Nel mondo del tappeto, da sempre, esiste un punto di attrito affascinante: l’incontro tra Oriente e Occidente. Per decenni, negli interni d’autore, questa storia è passata quasi inevitabilmente attraverso il tappeto antico — soprattutto quello persiano — custode di una qualità silenziosa, di un prestigio “naturale”, di una grammatica estetica che non aveva bisogno di spiegazioni. Oggi però quello scenario non è più l’unico possibile. Il contemporaneo ha imparato a contaminarsi: ha preso la sapienza manifatturiera e l’ha messa in dialogo con la ricerca, con i designer, con l’idea stessa di tappeto come superficie progettuale. E così il tappeto smette di essere un semplice elemento decorativo e diventa un’opera da abitare: materia, racconto, gesto culturale.
È in questo passaggio che si colloca Nodus Rug, il brand che ha contribuito a ridefinire il concetto di tappeto di lusso trasformando l’archetipo tradizionale in un linguaggio contemporaneo, spesso al confine con il tappeto d’arte e il collectible. Un progetto nato dall’intuizione di Andrea Galimberti, che ha scelto di unire la visione dei più importanti designer italiani e internazionali alla competenza di manifatture asiatiche selezionate, costruendo una filiera controllata e un repertorio di pezzi capaci di durare — e, nel tempo, valorizzarsi.
Lo abbiamo incontrato e ci ha accompagnato dentro questo universo: un mondo fatto di materiali scelti con rigore, di tecniche e tempi che non si improvvisano, di sperimentazioni che trasformano il tappeto in una dichiarazione progettuale. Ma soprattutto un mondo di storie: perché in Nodus ogni tappeto non nasce solo per stare in uno spazio, bensì per raccontarlo.
Nodus Rug nasce nel 2009: qual è l’intuizione fondativa che trasforma il tappeto da oggetto decorativo a gesto culturale e progettuale?

L’intuizione nasce da una scelta netta: costruire un network internazionale di designer e chiedere loro di ripensare il tappeto come linguaggio del contemporaneo, non come semplice complemento. All’inizio non esisteva un brief rigido né un obiettivo commerciale immediato: c’era una domanda essenziale — “che cos’è, per te, un tappeto?” — e la volontà di lasciare libertà espressiva totale.
Da questa impostazione è nata una prima collezione volutamente autoriale, persino “scomoda” per chi cercava solo décor: l’idea era portare il tappeto fuori dalla routine estetica e spingerlo verso una dimensione progettuale, e in alcuni casi anche artistica.
Il progetto cresce nell’incontro fra mondi: Oriente e Occidente, manifattura e ricerca. Con il tempo, Nodus Rug si consolida nel territorio del tappeto d’arte e del collectible — quindi collezionabile e rivendibile — con un valore destinato, per noi, a crescere anche culturalmente.
La ricerca è sempre stata concreta e radicale: tappeti bucati, bruciati, sperimentazioni sui metalli, tecniche sviluppate ad hoc, innesti narrativi come elementi cuciti, progetti legati al Fairtrade. E accanto a questa spinta creativa, un pilastro non negoziabile: rispetto per le manifatture e responsabilità sociale — attenzione alle filiere, relazioni durature, riconoscimento reale del lavoro artigiano.
Negli anni questa attitudine è diventata anche competenza “da laboratorio”: custom, consulenza su tecniche e prestazioni, soluzioni su misura, studio delle tinture naturali basate su pigmenti vegetali. In sintesi: una ricerca nata per passione, diventata impresa senza perdere lo studio come matrice del risultato.
In questi quindici anni avete contribuito a trasformare il tappeto da elemento decorativo a elemento progettuale. Come Nodus Rug ha inciso su questo cambiamento culturale?
Abbiamo intercettato un vuoto molto specifico: il tappeto contemporaneo per la casa di prestigio. Per decenni, nelle “belle case”, il riferimento naturale era l’antico persiano. Noi abbiamo capito che, in chiave contemporanea, mancava un’alternativa capace di reggere davvero quel confronto — e abbiamo lavorato per costruirla.
È stata una scelta non “facile” sul breve periodo: se guardi solo il business, può sembrare svantaggiosa. Ma per il brand ha creato un effetto leva enorme: identità, prestigio, riconoscibilità internazionale. E quell’expertise, inevitabilmente, apre molte porte anche nei progetti più complessi.
Oggi il tappeto resta centrale nell’interior, ma è sempre più parte della progettazione: non è soltanto la ricerca del pezzo antico, è disegnare o personalizzare pattern, scegliere materiali, tecnica e colore perché diventi coerente con un progetto di alto livello.
Nel tempo abbiamo sviluppato anche alternative più “democratiche”: riducendo la densità, ma preservando trama e ordito, quindi mantenendo il nodo e una qualità artigianale alta. Non tutti possono investire 20 o 30 mila euro; molti vogliono un grande tappeto fatto bene spendendone 2 o 3 mila.
Non parliamo invece della fascia dei tappeti a 300 euro: esistono, e va bene che esistano, ma spesso lì trovi tecniche poco sostenibili o qualità che è semplicemente un’altra cosa (stampati, meccanici, velli ridottissimi e pesi minimi). Non è il nostro terreno.
Continuiamo anche una ricerca sui materiali: metalli, lane pregiate (Himalaya, Nuova Zelanda), sete diverse, fino alle sete vegetali. Di recente abbiamo scoperto la seta di banano, ricavata dal fogliame: ciò che in alcuni contesti era “scarto” oggi diventa risorsa e reddito, ed è una fibra spessa, lucente, ecosostenibile. E poi canapa, ortica, lana di cammello, yak.
Infine, c’è la contaminazione culturale: pensiero occidentale e manifatture orientali molto distanti dalla nostra sensibilità. Le differenze tecniche fra aree — Tibet, Nepal, India — incidono davvero sul risultato, se le conosci. Nodus Rug resta una “piccola perla”: pur avendo un core business più ampio legato all’interior e al su misura, questa sezione è per noi pregiata.
Se dovesse scegliere un tappeto o una collezione iconica capace di rappresentare davvero Nodus Rug, quale nome farebbe?

