse, pareti blu a riquadri e soffitto dipinto a nuvole
Nella camera, il soffitto dipinto a nuvole incontra boiserie blu e lampade rosse. Fonte: Delogu Architecture.

Le trenta camere tengono la scala giusta perché il racconto regga: abbastanza poche da mantenere un rapporto personale con gli spazi comuni, abbastanza da sostenere i servizi di un albergo vero. È l’equilibrio più difficile della piccola ospitalità urbana, quello su cui molti progetti scivolano verso l’una o l’altra sponda.

Bagno con lavabo bianco scanalato, specchio ovale, pareti venate e dettagli color ottone
Il bagno accosta superfici venate, dettagli color ottone e un lavabo scanalato. Fonte: Delogu Architecture.

Nella selezione, il palazzo di Laveni rappresenta la via milanese alla piccola scala: un’ospitalità urbana che non ha bisogno di lobby monumentali, perché il suo capitale è la vita già depositata nelle stanze.

Terrazza con divano chiaro, cuscini rosa, tavolino rotondo e piante davanti a pareti chiare
La terrazza prolunga gli ambienti verso una corte raccolta, tra sedute, piante e luce naturale. Fonte: Delogu Architecture.

Hotel Gabrielli — Andrea Auletta Interior

Oltre settecento tra lampadari e appliques di Murano, firmati Archimede Seguso e Pauly & C., recuperati e rimessi in funzione. Basterebbe questo inventario a raccontare il senso del restauro che Andrea Auletta ha condotto per Starhotels sul palazzo trecentesco della Riva degli Schiavoni, riaperto nell’estate 2025: il progetto che apre la finestra temporale della nostra selezione.

Lobby dell'Hotel Gabrielli a Venezia con scala monumentale, lampadari di Murano e sedute verdi
La lobby dell’Hotel Gabrielli a Venezia dopo il restauro firmato da Andrea Auletta Interior. Fonte: Starhotels Collezione.

La scelta più radicale sta nei numeri: le camere scendono da centocinque a sessantasei. È una sottrazione che restituisce respiro alla pianta, riporta le proporzioni degli ambienti vicino a quelle originarie e lascia parlare lo scalone, le travi, i pavimenti recuperati. Sul retro, il giardino privato, tra i più grandi della città, aggiunge all’albergo un lusso che a Venezia non si compra: lo spazio aperto.

In una città dove il restauro è una disciplina quotidiana, esercitata da una comunità di progettisti che abbiamo mappato tra gli studi di architettura a Venezia, il Gabrielli si distingue per il metodo: prima l’inventario amoroso di ciò che c’è, poi il progetto.

Lounge dell’Hotel Gabrielli a Venezia con sedute chiare, vegetazione e superfici storiche
Una lounge dell’Hotel Gabrielli, dove il disegno contemporaneo incontra le preesistenze. Foto courtesy Andrea Auletta Interior.

L’indirizzo, intanto, continua a crescere: all’inizio del 2026 Starhotels ha affiancato all’albergo i Gabrielli Luxury Apartments, estendendo alla formula residenziale la stessa cura filologica. Il segnale è chiaro: il restauro non è stato un costo da ammortizzare, ma la piattaforma su cui costruire lo sviluppo dell’intera proprietà.

Il risultato interessa perché rovescia la logica corrente dell’hôtellerie, che tende ad aggiungere. Qui si toglie, si conta, si restaura: e l’albergo ci guadagna in verità.

Scalone storico dell’Hotel Gabrielli a Venezia con colonne e soffitto a travi
Lo scalone e le strutture storiche tornano al centro dell’esperienza. Foto courtesy Andrea Auletta Interior.

Baglioni Hotel Luna — Spagnulo & Partners

A pochi passi da piazza San Marco, il Luna si racconta come l’albergo più antico di Venezia. Il rinnovo firmato da Spagnulo & Partners ha attraversato cinque anni, dal 2021 al 2026, procedendo per fasi: prima il Canova Bar e la reception, poi le camere e le suite, quindi il ristorante Santo Mare, fino al traguardo simbolico di quest’anno, il restauro del salone affrescato dedicato a Marco Polo.

Canova Bar del Baglioni Hotel Luna a Venezia con bancone in rame e lampadari di Murano
Il Canova Bar nella Sala del Camino, con il bancone ovale in rame e ottone brunito. Progetto: Spagnulo & Partners. Foto: Diego De Pol.

