Nel racconto di WallyArt, la carta da parati smette di essere un semplice rivestimento e torna a essere progetto, materia, atmosfera. Nato nel 2015 dall’incontro tra arte visiva, decorazione murale e interior design, il brand ha costruito un linguaggio riconoscibile in cui la parete acquista presenza, profondità e identità. Al centro c’è un approccio che unisce libertà creativa, attenzione architettonica e cultura del su misura, trasformando ogni wallcovering in una soluzione pensata per dialogare con luce, proporzioni, arredi e funzioni dello spazio.
In questa intervista, Salvo Rotondo, CEO di WallyArt, racconta una visione in cui la parete non è mai un fondale passivo, ma una superficie da interpretare con sensibilità progettuale e precisione tecnica. Dalle finiture in TNT alla fibra di vetro per docce, bagni, cucine ed esterni, fino alla personalizzazione cromatica e dimensionale, il brand porta nel settore delle carte da parati una proposta che tiene insieme immagine, performance e qualità produttiva. Il risultato è un modo attuale di pensare la parete, capace di entrare con naturalezza tanto negli interni residenziali quanto nei progetti contract e hospitality.
WallyArt nasce dall’incontro tra creatività e progettazione d’interni, e questa origine si percepisce chiaramente: nelle vostre collezioni la carta da parati non viene trattata come un semplice rivestimento, ma come un elemento capace di costruire identità, atmosfera e presenza nello spazio. Quando avete capito che il vostro terreno non era la decorazione in senso stretto, ma una forma più ampia di progetto della parete?

Nel 2015 abbiamo iniziato a pensare che la carta da parati, rivalutata in termini di unicità di design e reinterpretata attraverso l’utilizzo di materiali innovativi e performanti, avesse un potenziale enorme nel mondo dell’interior. Un’intuizione che nasceva in un momento in cui questo prodotto era ancora percepito come qualcosa di legato al passato: il nome stesso “carta da parati” evocava un immaginario non più contemporaneo, quasi fuori moda.
Proprio per questo ci è sembrato interessante lavorare in quella direzione, cercando di superare questo limite culturale e dimostrare come, grazie a un approccio progettuale più evoluto e a tecnologie produttive nuove, potesse tornare a essere un elemento centrale e attuale nel progetto d’interni.
Nel vostro lavoro ritorna spesso un’idea di parete che dialoga con arredi, luce e architettura. Quanto conta, per voi, progettare un wallcovering pensando non solo al disegno in sé, ma a ciò che accade intorno: proporzioni della stanza, incidenza della luce, materiali presenti, equilibrio complessivo dell’interno?
Il catalogo WallyArt si muove tra soggetti botanici, astratti e panoramici, con un linguaggio che resta riconoscibile pur cambiando atmosfera. Come lavorate per mantenere questa identità senza irrigidirvi in uno stile unico o, al contrario, disperdervi in proposte troppo eterogenee?
Oggi siete presenti in oltre 50 paesi e lavorate sia nel residenziale sia nel contract. Che cosa cambia davvero quando una parete WallyArt entra in una casa privata rispetto a quando entra in un hotel, in una spa o in uno spazio commerciale? Cambiano il progetto, il ritmo decisionale, il livello di personalizzazione, il modo di pensare la durata?
In realtà non cambia l’approccio progettuale, che rimane sempre lo stesso: ogni parete nasce per essere un elemento identitario, capace di dialogare con lo spazio in modo coerente e riconoscibile.
Quello che cambia, semmai, è il livello di attenzione tecnica legato al contesto. In ambienti contract, per le zone più esposte a umidità, acqua o usura, orientiamo la scelta verso materiali più performanti, come la fibra di vetro con resina Warp, mentre in ambito residenziale, ambiente meno soggetto ad usura in generale, il vinilico con retro in Tessuto Non Tessuto è spesso più che adeguato.
Ma il linguaggio, la cura del dettaglio e l’idea di fondo restano invariati: sia che entri in una casa privata sia in una spa o in un hotel, una parete WallyArt deve mantenere la stessa forza espressiva e la stessa qualità nel tempo.
Il tema del su misura, nel vostro caso, non sembra un’aggiunta accessoria ma una parte strutturale della proposta: misure personalizzabili, adattamento del soggetto, simulazione preventiva sulla parete. In che modo questa flessibilità incide sul vostro rapporto con architetti, interior designer e clienti finali?
Le vostre finiture in TNT – MURO, TELA e in alcuni casi SHINE – non sono soltanto varianti superficiali, ma modi diversi di far leggere l’immagine e la materia. Come guidate la scelta tra una parete più discreta, quasi integrata nell’intonaco, e una presenza più dichiarata, vicina all’opera decorativa?

La fibra di vetro è uno degli aspetti più interessanti della vostra proposta perché porta il wallcovering in territori normalmente più complessi: interni doccia, bagni, paraschizzi cucina, esterni, superfici soggette ad abrasione. Quando avete capito che questo supporto non era solo una soluzione tecnica, ma una vera estensione del progetto decorativo?