Sono molto legato a Circus, il tappeto dei Fratelli Campana: un tondo irregolare in canapa, annodato a mano in Nepal, con 76 bambole in pezza cucite. È un pezzo che nasce da una filiera volutamente complessa e umana: le bambole vengono realizzate a mano in un villaggio remoto in Brasile abitato da donne con un passato difficile; noi le acquistiamo, le importiamo in Europa e poi le spediamo in Nepal, dove vengono integrate nel tappeto.
Circus resta un oggetto “vivibile” — puoi calpestarlo, arrotolarlo, usarlo — ma è anche un’opera: un pezzo teatrale, aperto alla lettura personale. C’è stata anche una seconda release, dal verde al blu, legata idealmente a temi sociali (migranti, Black Lives Matter), senza mai trasformare la causa in marketing.
Poi ci sono progetti molto identitari: con Studio Job abbiamo vinto l’ELLE DECOR International Design Awards con Paris Persian, una reinterpretazione del tappeto persiano tradizionale che inserisce scheletri di animali estinti: un pezzo di qualità estrema, da super-collezionisti, con milioni di nodi e circa un anno di lavorazione.
Ogni tappeto porta una storia precisa: penso a Day by Day di Mischer’Traxler, con l’etichetta in cuoio che riporta i nomi degli artigiani e la traccia cromatica dei giorni di lavoro, quasi un’infografica del tempo. O a Migration di Formafantasma, un trittico che reinventa tecniche e ricami, sconfinando nell’arazzo.

E poi la sperimentazione pura: il leone di Aldo Baker, realizzato lavorando su due telai per ottenere una doppia definizione e poi cucendo le parti; oppure i tappeti “bruciati”, ottenuti con ferri per marchiare e prove ripetute finché la lana — autoestinguente — restituisce un effetto da tattoo.
Il punto, per me, è questo: costruire un archivio del pensiero dei designer più importanti al mondo e tradurlo in manifattura, senza paura di spingersi oltre.
Avete collaborato con oltre 70 designer. Qual è la motivazione che vi guida nella scelta di un nome: quali requisiti cercate, qual è la logica della selezione?
La selezione la faccio io. Cerco designer che considero tra i più importanti al mondo per capacità, bellezza e profondità del progetto. E non ragioniamo per cliché: c’è chi è straordinario sulla luce, chi sugli oggetti, chi sugli interni. A me interessa soprattutto la provocazione e la contaminazione: chiedere anche a chi è lontano dalla decorazione di misurarsi con il concetto di textile contemporaneo.
Alcuni li abbiamo intercettati giovanissimi, prima dell’affermazione; altri nella maturità. L’obiettivo è creare un’espressione globale del manufatto e del pensiero: noi impariamo, ci confrontiamo, cresciamo insieme ai progetti.
C’è poi una specificità: spesso non esiste contatto diretto tra designer e manifattura, perché io faccio da tramite. Nasce un pensiero e noi lo traduciamo in progetto. È un lavoro di trasposizione delicatissimo: puoi avere l’idea migliore del mondo, ma se viene interpretata male, il risultato si perde. Nel nostro caso, fortunatamente, non è mai successo.
E forse non ci raccontiamo abbastanza: dal vivo la nostra galleria sorprende sempre, perché la qualità reale non passa né su carta né in video. Va vista e toccata.
Il vostro è un prodotto che coinvolge una filiera diffusa in più di dieci Paesi. Come mantenete il controllo della qualità e del processo su distanze così grandi?
Oggi è possibile, e lo è grazie a un contatto quotidiano: video call, WhatsApp, immagini, brevi video. Al di là di un paio di sopralluoghi l’anno, è Internet a tenere insieme il processo. Abbiamo anche agenti sul territorio con cui il rapporto è quasi fraterno: parlo più inglese che italiano durante la settimana.
Con alcune persone abbiamo attraversato tutto: colpi di Stato, terremoti, alluvioni. Col tempo si diventa “quasi famiglia”, e senza quella complicità sarebbe impossibile. Nei primi anni era diverso: capitava che alcuni tessitori rifiutassero certi disegni per motivi religiosi, oppure c’erano problemi di affidabilità su tempi e materiali. Trovare le persone giuste è stato un lavoro lunghissimo.
E poi ci sono le richieste fuori standard: tappeti altissimi, tappeti bucati o bruciati, tinture inusuali, filati metallici (abbiamo dovuto far realizzare guanti apposta, altrimenti si tagliavano le mani). Ricordo un pattern “pixel” con Italo Rota quasi indisegnabile: abbiamo stampato cartelloni pubblicitari in grande formato e li abbiamo spediti in Nepal perché fossero usati come guida sul telaio.
Oppure tappeti con 30, 40, 50 colori per un singolo pezzo, quando storicamente si arriva a 10–12. È un salto culturale enorme anche per chi tesse: ma se serve a raggiungere l’effetto voluto dal designer, lo facciamo.