Il progetto parla la lingua dei mestieri veneziani. I tessuti di Rubelli, le lavorazioni artigianali, i restauri delle superfici decorate costruiscono una continuità tra l’albergo e la città che lo circonda: non una scenografia veneziana, ma Venezia come filiera.

Il salone settecentesco, riconsegnato al termine del percorso, funziona da manifesto. In un mercato che chiede riposizionamenti rapidi, il Luna ha scelto il tempo lungo: un cantiere che accompagna la vita dell’albergo invece di sospenderla, e che arriva al proprio culmine con un gesto di conservazione, non di novità.

Ristorante Santo Mare del Baglioni Hotel Luna con boiserie e tavoli apparecchiati
Il ristorante Santo Mare, tra boiserie lignea, tessuti veneziani e cucina a vista. Progetto: Spagnulo & Partners. Foto: Diego De Pol.

Il Canova Bar, prima tappa del percorso, aveva dato la misura dell’operazione: un ambiente che non insegue l’effetto ma la permanenza, pensato per i veneziani almeno quanto per gli ospiti. Camere e suite hanno seguito la stessa rotta, con l’artigianato della laguna chiamato a lavorare accanto ai restauratori.

Il Luna consegna così alla selezione il metodo veneziano applicato all’ospitalità: la pazienza come forma di lusso, e il patrimonio come strategia, non come vincolo.

Reception del Baglioni Hotel Luna a Venezia sotto un lampadario di Murano
La reception del Baglioni Hotel Luna sotto il grande lampadario di Murano. Progetto: Spagnulo & Partners. Foto: Diego De Pol.

Locanda Cipriani — Fabrizio Cocchi Studio

Da Torcello, Venezia è un profilo all’orizzonte. La distanza è da sempre il primo lusso della Locanda Cipriani, l’indirizzo del 1935 dove Hemingway lavorò a un romanzo e dove la laguna mostra il suo volto più silenzioso. La riapertura del giugno 2026, guidata dalla famiglia Cipriani con la Soprintendenza e sviluppata con Fabrizio Cocchi Studio, trasforma il ristorante con poche stanze in un piccolo albergo di dieci camere.

Bar della Locanda Cipriani a Torcello con bancone in legno e lampade sferiche
Il bar della Locanda Cipriani conserva una scala intima e domestica. Fonte: Locanda Cipriani.

Il progetto tratta la misura come un punto d’onore. Le camere si dividono per famiglie cromatiche, accordate a ciò che si vede dalle finestre: toni caldi e marmi scelti di conseguenza, verdi che rispondono al giardino, blu per le stanze rivolte all’acqua. Le porcellane di Ginori 1735 nelle camere e le porte verniciate a mano dicono la stessa cosa: la qualità sta negli oggetti d’uso, non negli effetti.

Non c’è spa, non c’è rooftop, non c’è programma di intrattenimento: c’è un’isola quasi vuota, una cucina celebre e il tempo. È un modello di ospitalità che sembrava consegnato alla memoria e che invece torna praticabile proprio perché raro.

Sala da pranzo della Locanda Cipriani con pareti in legno e sedie verdi
La sala da pranzo rinnova il carattere della casa senza perderne la semplicità. Fonte: Locanda Cipriani.

Le dieci camere si articolano in quattro tipologie, e la famiglia ha seguito il cantiere in prima persona, con Giuseppe Cipriani nel ruolo di regista della riapertura. È un modello di committenza che si riflette nell’esito: nessuna decisione sembra presa per il mercato, tutte sembrano prese per la casa.

La Locanda porta nella selezione la scala minima, e una domanda controcorrente: quanto poco serve, quando il luogo è tutto.

Camera azzurra della Locanda Cipriani a Torcello
Una delle camere azzurre, accordata ai colori dell’acqua e della laguna. Fonte: Locanda Cipriani.

Porta Rossa Hotel Firenze — THDP

C’è ospitalità documentata in queste stanze dal 1386: nessun albergo italiano può retrodatare così la propria storia. Per il debutto mondiale di Colbert Collection, il nuovo marchio di Minor Hotels, il Porta Rossa è stato riconsegnato nel maggio 2026 con un progetto di THDP, studio londinese co-fondato dall’italiana Manuela Mannino: una firma italo-britannica che segnaliamo volentieri, perché conferma quanto il progetto italiano viaggi anche attraverso studi con sede all’estero.

Junior suite del Porta Rossa Hotel Firenze con letto a baldacchino e pareti affrescate
Una junior suite del Porta Rossa, dove tessuti e affreschi lavorano sulla profondità storica. Foto courtesy THDP.