Nelle schede tecniche tornano concetti come lavabilità, reazione al fuoco, resistenza alla luce, manutenzione semplice, fino alla possibilità di utilizzare detergenti chimici aggressivi in alcuni contesti. In che modo trasformate queste performance in valore progettuale, senza ridurre il discorso a un elenco tecnico ma facendole diventare parte dell’esperienza estetica e d’uso?


Una delle sfide più delicate, quando si lavora con pareti fortemente caratterizzate, è evitare che l’immagine “mangi” lo spazio. Come si costruisce, secondo voi, una decorazione capace di avere presenza atmosferica senza diventare invasiva o autoreferenziale? E quali errori vedete più spesso nei progetti che usano la parete soltanto come effetto scenico?
È una questione di equilibrio. Una parete decorata funziona davvero quando dialoga con lo spazio, non quando cerca di dominarlo.
Il nostro approccio parte sempre dalla composizione: proporzioni, ritmo, densità dell’immagine e rapporto con la luce. Anche i soggetti più caratterizzati, se costruiti con attenzione, possono avere una presenza atmosferica senza risultare invasivi, perché non sono pensati come “immagini da guardare”, ma come superfici che si integrano nell’ambiente.
L’errore più comune è proprio usare la parete come un effetto scenico isolato, senza considerare il resto dello spazio: arredi, volumi, distanze. In quei casi l’immagine diventa autoreferenziale e perde relazione con l’architettura. Quando invece il progetto è coerente, la parete non sovrasta, ma amplifica l’identità dello spazio.
Louise è un esempio interessante di questo equilibrio: toni leggeri, texture morbide, maioliche stilizzate e dente di leone costruiscono una superficie misurata ma molto riconoscibile, disponibile anche per ambienti umidi. Che cosa vi interessava esplorare con questo modello, e che cosa racconta di una sensibilità decorativa più sottile rispetto a proposte apertamente scenografiche?

Con Louise ci interessava lavorare su una decorazione più misurata, capace di costruire atmosfera senza ricorrere a un impatto scenografico evidente.
L’idea era quella di combinare elementi riconoscibili come le maioliche stilizzate ed il dente di leone, con una palette molto leggera e una texture morbida, in modo da creare una superficie che si percepisce più nel tempo che nell’immediato. È un modello che non invade lo spazio, ma lo accompagna, lasciando emergere una sensazione di equilibrio e continuità.
Il fatto che sia applicabile anche in ambienti umidi rafforza questo approccio: non è solo una scelta estetica, ma una soluzione che può entrare nella quotidianità degli spazi, mantenendo la stessa delicatezza anche in contesti più tecnici. Louise racconta proprio questo: una sensibilità decorativa più sottile, dove il valore sta nella misura e nella capacità di integrarsi, piuttosto che nell’effetto immediato.
Dall’altra parte, Bastille mostra una tensione più teatrale: arcate in toni giallo oro, elementi floreali in caduta, un’immagine che ha un impatto più immediato ma che può comunque essere portata anche in applicazioni tecniche come bagno, doccia o esterni. Che cosa vi interessa, in un soggetto come questo, del rapporto tra scenografia, eleganza e versatilità d’uso?

Restando proprio su Bastille, vi chiediamo di scegliere un vostro modello che considerate davvero iconico e di raccontarcelo come si racconta un progetto: da dove nasce il primo segno, quali intuizioni lo hanno guidato, come si è definita la sua immagine finale e in quale momento avete capito che quella parete aveva qualcosa di profondamente “vostro”?


La diffusione internazionale del brand e il lavoro in contesti contract come hotel, ristorazione e spazi wellness vi mettono di fronte a esigenze culturali e operative molto diverse. Quali mercati, oggi, vi stanno insegnando di più? E che cosa vi hanno costretto a rivedere o affinare nel modo di pensare immagine, supporti, tempi e affidabilità del prodotto?

Siamo nel 2036: se doveste guardare a WallyArt da dieci anni avanti, quale evoluzione vi piacerebbe vedere compiuta con chiarezza? Più integrazione tra decorazione e architettura, nuovi supporti per ambienti complessi, strumenti di personalizzazione ancora più raffinati, oppure una ridefinizione stessa del concetto di parete all’interno del progetto contemporaneo?

Più che un’unica direzione, ci immaginiamo un’evoluzione che tenga insieme più livelli, ma con un filo conduttore chiaro: una maggiore integrazione tra decorazione e architettura.
Ci piacerebbe che la parete non fosse più percepita come una superficie da rivestire, ma come una parte attiva del progetto, pensata fin dall’inizio insieme agli spazi, ai volumi e alla luce. Questo implica anche lo sviluppo di supporti sempre più performanti, capaci di adattarsi a contesti complessi, e strumenti di personalizzazione ancora più precisi, quasi su misura per l’architettura.
Allo stesso tempo, crediamo che ci sarà una ridefinizione del concetto stesso di parete: meno elemento statico e più superficie dinamica, capace di dialogare con chi la vive. In questo scenario, il nostro obiettivo è restare coerenti con il nostro linguaggio, continuando a evolverlo senza perdere identità.
Leave a comment