Negli ultimi anni il tappeto è sempre più presente nel contract e nell’hôtellerie. Come supportate architetti e interior designer nello sviluppo di progetti complessi?
Prima di tutto con render che chiariscono con precisione quale tecnica sia più adatta al risultato che si vuole ottenere. Poi con fast prototyping: campioni veloci per vedere dal vivo, decidere bene e non rallentare il progetto.
E soprattutto con una consulenza globale che tiene insieme i parametri reali del contract: uso del colore, scelta della tecnica, durabilità, trattamenti e certificazioni — ignifugo, antimacchia, antibatterico — fino alle tempistiche di delivery, che devono rispettare il Gantt di un hotel o di una struttura.
A livello operativo abbiamo un’organizzazione solida: logistica, ufficio estero per documentazione, esportazioni e spedizioni via aereo o nave, e quando serve anche installazione on-site. Venendo dal contract internazionale del lusso, trasferiamo su questo manufatto metodo e know-how.
Parliamo dei mercati: dove operate, e come vi misurate con culture dell’abitare diverse?
Europa e America sono i mercati principali: è dove c’è più cultura e più possibilità di chiudere ambienti sofisticati. Poi c’è il Medio Oriente: Dubai e Arabia Saudita sono mercati ottimi.
Noi però non inseguiamo molto le tendenze: spesso le anticipiamo. Quando, con Peter Rankin, abbiamo lanciato tappeti basati sulle piante delle città — ricavate anche da mappe digitali, con la possibilità di segnare il punto in cui abiti — in seguito sono usciti progetti simili in molti settori, dalle piastrelle alle carte da parati. La nostra “non paura” di rischiare ci porta anche a essere copiati.
E c’è un paradosso: a volte tracci una strada e altri diventano più popolari perché la percorrono con più forza, magari con una promozione più aggressiva. L’originale non sempre resta “il primo” nella percezione del grande pubblico, anche quando lo è nei fatti.

Al centro dei vostri valori c’è la sostenibilità: può riassumere i valori del brand, anche attraverso esempi come Circus?
I valori sono passione per il design, ricerca senza compromessi e una sostenibilità il più possibile vera. Sapendo che la sostenibilità è un percorso: non puoi essere sostenibile al 100% in tutto. Anche un manufatto fatto a mano, senza agenti inquinanti e con consumi energetici bassi rispetto all’industria, poi va spedito: e né aereo né nave sono sostenibili.
Per me, essere sostenibile significa innanzitutto sostenere: minimizzare l’impatto, ma soprattutto — e in certi casi ancora più dell’ambiente — il sociale. Gratificare e riconoscere: dare il giusto contributo economico perché le comunità possano vivere e crescere in modo adeguato ai tempi in cui viviamo.
Significa costruire relazioni lunghissime, dare lavoro anche quando non conviene, non sfruttare la fragilità dei territori. Esistono realtà che non pagano, o pagano con oggetti, o usano lavoro minorile: sta a ciascuno decidere fin dove vuole spingersi per guadagnare.
Design senza compromessi e sostenibilità sociale reale: sono le due componenti. Se dovessimo fare questi lavori in Europa, sarebbe infattibile.
E alcune dinamiche di filiera vanno dette: la Turchia non produce più tappeti annodati a mano come un tempo; si meccanizza perché è più vicina ai nostri standard e non può permetterselo. E nel settore è noto che molti tappeti “spacciati” per turchi arrivano da altre geografie produttive. Rimane un mondo più naif e a bassa densità, ma non è più la tradizione persiana a nodo pari che ha fatto storia.
Facciamo un esercizio: siamo nel 2036. Che cos’è Nodus, e che cosa racconta di nuovo?
È un esercizio che non faccio spesso, ma spero di avere una collezione sempre più grande e riconosciuta. E mi piacerebbe ottenere un riscontro più “popolare”: entrare in più case.
So per certo che, da un lato continueremo a fare pezzi che richiedono un anno o un anno e mezzo; dall’altro mi piacerebbe spingere ancora la linea più democratica, per condividere la nostra idea di tappeto contemporaneo e di textile art con il maggior numero possibile di persone. È un punto fisso: questa democraticità si lega anche alla sostenibilità e ai valori che vorremmo far circolare. Spero di arrivare a un riconoscimento più allargato del lavoro che stiamo portando avanti.
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