L’edificio è una stratificazione: la torre Monalda del Duecento, gli affreschi, le volte, la suite Bartolini con le sue decorazioni. THDP sceglie di trattare questa eredità da protagonista e non da fondale: i banchi della reception rivestiti in pelle, le boiserie reinterpretate con intrecci di cuoio, le testiere drappeggiate che riprendono il rosso del nome lavorano tutti dentro la storia dell’edificio, aggiornandone i materiali senza travestirla.

Le sessantanove camere mantengono differenze e irregolarità, come è giusto in un organismo medievale. È la scelta che distingue un restauro colto da una standardizzazione alberghiera.

Winter Garden del Porta Rossa Hotel Firenze con sedute verdi e soffitto ligneo
Il Winter Garden è pensato come una piazza interna contemporanea. Foto courtesy THDP.

Dal giugno 2026 la proposta gastronomica porta la firma di Paulo Airaudo, mentre la suite ricavata nella torre offre l’esperienza più radicale della casa: dormire dentro il Duecento fiorentino. Sono i due poli tra cui il progetto si muove, l’attualità internazionale e la profondità locale, senza sacrificare l’una all’altra.

Resta la questione dell’eredità estrema: che cosa significa firmare l’albergo più antico d’Italia. La risposta di THDP è la più onesta: farsi custodi, e lasciare che sia la casa a parlare.

Bistrot del Porta Rossa Hotel Firenze con bancone in legno e parete decorata
Il bistrot riprende materiali e cromie della tradizione fiorentina. Foto courtesy THDP.

Palazzo Firenze — Studio Marco Piva

Il marchese Baldinucci, tesoriere papale, volle il palazzo nella prima metà del Settecento, a due passi da Santa Croce. Tre secoli dopo, l’ex Relais Santa Croce cambia nome in Palazzo Firenze e riapre nella primavera 2026 con un ridisegno integrale di Studio Marco Piva per The Palace Company, che del marchio Baglioni ha raccolto la gestione.

Sala della Musica di Palazzo Firenze con pianoforte, stucchi storici e arredi contemporanei
La Sala della Musica di Palazzo Firenze dopo il restyling di Studio Marco Piva. Fonte: Baglioni Hotels & Resorts.

Piva lavora su un edificio vincolato, e la partita si gioca nel dialogo tra la monumentalità tardobarocca e un linguaggio contemporaneo asciutto. Le ventiquattro camere assumono il registro della residenza privata: l’albergo è piccolo per gli standard del lusso internazionale, e proprio in questa misura trova il proprio carattere.

Camera deluxe di Palazzo Firenze con arredi contemporanei e luce naturale
Una camera deluxe di Palazzo Firenze, definita da toni chiari e arredi su misura. Fonte: Palazzo Firenze by Baglioni.

Il cambio di nome non è cosmesi: segnala un riposizionamento, da relais discreto a palazzo che si offre alla città. È un’operazione che racconta bene il momento di Firenze, dove la pressione dell’ospitalità internazionale spinge anche gli indirizzi storici a ridefinirsi, dentro una scena progettuale vivace che abbiamo raccontato tra gli studi di architettura a Firenze.

L’edificio, il settecentesco palazzo Jacometti Ciofi, impone i suoi caratteri: saloni decorati, altezze importanti, una scala di rappresentanza. Piva li assume come dati di progetto, riservando il disegno contemporaneo agli arredi, all’illuminazione e ai servizi, dove l’aggiornamento è sostanza e non stile.

Junior suite di Palazzo Firenze con zona soggiorno e arredi su misura
La junior suite porta il registro della residenza privata nella scala alberghiera. Fonte: Palazzo Firenze by Baglioni.

Palazzo Firenze racconta così il rinnovo come cambio di postura: stesso edificio, stessa storia, un’altra ambizione.

Suite con terrazza di Palazzo Firenze affacciata sui tetti della città
La suite con terrazza apre le camere verso il tessuto storico di Firenze. Fonte: Palazzo Firenze by Baglioni.

Villa San Michele — Luigi Fragola Architects

La facciata attribuita alla scuola di Michelangelo è rimasta al suo posto. Tutto intorno, diciotto mesi di cantiere hanno ripensato Villa San Michele, l’ex monastero francescano del Quattrocento che domina Firenze dalla collina di Fiesole: trentanove camere ridisegnate, tre signature suite, la prima spa nella storia della casa, affidata a Guerlain, e i giardini terrazzati curati da Luca Ghezzi. La riapertura, il 28 aprile 2026, porta la firma di Luigi Fragola Architects.

Villa San Michele a Fiesole dopo il restauro
Villa San Michele a Fiesole dopo il restauro. Fonte: Belmond.

È un dettaglio che vale una tesi: in una stagione in cui i grandi gruppi affidano le proprie icone italiane a firme internazionali, Belmond sceglie per la sua villa fiorentina uno studio di Firenze. Il progetto ripaga la fiducia con un registro di ispirazione rinascimentale mai letterale, che asseconda celle, loggiati e assi prospettici invece di forzarli.

Le suite raccontano il metodo. La Limonaia trasforma l’antica serra in una stanza con piscina privata; la Grand Tour e la Botanica dichiarano già nel nome i due immaginari della casa: il viaggio colto e il giardino. La conversione monastica, del resto, è una delle radici più profonde dell’ospitalità italiana, come abbiamo raccontato esplorando i monasteri e conventi trasformati in hotel di design.

Villa San Michele a Fiesole vista dal giardino dopo il restauro
Villa San Michele e il suo giardino terrazzato dopo il restauro. Immagine courtesy Belmond.

Il cantiere ha lavorato per sottigliezze anche dove non si vede: la cappella e la loggia restano intatte, le antiche celle continuano a dettare il ritmo delle camere, e la spa trova posto senza forzare l’impianto originario. È la prova che un’icona da grande gruppo può essere aggiornata con gli strumenti del restauro, non con quelli del resort.

Villa San Michele è, in questa raccolta, l’eccezione che dà il tono: l’icona internazionale che torna a parlare fiorentino.

Camera di Villa San Michele con boiserie scura, opera d’arte e fiori rossi
Un dettaglio delle camere ridisegnate da Luigi Fragola Architects. Immagine courtesy Belmond.

Casa J.K. Place Roma — Michele Bönan

Dodici residenze, da una a tre camere, con i servizi di un albergo e nessuna delle sue liturgie. Casa J.K. Place Roma, aperta nel maggio 2026 in un palazzo del Settecento di via dei Prefetti, a pochi passi dal J.K. Place di via Monte d’Oro, porta a Roma un modello che l’ospitalità internazionale sta osservando con attenzione: la residenza d’albergo.

Salone di Casa J.K. Place Roma con sedute in velluto verde, opere d'arte e sculture classiche
Gli interni di Casa J.K. Place Roma, firmati da Michele Bönan. Fonte: J.K. Place.

Michele Bönan, che di J.K. è la matita storica, declina il suo linguaggio sartoriale su appartamenti veri: boiserie, ottoni, tessuti scelti come in una casa privata, misure domestiche al posto della teatralità alberghiera. L’ospite non attraversa una hall: entra in un indirizzo.

Dettaglio di una residenza di Casa J.K. Place Roma con tessuti e illuminazione d’atmosfera
Un dettaglio domestico di Casa J.K. Place Roma. Foto courtesy J.K. Place.

Il fenomeno è speculare a quello che abbiamo descritto parlando della casa effetto hotel: mentre le abitazioni private inseguono i comfort dell’ospitalità, gli alberghi migliori inseguono la naturalezza della casa. Qui il cerchio si chiude, perché l’edificio è nato residenza e torna a esserlo, con una regia alberghiera alle spalle.

Per il gruppo è il debutto di un modello destinato a fare scuola: l’estensione residenziale di un albergo esistente, che permette di crescere nel quartiere senza duplicare le strutture. La scommessa è che l’ospite contemporaneo cerchi esattamente questo: la naturalezza di una casa con la sicurezza di un servizio.

Palestra di Casa J.K. Place Roma con pareti specchiate
La palestra completa i servizi delle dodici residenze. Foto courtesy J.K. Place.

Casa J.K. Place mette agli atti la domanda dell’ibrido: quanto albergo serve perché una casa funzioni da albergo. La risposta di Bönan è: pochissimo, se il progetto è preciso.

Salone di Casa J.K. Place Roma con divani, tavoli e opere d’arte
Il salone interpreta l’ospitalità come una casa romana contemporanea. Foto courtesy J.K. Place.

Grand Hotel Flora — Giuliano Andrea dell’Uva

Sulle superfici del Flora tornano i nuotatori, un immaginario balneare che l’Italia del dopoguerra conosceva bene. È il motivo che accompagna la ristrutturazione completa del grande albergo sorrentino della famiglia Ruggiero, un edificio degli anni Sessanta affacciato sul golfo, riaperto nell’estate 2026 con il progetto di Giuliano Andrea dell’Uva.

Lobby del Grand Hotel Flora a Sorrento con scala elicoidale, sedute a righe e palme
La lobby del Grand Hotel Flora a Sorrento, con la scala elicoidale restaurata. Fonte: Grand Hotel Flora.

L’architetto napoletano lavora sul moderno mediterraneo come su un patrimonio, non come su un pretesto vintage. La facciata viene ridisegnata con piastrelle verdi e balconi dal profilo plastico; nella lobby la scala elicoidale, restaurata, riprende il ruolo di fulcro; gli arredi d’epoca originali convivono con pezzi di B&B Italia, Cassina e Flos. Il ristorante Silva Bistrot e il rooftop Oliva completano il nuovo assetto delle centoventuno camere e quattordici suite.

Dettaglio della lobby del Grand Hotel Flora con pannelli decorativi e ceramiche
Ceramiche e dettagli grafici costruiscono l’identità della lobby. Fonte: Grand Hotel Flora.

La qualità del progetto sta nell’equilibrio del tono: colore e leggerezza senza caricatura, memoria senza nostalgia. Dell’Uva tratta la villeggiatura come una cultura di progetto, con le sue ceramiche, i suoi ottimismi e la sua precisione dimenticata.

Suite del Grand Hotel Flora a Sorrento con pareti blu e arredi anni Sessanta
Una suite rilegge il moderno mediterraneo attraverso colore e arredi. Fonte: Grand Hotel Flora.

Il nuovo assetto ridistribuisce anche i riti dell’albergo: il Silva Bistrot per la tavola, il rooftop Oliva per il golfo all’ora del tramonto, le piscine per la giornata lenta. Ogni funzione ha un carattere proprio, ma i nuotatori, le ceramiche e la palette tengono insieme il racconto da cima a fondo.

Spazio verde del Grand Hotel Flora con sedute a righe tra la vegetazione
Gli spazi all’aperto prolungano il progetto nel verde. Fonte: Grand Hotel Flora.

Il Flora indica una via che il sud conosce bene e frequenta poco: rinnovare gli alberghi del boom senza rinnegarli, riconoscendo in quegli anni una modernità ancora utilizzabile.

Rooftop del Grand Hotel Flora a Sorrento al tramonto sul golfo
Il rooftop Oliva affacciato sul golfo all’ora del tramonto. Fonte: Grand Hotel Flora.

Vista Ostuni — RMA Roberto Murgia Architetto

Seimila metri quadrati di manifattura nella Città Bianca. L’ex Manifattura Tabacchi di Ostuni, un complesso che stratifica secoli di storia edilizia, è diventata Vista Ostuni dopo due anni di restauro condotto da RMA Roberto Murgia Architetto con artigiani e materiali del territorio: ventotto tra camere e suite, il ristorante di Andrea Berton, tre ettari di giardini disegnati da Erik Dhont, aperti nell’estate 2025.

Vista Ostuni nella ex Manifattura Tabacchi della Città Bianca
Vista Ostuni, nell’ex Manifattura Tabacchi della Città Bianca. Fonte: Vista Ostuni.

Il progetto tiene insieme due scale che raramente convivono: quella industriale dell’involucro, con le sue campate e i suoi spessori, e quella domestica delle stanze, dove la pietra e le lavorazioni locali riportano tutto alla misura pugliese. Gli spazi aperti fanno da mediatori: corti, terrazze e giardini restituiscono al complesso la relazione con il paesaggio di ulivi che arriva fino al mare.

Vista Ostuni nella ex Manifattura Tabacchi con la Città Bianca sullo sfondo
L’ex Manifattura Tabacchi dialoga con la Città Bianca. Fonte: Vista Ostuni.

Vista Ostuni è anche una storia di imprenditoria familiare: è il terzo indirizzo del gruppo fondato dalla famiglia Passera dopo Como e Verona, e il primo fuori dal nord.

Chiostro di Vista Ostuni con archi in pietra e sedute chiare
Il chiostro mette in relazione la scala monumentale e gli arredi domestici. Fonte: Vista Ostuni.

L’ingresso nel circuito Leading Hotels of the World dice l’ambizione dell’operazione, ma è la committenza a raccontare la storia più interessante: una famiglia di albergatori del nord che sceglie la Puglia non per aprire un resort, ma per restaurare un pezzo di città insieme alle maestranze locali.

Bar di Vista Ostuni sotto una grande volta con bottigliera retroilluminata
Il bar occupa una delle grandi campate voltate dell’ex manifattura. Fonte: Vista Ostuni.

Il progetto di Murgia introduce nella raccolta il tema del recupero produttivo applicato all’ospitalità del sud: quando l’involucro del lavoro diventa luogo del riposo, la memoria industriale smette di essere un’estetica e torna a essere una risorsa.

Junior suite di Vista Ostuni con arredi colorati e opere d’arte
La junior suite traduce i colori pugliesi in un interno contemporaneo. Fonte: Vista Ostuni.

Palazzo Daniele — Palomba Serafini Associati

Le presse idrauliche del frantoio sono rimaste dove stavano. Ora fanno parte degli spazi comuni di Palazzo Daniele, l’art hotel di Gagliano del Capo che con l’ampliamento presentato nell’estate 2025 aggiunge undici suite e nuovi ambienti collettivi al palazzo neoclassico del 1861, recuperando l’ex frantoio e le scuderie ottocentesche.

Palazzo Daniele a Gagliano del Capo
Palazzo Daniele a Gagliano del Capo. Fonte: Palazzo Daniele.

Il progetto di Palomba Serafini Associati, sviluppato con il patron Gabriele Salini, conferma l’estetica radicale che ha reso celebre l’indirizzo: stanze quasi vuote, affreschi lasciati alla loro patina, arte contemporanea al posto dell’arredo superfluo. Le nuove Royal Suite portano questa grammatica alla scala maggiore senza cedere alla tentazione di riempire.

Tavolo scultoreo e opera d’arte negli interni minimali di Palazzo Daniele
Arredo e arte contemporanea occupano lo spazio con pochi gesti. Fonte: Palazzo Daniele.

Crescere per sottrazione è un ossimoro che qui diventa metodo. L’ampliamento non normalizza l’albergo: ne estende il manifesto, dimostrando che il modello funziona anche oltre la dimensione di avamposto per iniziati con cui era nato nel 2019.

Poltrona scultorea rossa in una sala di Palazzo Daniele
Una seduta scultorea introduce il colore nelle sale essenziali del palazzo. Fonte: Palazzo Daniele.

Le tre Royal Suite e la Executive occupano l’ala sinistra del palazzo, dove i nuovi ambienti collettivi prolungano la sequenza delle sale affrescate. Il frantoio recuperato lavora sul registro opposto: la materia grezza delle macchine e della pietra, lasciata in dialogo con l’arte contemporanea che da sempre abita la casa.

Sequenza di archi e pareti affrescate in una suite di Palazzo Daniele
Le nuove suite conservano la patina e le sequenze architettoniche del palazzo. Fonte: Palazzo Daniele.

Al capo estremo del Salento, dove la selezione chiude il suo viaggio, Palazzo Daniele lascia la domanda più netta: quanta assenza può reggere l’ospitalità contemporanea. La risposta, a giudicare dal seguito che il modello ha generato, è: più di quanta i grandi gruppi immaginino.

Scala verso il giardino di Palazzo Daniele tra archi e vegetazione
Il giardino prolunga all’aperto la sequenza delle sale storiche. Fonte: Palazzo Daniele.

Un’Italia da leggere attraverso i suoi alberghi

I lampadari di Murano rimessi in funzione uno a uno, i dieci fiori di un atlante del Settecento saliti sulle testiere di Cortina, le presse di un frantoio rimaste in scena nel Salento: i dettagli più interessanti di questa selezione raccontano alberghi che tornano ad abitare i propri edifici, invece di occuparli.

Raccontano anche una geografia del progetto. Mentre le grandi insegne internazionali affidano le icone italiane a firme globali, e le classifiche mondiali continuano a premiarle, come abbiamo visto con gli hotel italiani nella top 50 mondiale, gli studi italiani presidiano il patrimonio diffuso: gli alberghi di famiglia, gli indipendenti, i palazzi e le manifatture dei territori. È un lavoro meno visibile e più strutturale, di cui questa selezione vuole essere una prima mappa. Se ne discuterà anche dal vivo a InOut | The Hospitality Community, a Rimini dal 14 al 16 ottobre, un appuntamento che seguiremo da vicino.

Se sei un architetto, un interior designer o fai parte di uno studio che lavora nell’ospitalità e vuoi collaborare con Archi&Interiors, puoi contattarci dalla pagina Pubblicità e collaborazioni per raccontarci il tuo lavoro e valutare insieme le possibilità di collaborazione.

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